Bellezza nella vita e Arte a Santa Scolastica

Guidando sulle colline prima di Subiaco, appena passata la Villa di Nerone di cui rimane molto poco, si raggiunge il Monastero di Santa Scolastica, in onore della sorella di San Benedetto.

E’ uno dei 12 monasteri fondati da San Benedetto da Norcia a Subiaco, e il più vicino a quello di San Clemente, più in alto sul Monte Taleo, dove Benedetto ha vissuto per tre anni.

La dimensione e la magnificenza di questo monastero è confermata anche da alcune delle originali pietre lavorate che devono ringraziare, inavvertitamente, il famoso imperatore provenendo dalla sua villa.

Il giro dell’abbazia mi porta indietro nel tempo confrontando la perfezione di oggi del complesso, impeccabilmente riparato dai danni del bombardamento 1944, alla tragedia che ha condiviso con altri monasteri di San Benedetto.

Ci sono tre diversi periodi architettonici di questa abbazia che ospita 20 monaci, per un celibato a 5 stelle in una vita scandita dalla pace e dalla bellezza.

Visivamente la parte più vecchia è quella costruita dopo l’arrivo ‘non gradito’ di Unni e Saraceni nel IX e X secolo. Nel 1052, all’incirca, è stato eretto il magnifico campanile romanico, posto in un angolo del chiostro con i suoi inconfondibili lavori in pietra dei cosmateschi.

Eravamo venuti per visitare il monastero di Santa Scolastica e il nostro obiettivo era di partecipare ad un seminario sulla Bellezza nella vita e nell’arte. Comunque, per prima cosa è stato pertinente considerare l’ambiente in cui era ospitato questo evento.

La chiesa del 1770, disegnata da Giacomo Quarenghi, è più recente del resto del monastero ed è un progetto neo-classico. La guida ci riferisce che i ‘potenti’ di allora erano meno entusiasti del progetto di Quarenghi di quanto lui avrebbe voluto e che la chiesa attuale è stata ultimata da altri architetti.

Nel mentre Quarenghi soggiornava in Russia. Da notare che Quarenghi è descritto come ‘l’ultimo grande architetto Italiano’ arrivato a San Pietroburgo dove ha promosso l’architettura Palladiana ‘par excellence’.

Quando ho capito questo, è diventato chiaro da dove Quarenghi ha ricevuto l’ispirazione per la chiesa di Santa Scolastica.

Apparentemente, un po’ prima, deve aver ricevuto una copia del trattato di architettura di Palladio (pubblicato esattamente due secoli prima di questo progetto) ‘Quattro Libri d’Architettura’, e il disegno di questa chiesa potrebbe essere stato un suo esempio di una lezione da Palladio.

Se questa sia la bellezza nella vita lo giudica solo l’osservatore.

La storica chiesa dell’abbazia era totalmente gremita ‘packed to the gunwales’ con una elegante presenza di accademici, storici, e monaci e suore di clausura di Subiaco.

Mi sono ritrovato seduto sulle sedie del coro, alla fine della seconda fila, e guardavo la schiena degli oratori.

Di fronte a me sedevano sei suore che coprivano l’intero spettro dell’età e delle razze umane, la più anziana appariva centenaria.

Avendo solo una descrizione verbale dei quadri presentati dall’eminente direttore dei Musei Vaticani, mi sono concentrato sulle mie riflessioni sulla bellezza.

Il mio primo pensiero era che la bellezza è un concetto totalmente qualitativo senza misure fuori dall’esperienza personale e analisi comparativa con altri, similmente affascinati da un particolare esempio di ‘bellezza’.

Allora che cosa è oggettivamente?

Forse è la riposta integrata alla reazione dei segnali dei nostri sensi.

Non è la perfezione, come alcuni sostengono, dal momento che la grande bellezza nel paesaggio e negli esseri umani inevitabilmente si scontra con la definizione che ‘ solo Dio può creare la perfezione’ (e Lui non ci ha lasciato alcun segreto). Ma la bellezza sembra essere disegnata su un equilibrio, un semplice equilibrio fra impatti visuali.

