Tutti pazzi per il carciofo

In primavera siamo in piena stagione di carciofi e in molte parti fervono i preparativi per eventi di degustazione di particolarità, come nella Sagra dei Carciofi Romaneschi  di Ladispoli nata negli anni '50.

Solo a Ladispoli, ogni anno oltre 400.000 persone partecipano alla manifestazione, gemellata con l’‘Artichoke Festival’ a Castroville (nella valle del Monterey in California) e con la ‘Fiesta de la Alcachofa’ a Benicarlò, vicino Valencia in Spagna. E forse farà piacere sapere che Marilyn Monroe è stata incoronata “Regina del Carciofo” (Artichoke Queen) proprio nella I edizione del festival in California nel 1949, quando si chiamava ancora Norma Jean.

Il carciofo (Cynara scolymus) è una tipica pianta mediterranea della famiglia delle Asteracee coltivata per uso alimentare e, secondariamente, medicinale. I suoi fiori sono pronti da fine inverno fino a tarda primavera ed è proprio questo il periodo delle manifestazioni e delle sagre che attirano agricoltori, nutrizionisti, chef e appassionati.

Di fatto i carciofi si coltivano soprattutto in Italia, Egitto e Spagna e nella contea di Monterey in California. Da qualche anno anche in Perù a seguito di una epidemia di asparagi. Ed è proprio in questi luoghi che gli agricoltori hanno dato avvio a sagre avvicinando ed educando all’uso del carciofo con divertimento.

Storia del carciofo

Il carciofo ha origini mediorientali ed era già conosciuto al tempo degli Egizi e diffuso nell'area mediterranea sia per scopi fitoterapici che alimentari. Il suo arrivo in Italia si deve agli etruschi e ne sono testimonianza le raffigurazioni di foglie di carciofo in alcune tombe della necropoli di Tarquinia. Dalla Naturalis Historia di Plinio e dal "De re coquinaria" di Apicio sappiamo che i romani li apprezzavano lessati in acqua o vino.

La pianta chiamata Cynara era comunque conosciuta dai greci (kaktos) e dai romani (carduus), ma sicuramente si trattava di una variante selvatica. Una leggenda narra che il nome greco viene dal nome da una ragazza sedotta da Giove e trasformata in carciofo e da sempre le si attribuivano poteri afrodisiaci.

Intorno al mille gli Arabi lo hanno scoperto in Sicilia, elaborato una nuova varietà e portato in Spagna. Il nome moderno viene proprio dall’arabo ‘karshuf’ o ‘kharshaf’ da cui alcachofa in spagnolo, artichoke in inglese e carciofo in italiano. La storia di questa varietà si ritrova nel testo di Le Roy Ladurie, ‘Les Paysans de Languedoc’ sui contadini della Linguadoca.

Nel 1466 Filippo Strozzi porta il carciofo da Napoli a Firenze e Caterina de’ Medici lo introduce in Francia (la regina era golosa di cuori di carciofo) quando si sposa con Enrico II di Francia.

Dalla Francia all’Olanda e dall’Olanda in Inghilterra dove lo troviamo nell’orto di Enrico VIII nel 1530 (ricordiamoci che il carciofo era considerato un afrodisiaco e un bene di lusso). Francesi e Spagnoli lo portano poi negli Stati Uniti, in Louisiana e California dove è ancora molto coltivato. Anzi, in California i cardi sono diventati un'autentica piaga, esempio tipico di specie aliena invasiva.

Festival e Sagre del Carciofo

In Italia ci sono molte sagre ognuna delle quali incentrata su varietà locali come il ‘carciofo romanesco’ a Ladispoli, Sezze, Velletri, il ‘carciofo violetto’ a Piombino, il ‘carciofo spinoso di Sardegna’ a Uri e Masainas, il carciofo tondo di Paestum, il ‘carciofo bianco’ a Pertosa e il ‘carciofo siciliano’ a Ramacca e Niscemi.

La più importante manifestazione è forse quella della Sagra del Carciofo Romanesco di Ladispoli, una varietà riconosciuta e protetta, gemellata con la California e la Spagna che è diventata anche una fiera nazionale, con la partecipazione di espositori provenienti da tutta Italia e con la varietà di degustazioni da parte di differenti scuole culinarie. La manifestazione è talmente cresciuta che ne è nata una parallela della durata di due settimane in cui i ristoranti si sfidano nella preparazione di menu a base di carciofo, dall’antipasto fino al dessert.

Il gemellato Castroville Artichoke Festival, invece, è una sagra molto ‘americana’ e la città si fa chiamare ‘Il centro mondiale del carciofo’. L’industria del carciofo è stata avviata da italo-svizzeri nella contea di Monterey intorno al 1920 e questa sagra è nata come evoluzione di una precedente manifestazione bandistica. Per questo i giorni di festa del carciofo sono ancora caratterizzati dalla presenza di molte bande musicali e sfilate di tipo carnevalesco. Nel puro spirito americano, non possono mancare, poi, le competizioni per agricoltori sui carciofi migliori e più grandi e quelle artistiche per la realizzazione di opere usando le foglie di carciofo.

A Benicarlò, invece, la ‘Fiesta de la Alcachofa’ dura una settimana in cui bar e ristoranti offrono degustazioni particolari fra giochi e spettacoli. Per premiare quelli che si sono distinti nella promozione del carciofo viene organizzata una Cena di Gala in cui viene assegnato il premio "Alcachofa de oro" (carciofo d’oro).

Ricette con Carciofo in Italia

Per il suo profumo intenso e floreale e la sua consistenza tenera e croccante, per il gusto corposo con una equilibrata sintesi di amarognolo e dolciastro, il carciofo si presta a molte differenti ricette. Una grande varietà testimoniata nel 1581 da Montaigne che durante il suo Grand Tour scrive: "in tutta Italia vi danno fave crude, piselli, mandorle verdi, e lasciano i carciofi pressoché crudi".

Anche se il vero centro culinario del carciofo è Roma e il carciofo è parte integrante della tradizione romana sin dal Rinascimento, quando i migliori cuochi del mondo competevano per lavorare con i Papi. Uno di loro, Bartolomeo Scappi, lo chef di Pio IV, è diventato famoso per il suo libro di ricette ‘Opera dell'arte del cucinare’ pubblicato nel 1750. Qui si trovano oltre 1000 ricette e il primo disegno che documenta una moderna forchetta.

Le specialità della cucina romana sono il Carciofo alla Romana (stufato in olio di oliva, Brodo vegetale, prezzemolo, aglio e mentuccia), il Carciofo alla Giudia (intero e fritto in olio di oliva) il Fritto di Carciofi in pastella e l'insalata di carciofi (crudi a lamelle). I carciofi alla giudía devono il nome al ghetto ebraico di Roma e vengono citati anche in ricettari e memorie del XVI secolo. Sono carciofi cimaroli (o mammole), la migliore varietà "romanesco" coltivata fra Ladispoli e Civitavecchia. Sono senza spine e possono essere mangiati integralmente.

Nelle campagne vicino Roma, tra Velletri e Lariano, la ‘Carciofolata alla Matticella’ è una delle ‘regine’ dei pranzi all’aperto. I carciofi ripieni di aromi vengono adagiati su un letto di brace e il nome deriva proprio dal tipo di legno usato per fare la brace: gli avanzi delle potature delle vigne.

I carciofi spinosi di Sardegna, vengono gustati crudi in pinzimonio (intingendo le foglie in olio extra-vergine, sale e aceto o limone) o in insalata (eliminando le foglie esterne). Si usano anche cotti con il tipico agnello sardo o il pesce. Si usano come primo piatto con la bottarga (uova di muggine o di tonno) o come secondo come ‘polpo e carciofi’ o con la variante ‘polpo, carciofi e patate’ (magari anche con una aggiunta di curry).

Ricette di Carciofo dal mondo

In Spagna i carciofi sono parte della tradizione soprattutto nella zona di Valencia, dove sono uno degli ingredienti della famosa Paella Valenciana. Altre ricette diffuse sono la frittata con i carciofi, lo stufato di carciofi e patate (Alcachofas Rellenas) e il pasticcio di carciofi e prosciutto.

In Grecia, soprattutto nelle isole dell’arcipelago vicino alla Turchia, è molto diffuso il piatto ‘aginares a la polita’ (Carciofi secondo lo stile di Costantinopoli) realizzato con cuori di carciofo, patate, carote e insaporito con cipolle, limone e aneto.

In tutto il Nord Africa, il Medio Oriente, la Turchia e l’Armenia, il ripieno del carciofo è fatto anche con agnello mentre le altre spezie associate riflettono la cucina locale. In Libano, per esempio, il ripieno comprende anche cipolle, pomodori, pinoli, uvetta passa, prezzemolo, mirto, aneto, pepe nero e l’immancabile menta che caratterizza tutta la cucina libanese. Una varietà vegetariana turca usa solo cipolle, carote, piselli e sale.

Mentre la Zuppa di carciofi di Gerusalemme è fatta con la radice del tubinambur che è chiamato ‘carciofo di Gerusalemme’, ed è un semplice brodo di pollo con cipolle e carciofi arricchito con menta.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti (artichokes.org/recipes-and-such), girando per internet si trovano moltissime ricette nate dalla contaminazioni di stili e usi di popoli differenti, partendo dalla tradizionale salsa di carciofi per cracker o per il pane pita. Molto diffuse sono anche tutte le varietà a base di burro con vongole e ostriche e insaporite da liquori secondo varianti dello stile cajun, un particolare gruppo etnico della Louisiana .