Ciò nonostante, sostengo che la bellezza per un uomo cieco potrebbe essere la canzone di un uccello, la brezza che sussurra fra gli alberi, o il suono di un’aria di Puccini cantata con ‘assoluta’ perfezione.

Che ruolo ha il cervello in questa risposta? C’è una connessione con il cuore, ed è questo il modo in cui nascono le nostre emozioni quando ci confrontiamo con qualcosa vicino alla ‘grande bellezza’?

Forse la connessione fra la mente e il cuore dona all’umanità l’opportunità di comprendere la bellezza, e per questo riempie di gioia la nostra anima.

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La storia del narratore del Museo delle Macchine per Scrivere, Ebraico e Diocesano

Natale Pagano è una veramente persona speciale. Come ha potuto realizzare un Museo della Macchina per Scrivere a Trani? Che cosa lo rende speciale?

Il 21 Aprile 2016 è un giorno speciale che fa di Trani, la capitale della Puglia prima dell’interferenza di Napoleone, un Posto Speciale.

E’ il giorno dell’inaugurazione del Polo Museale, una strana congiunzione fra il Museo dell’Archidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie-Nazareth, il Museo delle Macchine da Scrivere, e il Museo Storico Ebraico nella Sinagoga Scolagrande meglio nota come Sant’Anna.

Questo giorno è anche il compleanno della fondatrice di Energitismo, Claudia Bettiol. Che cosa hanno in comune questi fatti?

Un elemento che rende ‘speciale’ una persona è la dedizione al risultato, l’anelito di vedere il suo raggiungimento e di arrivare al più alto livello possibile di eccellenza.

Natalino Pagano e la sua squadra lo hanno raggiunto nella creazione del Museo delle Macchine per Scrivere, che racconta la storia completa delle macchine da scrivere e delle sue molte varianti dalla sua creazione nel 1873 fino ai giorni nostri. Nascita, vita e morte delle macchine che hanno rivoluzionato la corrispondenza.

Nel far questo ha evidenziato i tre requisiti per il successo – Non Mollare, Non Mollare, Non Mollare.


Il secondo elemento è la passione. Abbiamo ascoltato all’inaugurazione Natale raccontare dal suo cuore la sua storia e la gioia nella costruzione di questo museo della tecnologia, della sua devozione per Adriano Olivetti, un imprenditore con il quale ha condiviso la passione della creazione.

Il terzo elemento è il lavoro di squadra. Mentre un maestro ha un ruolo chiave nella creazione del suo capolavoro, i collaboratori sono essenziali nel suo cammino verso il successo, ma non sempre questi sono ricordati con l’amore e il rispetto che Natalino Pagano ha avuto nel suo discorso inaugurale.

Ha condiviso la gioia del palco con la sua compagna Isabella, la sua anima e devota collaboratrice. La professionalità del team del museo nella organizzazione, direzione e gestione di questo perfetto evento inaugurale ha dimostrato il rispetto che il gruppo ha per il suo leader, qualcosa che si verifica solo quando c’è rispetto da ambo le parti.

Il quarto elemento di una persona speciale è la sua abilità nel creare una sinergia fra persone che normalmente non andrebbero d’accordo.

In questo giorno gli ospiti d’onore sul palco e in platea sono venuti da sei percorsi di vita diversi. Protagonisti nel commercio, nel clero, militari, civili, politici e giudiziari, tutti hanno condiviso il calore della creazione di un inaspettato Polo Museale, la combinazione di un museo ecclesiale con un museo tecnologico, tutto creando nuove forme d’arte.

Certamente questa era l’ambizione. La fondazione che ha avviato l’unione di questi musei è la Fondazione SECA (Scripturae Evolutio cum Arte).

Il quinto elemento di questo pentagono delle ‘persone speciali’ è il ‘cameratismo’, la gioia di condividere con tutti i momenti di successo, di creare situazioni dove le persone che arrivano da diversi percorsi di vita si sentano accolte.

Dove si creano nuovi amici e nuove opportunità per collaborare, dove i risultati sono potenziati dal potere di due o più che si uniscono per uno raggiungere uno scopo.

Natale Pagano è già stato insignito dallo Stato Italiano come Cavaliere della Repubblica per essere una persona molto speciale.

Ma in sostanza, che cosa condividono Natale Pagano e Claudia Bettiol? In questi cinque elementi che definiscono una persona speciale, Natalino ha condensato la visione che Claudia aveva quando ha definito la mission di Energitismo – trovare Persone Speciali in Luoghi Special.

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Colle di Fuori: la chiesa che non ti aspetti

Osservando il panorama da Rocca Priora, il paese più alto dei Castelli Romani, si scorge tra due lembi di terra un piccolo insediamento urbano dominato da una insolita chiesa con un alto campanile che ci lascia la sensazione di essere in un paesaggio alpino.

E invece no, ci troviamo a Colle di Fuori piccola frazione di Rocca Priora ad una ventina di chilometri da Roma.

Oggi Colle di Fuori è un piccolo centro, una borgata rurale costituito da case di una o due piani circondate da vigneti e frutteti che si nasconde fra le pieghe delle montagne dei colli laziali. Per arrivare in questo borgo bisogna percorrere la strada che dal casello di San Cesareo porta al paese stesso.

E proprio percorrendo questa via che riusciamo ad osservare da vicino la Chiesa simbolo del paese, nata per volere dell'allora vescovo della diocesi tuscolana Michele Lega che nel 1929 si recò in visita nel piccolo villaggio.

In quel tempo Colle di Fuori era solo un gruppo di capanne di contadini che da Capranica Prenestina si stabilirono in questi luoghi .

La prima pietra, su progetto dell'ingegner Carlo Strocchi, fu posta il 24 agosto del 1930 durante una solenne cerimonia alla fine della quale il vescovo pose una pergamena, firmata da tutte le autorità presenti, in un tubo di piombo a sua volta fu inserito in una cassetta di pietra sotto le fondazioni della chiesa.

Per osservarla da vicino si passa per la piazza del paese, dove troverete sempre cittadini che incuriositi dal vostro passaggio non perderanno l'occasione di intercettare il vostro cammino e di narrarvi la storia di un piccolo ma importante monumento simbolo di un paese che nasce.

Il declivio naturale del terreno accoglie la Chiesa e sottolinea ancor di più il suo prospetto principale caratterizzato dalla mole dell'alto campanile da cui si accede direttamente all’interno della chiesa.

L’imponenza dell’edificio è alleggerita da lunghe feritoie su ogni lato del campanile e dalla presenza di due piccoli porticati che incorniciano il portale ligneo di ingresso.

Lo sguardo corre attraverso l'unica navata verso la profonda abside,nella quale è posta la Madonna del Buon Consiglio a cui la Chiesa è dedicata. La luce penetra attraverso le vetrate colorate che disegnano i prospetti laterali e ci ricordano con immagini e simbolismi la vita di Cristo.

Camminando, non si può non notare il disegno del pavimento articolato in lastre di marmo e mattone di gress e ancora procedendo verso il presbiterio, rialzato rispetto al piano dell'unica navata, troviamo un altro elemento insolito la cui bellezza non può sfuggire neanche all'occhio più disattento.

L’altare è un paliotto ornato con stucchi dorati su sfondo bianco con lo stemma Bernardiano, intrecci vegetali e un’ancona con due colonne corinzie che sorreggono una trabeazione.

Questo altare era precedentemente ubicato a Villa Mondragone, oggi sede di rappresentanza dell’Università di Tor Vergata, e donato dai Padri Gesuiti in occasione della cessione della villa all’Università.

Tanto basta per essere invogliati a percorrere la strada che porta al piccolo borgo e che tante sorprese riserva a chi come me ama la storia e l'unicità di luoghi sconosciuti ai più.

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Ci vediamo al Foro di Palestrina

Palestrina è una enigmatica città vicino Roma dove letteralmente si cammina dentro una storia millenaria.
Pochi giorni fa è stata riaperta una parte dell’antico Foro di Palestrina per ridonarlo alla città proprio come un moderno ‘Foro’. Un gioco di specchi storici di estrema suggestione in cui forse ci si ritrova a vivere le stesse emozioni di due millenni fa.

Una sensazione che mi ha fatto sentire i brividi nel profondo.