Di recente anche gli appassionati di cucina vegan hanno iniziato ad elaborare ricette aggiungendo latte di mandorla e spezie come curcuma, curry e zenzero.

Comunque, tutto il mondo ha imparato a conoscere i carciofi attraverso la Pizza 4 Stagioni e sul web si trovano divertenti storie di turisti che assaggiano i carciofi per la prima volta.

Usi in compagnia: bevande e cocktail di carciofo

In varie parti del mondo si usano Tisana e Te: una versione dolce è viene nella regione di Da Lat in Vietnam mentre in Messico si usa una versione più amara usando direttamente dei fiori di carciofo in acqua calda.

In Italia è famoso il Cynar, un liquore a base di carciofi (16,5% alcool) molto utilizzato come cocktail aggiungendo succo di arancia o con il nome di ‘Cin Cyn’ in Svizzera (una versione del famoso Negroni in cui si usa il Cynar al posto del Campari).

Usi terapeutici e medici del carciofo

Il carciofo è usato nella medicina naturale nel trattamento dei disturbi della cistifellea e del fegato con una forte azione depurativa. Il basso contenuto calorico e la presenza di vitamine del complesso B1 e B3 lo rende indicato nelle diete dimagranti e la scarsità di zucchero lo rende ideale per i diabetici.

Il carciofo nell'arte

E se non riusciamo ad andare a Ladispoli o a Castroville o a Bentempò, forse possiamo provare emozioni leggendo il poema del premio Nobel Pablo Neruda ‘Oda a la Alcachofa’ (‘Ode al carciofo’ parte della raccolta Odas Elementales) o lasciarci stupire dai quadri de "L'ortolana" di Vincenzo Campi e "L'estate" e "Vertumnus" di Arcimboldo.

Possiamo anche rinfrescarci nelle fontane scolpite a forma di carciofo a Napoli, Firenze e Madrid.

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I giardini di Ninfa: un caleidoscopio medievale

Giardini di Ninfa fioriscono sulle sorgenti dell’incontaminato fiume Ninfa che nasce nelle cavità carsiche delle vicine montagne, le montagne su cui si arrocca la città di Norma.

I giardini Ninfa sono una forma ‘relativamente nuova’ di vita, cominciata solo 95 anni fa dalla famiglia Caetani sulla loro proprietà che originariamente comprendeva tutto il territorio di Sermoneta. I Giardini di Ninfa, che poi sono diventati parte di una fondazione istituita dall'ultimo membro del ramo Sermoneta dei Caetani, restituiscono a un bellissimo parco alberato i resti del borgo medievale di Ninfa, abbandonato circa 500 anni fa e salvato solo dall'entusiasmo della famiglia Caetani di lasciare un'eredità di bellezza al mondo.

I Giardini di Ninfa non sono un parco naturale ma sono stati modellati sui grandi giardini d'Inghilterra. E, certamente, ci sono molte 'rose rampicanti’ e grandi alberi ben cresciuti in magnificenza con i ‘piedi’ umidi e il microclima di questa zona compresa tra la costa laziale e i Monti Lepini. L'ispirazione per giardini di Ninfa viene dalle rovine della città medievale di Ninfa con le sue torri, le chiese, strade e case.

Mentre il mio sguardo vagava verso l’alta torre fino a Norma, molto al di sopra, ho notato che le alte mura e il parapetto stanno sostenendo piante e molti piccoli arbusti. Queste rovine destinate ad essere conservate dai Caetani, ma la natura ha una sua competizione con la volontà dell'uomo. In 100 anni di tempo saranno ancora in piedi o saranno la forza delle radici delle piante e delle viti gradualmente a trasformare le mura in pietre?

Le strade di Ninfa sono state abbandonate e la strada principale è piena di quelli che ora sono cipressi giganti. Alcuni affreschi della chiesa principale sono stati salvati e sono ora protetti dalla natura nelle sale di Castello Caetani a Sermoneta .

Gli spazi aperti della città sono diventati giardini floreali, in questo momento splendenti con i fiori del melo e del ciliegio, fiori rosa e bianchi piangenti, con precoci iris bianchi e viola, i magnifici e brillanti iris gialli d’acqua, le prime rose, un paio di campanule, gli ultimi fiori delle grandi magnolie ibride e altri che sono per me un patrimonio sconosciuto.

Ciò che i visitatori cercano è l'immagine caleidoscopica di una gamma completa di colori. Eppure, il mio spirito è sollevato dagli alberi giganti e con le viti che crescono fra e vicino le antiche mura.