Passeggiare fra le antiche mura, ascoltare i discorsi dei ‘reggenti del paese’, assaporare un aperitivo nel grande cortile del foro e ritrovare le bellezze del passato con un gioco di luci, che proiettava i mosaici sul pavimento, mi ha fatto sentire come se la storia di duemila anni non fosse esistita.

Eravamo tutti lì e continuavamo a sentire la vita della comunità di Palestrina che palpitava. Il centro che torna alla città, e dalla città ai cittadini, proprio come un moderno Foro di Palestrina con una sala conferenze e un luogo di incontri culturali e sociali. Viene così recuperato non solo il luogo architettonico ma anche quello sociale, ancora più importante per dimostrare la vitalità di questa città moderna e antica.

Quando guardiamo al passato spesso ci immaginiamo persone serie, tutte comprese nelle grandi gesta che leggiamo nei libri di storia e ci dimentichiamo gli aspetti quotidiani della loro vita. Il Foro, la Basilica e le terme erano luoghi sociali. Qui avveniva di tutto, dallo svago alla giustizia, dal mercato ai divertimenti.

E cosa c’è di più emozionante di assaporare un bicchiere di vino fra gli imponenti resti di questo foro, in mezzo a persone che provavano il tuo stesso stupore? E cosa c’è di più incredibile che vedere il retro delle pareti della cattedrale di Sant’Agapito che ancora mostrano le colonne del Foro di Palestrina e di un tempio dedicato a Giove?

Eravamo arrivati nel pomeriggio per visitare il Tempio della Fortuna Primigenia e il Museo Archeologico a Palazzo Barberini e subito abbiamo capito che non avremo mai fatto in tempo a fare tutto quello che ci eravamo prefissi.

Ovunque si poteva sentire la concitazione e l’eccitazione per quello che stava accadendo.

Alla biglietteria del museo subito una gentilissima addetta ci ha informato che alle sei avrebbe lasciato il suo posto per andare a prendere parte alla inaugurazione e ci ha consigliato di non perdere l’evento atteso da oltre 10 anni.

Discendendo le scalinate laterali, una volta parte del tempio e oggi centro storico di Palestrina, ci siamo imbattuti in eleganti signore di una certa età che si stavano preparando per andare alla inaugurazione. Ovunque risuonavano voci e parole che richiamavano la nuova apertura del Foro.

Siamo stati fortunati: siamo arrivati in tempo e abbiamo trovato posto a sedere. Ma il brusio delle centinaia di persone in piedi nella sala e nel cortile laterale impedivano di sentire la storia di questo particolare intervento di recupero. Vado a memoria di quello che ho capito.

Per molti secoli questo edificio era appartenuto alla diocesi vescovile che lo aveva adattato alle proprie necessità, realizzando stanze per i seminaristi. Non esistevano piante e quando gli architetti decisero di intervenire, il loro progetto si era basato su un paio di stampe di epoca barocca.

La verità è stata un’altra e appena iniziati i lavori si è capito che le stampe non corrispondevano alla reale situazione e i progettisti si sono trovati davanti a scelte. Da qui i dubbi su quale strada percorrere. Tutto l’edificio era parte integrante della storia millenaria della città ma la decisione era quale storia far prevalere: la storia romana o quella medioevale?

E’ stato scelto di investigare su quella romana e, per demolire alcuni muri, sono stati effettuati arditi interventi di consolidamento murario a base di fibre di carbonio e resine. Finché tutto il lavoro non è stato premiato con la scoperta di una antica abside, scavata nella roccia, alla cui base si trovava il mosaico del Nilo oggi visibile a Palazzo Barberini. Oggi i colori di questo mosaico rivivono con un gioco di luci che proietta il disegno nel luogo in cui si trovava.

Che strana la storia passata e chissà cosa resterà di quella che stiamo scrivendo. Questo Foro di Palestrina, dimenticato per anni, depredato di marmi e rivestimenti, poi usato come cantine dai Barberini, poi diventato seminario vescovile e infine gestito dalla Soprintendenza che lo ha portato a nuova vita e donato alla città come un nuovo Foro di Palestrina.

E in questa vicenda, un ruolo insolito lo giocano i bombardamenti della seconda guerra mondiale che distruggono molte case del centro e riportano in luce i resti romani sui quali erano state edificate le abitazioni. In una area proprio sul retro della chiesa è ancora visibile l’effetto di una di queste bombe, che aveva colpito quello che allora era il Museo di Palestrina, .