Mi trovo di fronte a un eucalipto gigante, è un ‘ghost gum‘ o un ‘iron bark’. Potrebbe sfidare le dimensioni di qualsiasi dei suoi fratelli in Australia. E mi sorprende che accanto a questo orgoglioso gigante vi è una foresta impenetrabile di bambù, e mi chiedo quanti sforzi devono fare per controllarla per le generazioni future.

Ovunque ci sono canali d'acqua che la portano al fiume che scorre vivacemente sotto il ponte romano e poi quello medioevale alla fine della vecchia strada principale. Vengo a sapere che questo flusso chiaro è uno dei tre fiumi del mondo in grado di ospitare una certa specie di trote, ma nessuna si fa vedere per aumentare il nostro piacere.

Se c'è un difetto in questo glorioso parco è che gli ospiti non possono muoversi liberamente, ma sono radunati in visite guidate della durata di poco più di un'ora. Per quelli di noi che amano parlare con gli alberi, condividendo la foresta con gli Ent, guardare i pochi uccelli contando i colori dei fiori, o solo guardare l'erba crescere, il nostro cuore è un po' pesante.

Per sfuggire a questo resto sempre in disparte al nostro gruppo di appassionati e furtivamente vado ad abbracciare qualcuno dei giganti del giardino.

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Sezze dalle architetture enigmatiche

E' l'inizio di aprile e siamo nella settimana delle Sagre del Carciofo in centro Italia, in particolare nel Lazio. Sul ricco suolo della pianura vicino a Latina la temperatura di 30 gradi è già quella di un inizio estate.
Stiamo guidando verso Sezze, che può essere vista da lontano impettita su una scarpata dei monti Lepini a est. La strada a zig-zag su per le colline è ovunque circondata da entrambi i lati da grandi succulento Fichi di India. Potremmo essere in Sicilia in questo giorno mite. Parcheggiamo sul bordo della città vecchia, saliamo a piedi fino Via Umberto a Palazzo Rapini e poi le nostre strade si separano: una per lavoro e l'altro per trovare una piazza con un posto libero all’ombra e, magari, trovare la Cattedrale di Santa Maria.
Imbocco la vicina strada a destra, via Fulvia, in direzione della parte alta della città, alla ricerca della inevitabile chiesa. Sono le 3:30 e la città non si è ancora svegliata dal suo riposo dopo pranzo. Ci sono pochi abitanti, e nessun turista. Stendardi blu scuro e cremisi pendono dagli edifici, forse sono i colori del Sezze, ma non c'è nessuno a cui chiedere e sicuramente nessun Internet caffè. Un cartellone annuncia che tra il 7 aprile e il 10 aprile Sezze celebra la sua Sagra di Carciofi.
Mi avvicino un grande edificio del XVII secolo che si annuncia come ‘Auditorium Comunale’ vicino all’inevitabile via Garibaldi e, un po' più avanti, all’indicazione di una chiesa' San Pietro', ma è priva di ingresso. Sono in piedi in una piazza, Piazza dei Magistris, abbastanza grande per un essere in un centro storico, ma non ci sono panchine e sembra essere semplicemente un parcheggio per gli abitanti. Così proseguo lungo il perimetro della chiesa e continuo e svolto l'angolo in Piazza Margherita.
Qui trovo una croce di legno sul muro, ma nessun segnale per l'ingresso. Dio chiama i suoi fedeli in modo strano a Sezze, forse attraverso la cruna dell'ago. La porta accanto si annuncia come Biblioteca Comunale. Accanto alla porta noto, forse per la quarta volta in questa breve passeggiata attraverso la vecchia Sezze, una targa che riporta un articolo dalla Costituzione italiana datato 2012, che mi lascia dubbi sulla ragione di questa ritardata fedeltà costituzionale a Sezze.
Alla fine della piazza trovo un piccolo parco, non erboso ma con asfalto, con sette pregiati alberi di medie dimensioni sempreverdi che non posso nominare, e una statua al centro circondata da bassi cespugli. Ma prima di selezionare una delle sei panchine di acciaio verde nel parco deserto ma piacevolmente ombreggiato, voglio ancora sbirciare nel vicolo stretto al termine del palazzo della biblioteca alla ricerca di una soluzione per l'enigma della chiesa di San Pietro ( del 1589).
Ancora non trovando una risposta immediata, mi avvicino alla statua di un uomo in ginocchio su una roccia che culla un altro uomo color rame. Le scritte mi dicono che è una statua di San Carlo di Sezze che ha vissuto fra il 1613-1670, ma è stato ricordato qui nel 2002 con le parole 'Il Comitato promotore, pongono' - un elogio interessante.
Quattro uomini giovanili si uniscono al mio 'appuntamento con gli alberi del parco' sebbene la loro gioia viene dalla condivisione di alcuni mandarini, dal fumo e dalla soddisfazione di colmare l'esigenza italiana di chiacchierare. Una campana nel campanile non ancora invisibile di San Pietro mi annuncia le quattro e mezza.
Una coppia parcheggiare in doppia fila la propria auto, spegne la radio a tutto volume e occupa la quarta panchina di fronte a me nel parco che, rapidamente, si va riempiendo. Forse questi sono gli unici posti del centro storico, ma lo rendono un po' difficile dopo un'ora o giù di lì . Forse un disegno pianificato per evitare la leggendaria troppa pigrizia dalle donne di Sezze.
Guardando indietro attraverso l'apertura della piazza posso godere di una meravigliosa vista delle più alte pendici brulle dei monti Lepini, che hanno visto poca neve durante l’inverno appena passato.
Tornando a Piazza dei Magistris, provo ogni apertura, ma singolarmente riesco a trovare il modo di salutare San Pietro e devo concludere che forse Dio ha spostato la sua sede da questo edificio a quello che non ho ancora trovato di Santa Maria.
Io sono rimasto con la possibilità data a tutti i viaggiatori in una città italiana, di entrare in un bar e prendere un caffè o una birra. Beh, sono le cinque di un insolitamente caldo giorno di primavera, il sole è ancora caldo. Torneremo a seguire la nostra ricerca ecclesiastica di Sezze e il suo centro storico, forse sorseggiando un'altra birra con il signore della bar, e magari incontrando una donna di Sezze.
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Tokyo: la libreria Morioka vende un solo libro a settimana