Il luogo è magico, l’atmosfera era partecipata e quando il sindaco ha dato la cittadinanza onoraria alla direttrice Sandra Gatti per ringraziarla del lavoro svolto in tutti questi anni, l’applauso del pubblico è stato forte e potente.

Penso che tornerò a prendere parte della vita del Foro e penso che questo recupero architettonico entrerà a far parte della storia dell’architettura per la grande sensibilità con cui moderno e antico sono messi a confronto in un dialogo semplice, elegante e coinvolgente. Auguri Palestrina e auguri a Sandra Gatti, l'architetto Roberto Pingi e i loro gruppi.

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Può un direttore esterno aiutare le piccole imprese tecnologiche?

Un direttore esterno può aiutare una piccola impresa tecnologica quando questa si quota in borsa
C’è una grande differenza fra un piccola e una grande impresa in termini di strutture di risorse.
Una piccola impresa ha una struttura manageriale piatta, che normalmente coinvolge membri della famiglia e in particolare i fondatori e le generazioni successive. L’operatività dell’impresa è basata su un comportamento collegiale, sul team building, sul rispetto per la inventiva e la dedizione dei fondatori.
Cosa accade quanto una di queste imprese cerca finanziamenti in borsa e entra nelle profondità dei regolamenti delle imprese quotate e della borsa? Nella maggior parte dei casi la cultura delle PMI viene soffocata e cambia la cultura mano a mano che amministratori esterni esercitano la loro influenza (sul mandato degli azionisti indipendenti).
Queste persone sono normalmente dei direttori professionali con poca esperienza della cultura delle PMI e spesso non capiscono il prodotto o il mercato che è stato creato o quelli di riferimento dell’impresa. In troppi esempi i fondatori sono stati ’messi da parte’ e manager e commercialisti professionisti diventano i protagonisti dell’impresa. In questa situazione il valore della leadership tecnica è annientato in quanto il ruolo della squadra di tecnici cambia da protagonista a servitore.
Come è potuto accadere tutto questo? Le regole della borsa giocano un ruolo importante in quanto in borsa sono messe a listino società di ogni dimensione. Il costo minimo per essere una compagnia quotata in borsa è di €400.000 (AUD 600.000) per anno. Questo comprende i costi del consiglio di amministrazione, dei revisori esterni, consigli e spese legali, risorse aggiuntive per la contabilità, la promozione nei mercati e le spese di viaggio. Un ruolo chiave del consiglio di amministrazione è di massimizzare i profitti della impresa a vantaggio degli azionisti.
Quindi la prima attività non appena si entra nel listino azionario è quella di aumentare i costi. DI conseguenza aumenta la pressione per ridurre i costi sul management originario e per portare nuovi prodotti sul mercato prima che siano credibili. Agli occhi di molti direttori esterni, il cuore dello staff non è più una risorsa per crescere ma un costo eliminabile. Presto nasce un conflitto fra il consiglio di amministrazione e il management, e l’esperienza e la pratica dei fondatori si perde in esercizi di diritto all’interno del consiglio di amministrazione – di impiegare e licenziare il CEO.
Perché è necessaria questa distruzione? Non lo è, ma avviene più spesso di quanto si immagini, e le varie borse del mondo sono piene di migliaia di imprese in bancarotta di quelle che un tempo erano buone imprese tecnologiche e di quelle che dovevano portare sul mercato prodotti tecnologicamente rivoluzionari. Spesso la distruzione è dovuta all’ignoranza su entrambe le parti dell’equazione. Altre volte è un gioco di potere, spesso di avvocati ‘frustrati’ la cui formazione non gli aveva fornito sufficienti basi per condurre imprese. Ma guardiamo l’altra parte della medaglia e rivolgiamo l’attenzione al direttore con esperienza che si era unito a consiglio di amministrazione con buone intenzioni e con il desiderio di dare un contributo positivo.
Il principale fattore che deve essere ricordato è che un amministratore esterno dovrebbe ricordare è che il fondatore è incapace o non riesce a cambiare. Questo non è necessariamente un male, in quanto il successo dell’impresa è stato il risultato della guida del fondatore(i). così migliorando le prestazioni dell’impresa può capitare che un direttore esterno si possa unire al team tecnico, mostrare rispetto per i contributi della squadra, imparare il business e conseguentemente sviluppare fiducia nel core staff. Questioni come la preparazione per la successione e nuovi appuntamenti executive devono essere affrontati con attenzione per prevenire le paure della perdita fra i fondatori, che probabilmente sono anche degli azionisti sostanziali e quindi una potenziale forza disruttiva nel mercato degli investimenti. Questa è una sfida a medio termine.
Un altro importante servizio di un direttore esterno con esperienza è quello di dare consigli sui costi e le sfide di portare un nuovo prodotto sul mercato, e nell’evitare diversificazioni i quando il flusso di cassa non è assicurato. In aggiunta, una testa saggia può dare consigli se i debiti finanziari sono appropriati per la crescita.
Quindi, soprattutto, un direttore esterno non deve cercare di iniettare la cultura delle grandi imprese nello staff tecnico di una piccola impresa. Questo sarebbe certamente un metodo per far fallire le imprese. Certamente, molti intraprendenti direttori con buona parlantina hanno aumentato il valore delle azioni di imprese tecnologiche nel mercato, con una promozione regular sui mercati seguita da iniezioni di capitale, ad un tale livello dove l’impresa non può raggiungere i risultati di ritorno promessi.
La loro soluzioni sono o di iniettare altri prodotti nel tentativo di inserire una presa o di modificare il modello di business per una valutazione più bassa. Alla fine il consiglio di amministrazione soffre la non dignità di vedere sparire il valore delle azioni quando la ‘barca torna in porto’. Nel frattempo questi pilastri del successo del mercato si spostano sulla loro prossima avventura. Per non molti di loro i ‘peccati’ del passato appaiono sui CV per il futuro.
Di sicuro un ruolo chiave degli istituti dei direttori di imprese potrebbe essere quello di valutar le prestazioni dei direttori e la loro adattabilità per le differenti categorie di impresa, prendendo nota in particolare dei successi e dei fallimenti.