Il segreto dell’evoluzione è l’adattamento e il cambiamento, così il libraio Morioka di Tokyo ha aperto una nuova  libreria originale dove vende un solo libro alla volta.

“Issatsu, isshitsu”, ovvero “una stanza, un libro”, è il suo motto che nasce da riflessioni con un gruppo di creativi su come aggiornare il ruolo delle librerie nell’era digitale. Cosi mentre si digitalizza tutto il sapere e i libri si leggono sempre di più attraverso sistemi elettronici, Morioka lancia un’esperienza avvolgente da vivere attorno alla carta stampata.

Sceglie un libro a settimana e lo posiziona al centro di una stanza arredata in puro stile minimalista giapponese: pavimento in legno e cemento, mura bianche e qualche oggetto d’arte in armonia con il libro. La stanza è in uno dei quartieri più lussuosi di Tokyo, Ginza, in uno dei pochi palazzi che sopravvissero al bombardamento, all’indirizzo: Chuo-ku, Tokyo 1-28-15, Suzuki Building.

Il libro sembra una opera d’arte e così viene trattato creando eventi per una settimana. Per prima cosa i clienti possono fare domande sul testo e sull’autore e sul perché della scelta della settimana. Un po’ come accadeva anni fa con le piccole librerie in cui il libraio aveva scelto personalmente tutti i libri e si entrava in libreria per avere consigli, scambiare riflessioni e incontrare persone affini a noi. Quel modello, entrato in crisi con le vendite on line e con le grandi catene distributive, viene in questo modo recuperato portandolo ad una dimensione più alta: quella dell’arte.

Il libro torna ad essere un’opera d’arte non solo per le parole al suo interno ma anche come oggetto di culto. Morioka definisce questa idea come una “Rigenerazione dell’atomo di un libraio: una libreria con un unico libro”: una rigenerazione nata anche da una grande voglia di relazionarsi con i clienti scambiando idee, emozioni e consigli di lettura.

L’idea è geniale. Quando tutti sono abituati ad avere ogni informazione disponibile sul web, quando si perde il contatto con la carta stampata e la soglia di attenzione delle generazioni digitali diventa di pochi secondi, questa libreria dona emozioni reali.

Una “libreria slow”, dove gustare con calma il piacere di conoscere un libro e il suo autore, di scambiare lunghe riflessioni sulla lettura in un ambiente caldo ed essendo circondati da arte vera.

Una libreria originale da riproporre in ogni città e paese del mondo!

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Massimo Tizzano, pittore Kitsch

Da nord a sud, da ovest a est: questa potrebbe essere la storia del pittore Massimo Tizzano.

Massimo nasce da una famiglia che dal sud si sposta al nord, poi lui si reca ancora più a nord per raggiungere il suo maestro norvegese Odd Nerdrum, e infine qualche anno fa torna a vivere in Calabria seguendo le radici e i colori. Ha respirato l’aria di mare della Calabria, delle montagne norvegesi e della pianura padana di Padova e Bologna dove ha vissuto e studiato.