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Un'aquila d’oro dal tesoro sommerso di Atocha

Trovare un tesoro sommerso è il sogno di molti ragazzi e bucanieri.

Il sogno di Mel e Deo Fisher è diventato realtà quando nel 1985, dopo 16 anni di ricerche, hanno scoperto, sepolto nella sabbia vicino il relitto sommerso del galeone spagnolo 'Atocha', 13.500 carati di smeraldi provenienti dalle leggendarie miniere di Muzo in Colombia.

Dopo il recupero del tesoro sommerso, sepolto per oltre 360 anni, il secondo smeraldo più grande è stato battezzato con il nome di Atocha Star. Alcuni anni più tardi Deo ha fatto tagliare lo smeraldo che è passato dai 26 carati grezzi a una magnifica gemma di 12.72 carati, in cui ha visto la vita riflessa.

L'allegoria del tesoro sommerso ha avuto un altro percorso. Ron Shore, un uomo con la passione per la caccia al tesoro, ha avuto l’idea della più grande Caccia al Tesoro: la ricerca dell'Aquila reale. Il suo sogno era quello di creare una Aquila Maltese in oro massiccio, la più grande del suo genere in tutto il mondo, una squisita opera d'arte di enorme valore, un pezzo assolutamente unico da collezione. La sfida gli era nata dalla tragedia quando la cognata era morta di cancro al seno. La sfida era di creare questa aquila reale e di promuoverla come una scultura in oro.

Così aveva bisogno dei migliori scultori e orafi del mondo e li ha trovati. Ha trascorso quattro anni e migliaia di ore di ricerca e di sperimentazione prima che l'aquila allargasse le sue ali. Ha dovuto affrontare e superare tre ostacoli.

La struttura e la colata dell’Aquila Maltese con oltre 8 kg di oro di varia caratura, come oro 14 carati per il becco su una testa in oro bianco 18 carati, sono stati affrontati e superati da Kevin Peters, uno scultore di grande fama le cui opere sono esposti nelle gallerie più prestigiose e reali. Sono stati creati due stampi di fusione a cera persa durante un periodo di sei mesi, e il primo è stato sperimentato con l’argento.

Coloro che conoscono la fusione in bronzo sapranno comprendere la sfida di lavorare con oro di diversi carati. Per tutti gli altri, il processo si è svolto in 10 fasi ed è stato un tour de force tecnologico e artistico. Gli errori tecnici riscontrati nella fusione d'argento sono stati rettificate e la perfetta aquila d'oro è stata colata e rifinita.

Il secondo ostacolo è stato quello di decorare l’orgogliosa testa dell'aquila con diamanti per ricreare gli occhi attraverso i quali l'aquila comanda il mondo. Lewis Court è stato per molto tempo un allievo del grande argentiere Norman Brassant. Lewis ha accettato questa sfida e ha inserito due diamanti a forma di pera abbinati di 1,1 carati per gli occhi e ha poi decorato la testa in oro bianco dell’aquila con 763 diamanti per un totale di 56 carati.

Il terzo ostacolo è stato quello di cercare una magnifica gemma che provenisse da un tesoro sommerso. E Deo Fisher ha offerto il suo verde smeraldo Atocha Star, che ora è incastonato sotto la tutela di questa Aquila Maltese.

Questo tesoro, questa magnifica bellezza creato da tragedie storiche e recenti, è una vera favola della vita moderna. L'oro massiccio dell’Aquila Maltese non è un tesoro che chiunque può acquistare. Il suo valore di è stato stimato in oltre 6 milioni di dollari. Il suo fascino speciale è destinato ad un collezionista che capisce il valore di tale meraviglioso talento artistico oltre al valore intrinseco del prezioso oro, dei diamanti e dello smeraldo Atocha Star.

Per investitore seri interessati all'arte, l'aquila reale può essere vista previo accordo con Jon Fathom nella sua galleria, Fathomstone, a Whistler in British Columbia o contattando l'autore

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Cafi e Santa Chiara, la Galleria del Vetro di Murano

La storia artistica di Santa Chiara, la famosa Galleria del Vetro di Murano, è strettamente legata a ‘Cafi’ (Ion Cafadaru) che ha speso quattro anni a progettare ed eseguire la sua ricostruzione.

La ex chiesa di Santa Chiara è appena stata recuperata e già è diventata un punto di ritrovo di famosi artigiani del vetro e una importante galleria del vetro di Murano dove turisti e viaggiatori possono comprendere l’arte del vetro e acquistare alcuni dei migliori esempi di creazioni artistiche.

Quattro anni fa, quando la famiglia Belluardo la ha acquistata, il suo recupero sembrava una operazione impossibile. Il tetto era crollato in un incendio e la sua collocazione al centro dell’isola di Murano rendeva pressoché impossibile l’organizzazione dei lavori di restauro.

Le grandi capriate di Santa Chiara dovevano essere sostituite e non vi erano mezzi (gru) che potevano aiutare nella loro posa. Come sempre la differenza la fa l’uomo e il suo amore, e Cafi è stato capace di coordinare un gruppo e di eseguire personalmente i lavori usando arditi sistemi di carrucole.

La storia di Cafi è quella di un uomo destinato a diventare un artista. Dice di non esserlo ancora ma noi possiamo vedere le sue realizzazioni e giudicare da soli.

Ho iniziato con scuole tecniche e ho studiato finanza all’università. Allora c’era ancora il regime comunista e non avevamo problemi di dover cercare lavoro. Il regime si prendeva cura del nostro futuro.

Caduto il muro di Berlino si ritrova libero ma con l’impegno di doversi inventare un futuro. Il destino lo porta a lavorare nelle vetrate artistiche e apre una società a Bucarest con un suo amico. Il boom economico e la vita in città gli regalano anni splendidi finché non conosce la moglie italiana e il dubbio di dove vivere. Vincono le donne e arriva a Venezia.

Lo stile italiano è una novità, gli architetti hanno altro stile ed esigenze e Cafi riprendere gli studi e questa volta, finalmente, frequenta una scuola d’arte: il corso per “Restauratori di beni culturali” a Padova.