Ma il suo percorso interiore segue percorsi differenti. Seppure sia cresciuto in occidente, che lo vorrebbe un economista e un organizzatore, Massimo arriva alla pittura passando per l’oriente seguendo un percorso piuttosto originale. Suo padre era un pittore e così anche il suo padrino ma, ad un certo punto viene allontanato dall’arte.

Con tutta questa confusione di segnali, con l’università che lo pressava con temi di studio noiosi e poco stimolanti, Massimo si rifugia nello yoga e nelle arti marziali.

La cultura Zen lo forgia e gli da il senso della manualità e della concentrazione. Chi si dedica all’Aikido deve riuscire a utilizzare tutte le sue risorse fisiche, mentali e spirituali. Ci vuole grande concentrazione e una grande pratica fisica in cui le azioni si ripetono milioni di volte finché non sono totalmente assorbite e diventano parte dell’uomo. Finché non c’è più distinzione fra mente e corpo.

Dalle arti marziali Massimo Tizzano arriva tramite il maestro Norio Nagayama, alla calligrafia che in Cina e in Giappone rappresenta una alta forma di espressione artistica. Le opere dei grandi maestri del passato scritte su carta di riso, vengono incise su pietra per preservarli e lasciare che il loro insegnamento continui per le generazioni future. Occorrono anni per imparare a compiere il gesto di scrivere un ideogramma su carta in pochi secondi, anni che sono spesi anche ad imparare il significato profondo degli ideogrammi che sono rappresentativi del mondo reale.

“Non esiste un bravo pittore che non sia anche un grande calligrafo" (detto giapponese).

Dalla calligrafia nasce allora un fiume in piena e un irrefrenabile desiderio di imparare a dipingere. Basta limitazioni e confini, basta economia, ma contemplazione del mondo e della bellezza. Filosofia di vita e pittura si confondono nella passione. Anni a copiare i quadri dei maestri del passato (specialmente quelli italiani e fiamminghi del periodo compreso tra ‘400 e ‘600) per imparare le tecniche e recuperare il saper fare. Il suo spirito è quello degli apprendisti nelle botteghe d’arte.

“Bisogna fare tanto esercizio prima di poter liberare le emozioni su tela. Come i cuochi giapponesi che devono imparare a tagliare le verdure per tre anni prima di tagliare il pesce, così ho passato anni a imparare la calligrafia prima di avventurarmi nella pittura.”

Massimo inizia un quadro realizzando il telaio e preparando la tela. Prepara da solo i colori partendo dai pigmenti e concentrandosi su quello che vuole esprimere. Ma non è più solo un copista di altissimo livello. Con il suo maestro Odd Nerdrum si è avvicinato alla filosofia del Kitsch e partecipa alla rinascita positiva di questo termine troppo a lungo frainteso.

“Kitsch è un termine che si riferisce all'emozione, che nasconde significati e valori filosofici antitetici all’arte contemporanea: pathos e sentimenti, tragedia e gioia di vivere, situazioni che l’arte concettuale moderna tende a nascondere. Per me non devono esserci mediatori per arrivare al cuore dell’osservatore. Il messaggio deve essere comprensibile a tutti, deve rappresentare gli archetipi dell’uomo”.

Una persona con questa storia è un incrocio naturale di diverse culture. Esperienze che sono state assorbite e personalizzate in una espressività unica che si ritrova negli autoritratti e in quadri come le figure dei giovani samurai o nel bellissimo ‘Il cercatore’.

La mostra a Città della Pieve è stata fortemente voluta come un omaggio al Perugino, Pietro Vannucci, e ai grandi maestri del passato. Ospite eccezionale sarà il critico d’are Vittorio Sgarbi, con il quale Massimo condivide la battaglia per preservare la memoria del passato e la difesa della bellezza.

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A Città della Pieve tutto si chiama ‘Vannucci’

Tutto si chiama ‘Vannucci’ a Città della Pieve. Così anche il migliore albergo a 10 metri dal centro storico ha questo nome. Ma per chi conosce l’Inghilterra, entrare all’hotel Vannucci di Città della Pieve offre particolari emozioni.

Sono vissuta a lungo fra Chester e Londra da aver assorbito il loro spirito e quando ho varcato le soglie di questo albergo mi sono sentita due volte a casa: per lo stile e i colori inglesi con cui è arredata la hall e per la selezione italiana degli oggetti tipici. Non so definire che cosa mi ha lasciato questa sensazione: forse la scelta dei divani e la loro disposizione, i colori, il tono della luce, ma non mi ha sorpreso sapere che la proprietà è una coppia di Londra che si è innamorata di Città della Pieve tanti anni fa.

L’Hotel Vannucci fu in origine edificato nel 1887 da Re Vittorio Emanuele II con il nome di “Villa Mirafiori” e conserva ancora nella hall l'antica scala nobile in legno attraverso la quale si sale al primo piano.

E’ stato un fine settimana piovoso e così abbiamo eletto il Vannucci come ‘nostro ufficio temporaneo’ e abbiamo avuto modo di vivere una giornata in questo albergo vicino al caminetto acceso. Finito il lavoro, a tarda notte, un buon bicchiere di Sangiovese e quattro chiacchiere internazionali con il direttore.

Orlando è un italiano originario di Tricarico, la città della Basilicata famosa per il suo carnevale degli animali, che da ragazzo ha vissuto prima in Germania eppoi a Londra. Parliamo piacevolmente di scambi culturali e delle bellezze di conoscere il mondo e così inevitabilmente ci troviamo a raccontare dell’Australia e Orlando ci parla del Giappone e dei suoi tre matrimoni con la stessa donna.

Sua moglie Fumiko è giapponese e la sua famiglia è interculturale per definizione, i loro figli vivono fra culture diverse ogni giorno con gioia. Si sono conosciuti in Germania dove si sono sposati una prima volta secondo i riti e le regole del paese.

Ma la sorpresa per Orlando è stata quando è andato a conoscere la sua nuova famiglia in Giappone e si è ritrovato ad indossare il Kimono tradizionale e a vivere una seconda cerimonia nuziale nel tempio. Tutto era stato organizzato da sua moglie, che si occupa proprio di acconciature per i matrimoni giapponesi, che voleva seguire le sue tradizioni e celebrare il suo amore anche secondo le usanze giapponesi.

Il terzo e ultimo matrimonio è stato in Italia. Per chi conosce le tradizioni italiane e il calore delle persone del sud Italia (e in particolare della zona di Matera) sa che non era possibile pensare di privare la famiglia italiana del piacere di condividere la gioia della nascita di una nuova famiglia.

Una storia d’amore bellissima, raccontata con un profondo amore per la sua famiglia ma anche per il suo lavoro e per l’albergo che dirige. Grazie per la splendida serata e per l’accoglienza.

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Superbi sapori a Citta della Pieve

L’ultima volta che abbiamo visitato le colline di Città della Pieve, nell’Umbria profonda, abbiamo passeggiato lungo le vie e i vicoli su cui il Perugino camminava 500 anni fa. Questa volta abbiamo dormito all’Hotel Vannucci, leale omaggio al vero nome del Perugino.

L’ingresso è incorniciato da due imponenti pini romani, prato ben curato, alberi che aspettano di fiorire e un giardino arredato con “rocce” di vetro di colore celeste ricavate da grandi blocchi. E’ sufficiente dire che l’hotel ha tutte le caratteristiche di una signorile casa di campagna (quello che era in precedenza). Il salotto ha grandi soffici divani e un camino che riscalda il cuore.

Quando arriva l’ora di pranzo c’è da scegliere fra una varietà di diversi ristoranti a Città della Pieve, compreso quello dell’hotel, ma bisogna essere sicuri di fare la scelta giusta per poter vivere una vera esperienza Umbra. Abbiamo scelto il Ristorante Silvana.

Questa è la Val di Chiana (dal nome del fiume locale), l’area della carne Chianina, la migliore italiana. Era una giornata ventosa e, con i nostri scialli e cappotti che volavano con il vento, siamo arrivati a Piazza Matteotti. Proprio vicino la Chiesa del Gesù c’è un arco e un vicolo nascosto. Siamo entrati nel vicolo e senza esserne consapevoli siamo arrivati di fronte al Ristorante Silvana.

Siamo entrati attraverso una porta tradizionale da una apertura che forse è rimasta inalterata dal tempo in cui la chiesa è stata costruita alcune centinaia di anni fa. All’interno del ristorante si respira una intrigante aria di passato e il restauro del locale ha rispettato l’architettura originale dell’edificio antico. E’ esattamente quello che ti aspetti da un tradizionale ristorante umbro nel centro storico: mattoncini e soffitto con travi in legno.

Ci siamo seduti vicino ad un grande camino con la fiamma in un angolo ottimo per scaldare gli ospiti e, più importante, per alimentare la brace per la cottura dei cibi. E’ stato interessante osservare come veniva alimentato il camino. I pezzi di legno, ognuno lungo quasi un metro, venivano accuratamente lanciati sulla pira da un lato del camino ad una distanza di qualche metro dalla fiamma.

Silvana e suo figlio Manuel sono le forze che stanno dietro il successo di questo tradizionale ristorante umbro, preparano la pasta in casa e selezionano con cura erbe locali e la carne da offrire ai clienti.

Ogni cosa è fresca e di stagione e Manuel ci guida nella giusta scelta in sintonia con i nostri gusti. Abbiamo mancato di provare le doti di Manuel con la brace, ma abbiamo dato una opportunità alla cucina di provare le sue capacità scegliendo una pasta con carciofi e funghi e un piatto di “pici all’aglione” (la varietà locale di aglio).