Quando arriva Santa Chiara, Cafi è pronto come esperienza professionale e preparazione artistica per quella che è una sfida con cui tutti gli artisti vorrebbero misurarsi. Operare in un ambiente storico rispettandone il passato ma inserendo esigenze moderne. Far compenetrare passato e futuro, segni del tempo stratificati nei secoli, per creare uno stile unico e inconfondibile.

Cafi ha iniziato da subito a raccogliere fotografie e materiale per il suo blog sui lavori e per un futuro libro che racconterà la storia del recupero della ex chiesa e delle sfide tecniche e artistiche che il suo gruppo ha dovuto superare.

Entrare oggi in Santa Chiara significa trovarsi in un ambiente unico, con una sua personalità inconfondibile, che richiama Venezia e la sua storia ma che ha un dialogo moderno con i visitatori. Dove magnifici lampadari classici sanno dialogare anche con arredi moderni e dove artisti di oggi creano le opere di domani.

Santa Chiara è nata nel 1200 come chiesa, poi trasformata in una fabbrica del vetro ed ora completamente restaurata in una galleria d’arte del vetro.

Un moderno ‘Tempio del Vetro’, una galleria dove è possibile vedere diversi artigiani all’opera che lavorano secondo tecniche diverse: dal vetro soffiato alle tecniche a lume, dall’incisione alla doratura. Il visitatore può così entrare in diretto contatto con chi lavora e imparare a riconoscere la qualità delle opere in vetro di Murano.

Un luogo dove incontrare i protagonisti dell’arte del vetro e scambiare quattro chiacchiere in un ambiente confortevole in spazi studiati per educare divertendo. Un luogo dove sentire dalla viva voce di Cafi le meraviglie di questo posto.

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Rappresentazioni di Pasqua: i ‘Quadri Viventi’

Fra le più suggestive manifestazioni dei giorni di Pasqua in Umbria, i ‘Quadri viventi’ di Città della Pieve meritano certamente una menzione.
Un gruppo di figuranti del Terziere Borgo Dentro interpreta quadri di grandi pittori ispirati alla passione di Cristo e alla Pasqua. Le scene ricostruite con maestria sono ambientate nei sotterranei di Palazzo Orca e visibili nei giorni di Pasqua e Pasquetta.
I Quadri viventi sono rappresentazioni statiche di celebri quadri ricostruite in scene vere con figuranti in costume. La suggestione è data dalla qualità delle ricostruzioni, sia negli aspetti artigianali dei costumi e delle scene che in quelli scenografici del gioco di luci, che ricreano l’atmosfera dei dipinti originali. In particolare i quadri del Caravaggio sono molto difficili da realizzare per l’uso della luce in questo pittore, ma le rappresentazioni viventi sono di grande impatto emotivo.
La tradizione di rappresentazioni sceniche di questo tipo risale al 1800, ai ‘Tableaux Vivants’ che arricchivano importanti eventi reali come matrimoni o incoronazioni.
E’ passata alla storia la scena organizzata da Edouard Manet che riprendeva un quadro perduto di Raffaello descritto in una acqauforte. La scena è stata poi dipinta da Manet nel suo celeberrimo “Le Déjeuner sur l’herbe” che, nel 1863, sconvolse i benpensanti e cambiò gli stili della pittura dando definitivo avvio all’impressionismo. La nudità di Victorine Maurent accanto a uomini vestiti è forse uno dei quadri più famosi al mondo.
In cinematografia i Quadri Viventi sono stati utilizzati da grandi registi, quali Pasolini, Godard e Greenway, per descrivere qualcosa che non si sarebbe potuta rappresentare in una normale sequenza cinematografica.
Il Terziere Borgo Dentro è uno dei tre rioni della città che in agosto si contende la vittoria durante lo storico Palio dei Terzieri. In queste associazioni si ritrovano i cittadini di Città della Pieve che sono impegnati tutto l’anno ad animare la loro comunità con eventi e manifestazioni di grande richiamo turistico.
La rappresentazione pasquale dei quadri viventi coglie appieno lo spirito di questa città che ha dato i natali a Pietro Vannucci, detto il Perugino, il maestro del Raffaello Sanzio e forse il maggior pittore umbro.
Di sicuro questi ‘quadri viventi’ sono i più realistici che siano mai stati “dipinti”.
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