I pici sono la pasta locale fatta a mano con farina e acqua che viene fatta direttamente la mattina prima del pranzo. Come secondo, uno di noi ha provato il coniglio grigliato, che ha annunciato il suo arrivo con un piacevole profumo seguito da un sapore che si combinava meravigliosamente.

Il suo potere sui miei sensi è stato interrotto solo dalle continue richieste di assaggio da parte dei miei amici di tavola. Come sempre ci siamo affidati al nostro ospite che ha selezionato il vino della casa, un sangiovese con merlot (non proprio un chianti) per il nostro piacere. Possiamo attestare che la reputazione di Silvana e Manuel rispetta le tradizioni: i sapori sono incredibili, il calore dell’attenzione e la qualità del cibo sono eccellenti.

Sarà interessante tornare in estate ad assaggiare le molte varietà di verdure locali che crescono nella campagna e nelle famose colline di Città della Pieve.

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Il Felcino: cavalcare in Umbria

Stavamo guidando lungo una strada sterrata nella pioggia cercando aree per cavalcare in Umbria. In un’area a confine fra Umbria, Toscana e Lazio ci siamo ritrovati nel mezzo del nulla in quello che un tempo era il Ducato di Salci.

Siamo passati attraverso uno stretto arco fra mura merlate e ci siamo ritrovati un una piazza rettangolare circondata da edifici. Questa era il centro del Ducato di Salci abbandonato totalmente da almeno 20 anni, da quando l’ultimo residente, il prete della chiesa di San Leonardo, è passato a miglior vita. E’ tutto in vendita e i cittadini di Città della Pieve sperano che si faccia avanti qualcuno che lo riporti all’antica gloria.

Alcuni chilometri oltre la strada sterrata e dopo esserci ricollegati alla strada per Fabro, siamo arrivati all’Agriturismo Il Felcino, una proprietà di circa 80 ettari conosciuta per le sue strutture equestri e per la varietà di passeggiate a cavallo che si possono fare in Umbria. E’ un centro regionale e ci sono ippovie che attraversano boschi, campagne e aree archeologiche.

Abbiamo guadato il torrente che scorre attraverso un piccolo sbarramento in cemento e siamo arrivati alle scuderie interne, idonee per circa 25 cavalli, e dotate di un campo di esercizio al coperto (ideale per questa giornata invernale umida).

La scelta del tempo è stata perfetta. I cavalli del centro vanno da un piccolo pony albino fino ad un grande Frisone “Bucefaliano”, una razza che originaria del nord dell’Olanda, dall’area Friesland. Questo grande cavallo di circa 1,80 al garrese aveva il tradizionale colore nero con una sola piccola stella appena visibile sulla fronte.

Questa razza si è sviluppata dai tempi dei Romani ed era conosciuta per la maneggevolezza durante le battaglie (per questo ho fatto riferimento al grande cavallo di Alessandro Magno).

Osservare questo Frisone mentre veniva cavalcato è stata una vera esperienza meravigliosa. La grazia di questo grande cavallo di appena 4 anni è stata più che impressionante, con una splendida andatura sia nel trotto lento che in quello veloce. Vedere questo cavallo galoppare nella campagna è ancora un sogno.

 

Siamo tornati al ristorante Il Felcino per pranzo, notando che il cuore di questo luogo è l’allevamento di Chianina, la bianca bestia dell’Umbria e dei dintorni sin dal tempo degli Etruschi. Le zuppe di verdure per la cucina crescono tutte nell’orto della fattoria.

Mente noi abbiamo scelto le zuppe locali e le salsicce fatte in casa con verdure grigliate, gli altri commensali avevano programmato un vero “pranzo della domenica”. Ho osservato con attenzione Giusy che cucinava un taglio di Fiorentina spesso quasi 4 centimetri.

La scelta della giusta brace è il segreto della cottura: dopo aver pazientemente selezionato i giusti tizzoni per ‘sigillare’ immediatamente il sapore della carne su un lato, il secondo ha bisogno di una brace meno potente. La bistecca (per quattro persone) è stata poi tagliata, per mostrare il cuore “al sangue”, eppoi ricomposta per essere servita ai commensali felici.

Tornando al mio del pranzo, non ho sofferto molto di gelosia è ho goduto del piacere di un delicato vino rosso della casa. La prossima volta abbiamo intenzione di trascorrere qui la notte così da prolungare il piacere del pranzo fino a sera senza la pressione dei seppur brevi 90 minuti di guida per tornare a Roma.

Il Felcino è particolarmente adatto per soggiorni di famiglie con appartamenti spaziosi in stile umbro - toscano.

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