Brescia Antica e Moderna: un Monopoli con Proprietà Desiderabili

Brescia è stata una città importante per oltre 3.200 anni, una con una storia commerciale e politica emozionante.

Eppure in qualche modo non sembra attrarre i turisti per queste ragioni, così come accade per altre città italiane, tranne forse i visitatori che ricercano eccellenze industriali e la Mille Miglia. Brescia è una città tecnologia a cui è stata concessa la fortuna di avere accanto una grande bellezza naturale, ai piedi delle Alpi in una posizione che è stata la sua fortuna nel corso della storia.

Per molti ora è solo di una fermata del treno o una bretella autostradale sulla strada per Milano o Venezia, una città tentacolare vicino a luoghi di vacanza come il Lago di Garda e il Lago d'Iseo. La stazione ferroviaria, come la maggior parte delle stazioni, non fornisce alcuna idea al viaggiatore di ciò che può trovare se cerca di andare dietro la facciata.

Prendi un ‘rischio’ e gioca una ideale partita di Monopoli su Brescia. Metti il tuo birillo sul Via e getta i dadi per un biglietto alla stazione di Brescia. I migliori immobili di Brescia per il turista indagatore sono nella città vecchia, a soli 5 minuti di taxi dalla modesta stazione. Prenotate una camera in uno degli ottimi alberghi, forse il Vittoria che si trova al centro tra le belle piazze che compongono questa tavola del Monopoli della città.

Lo abbiamo fatto e, in una bella notte d'estate ci siamo seduti sulla terrazza, godendo di un vino bianco regionale in attesa della semifinale di calcio Euro 2016.

Siamo stati praticamente sopraffatti dall‘incombente ‘Duomo Nuovo’, in realtà dall’altra parte di una di quelle piazze. Questa chiesa 'Nuova' è stata avviata nel 1604 su progetto di Palladio, e non è stata finita per due secoli.

La mattina seguente, dopo una prima colazione, abbiamo gettato di nuovo i dadi per atterrare sulla nuova cattedrale. Era abbastanza presto per unirci alla Messa del mattino con la normale ‘folla delle messa’: le suore dell’annesso convento, le donne locali che si preparano per la loro spesa alimentare, questo turista, e un uomo d'affari occasionale, vestito con una borsa a tracolla, che cercava la benedizione di Dio per i suoi affari o per i calvari legali della giornata.

Il Duomo Nuovo e Brescia sono insoliti. Il duomo si trova vicino al Duomo Vecchio, una rotonda dell’XI secolo. E 'intatta, a differenza di molti altri duomi che sono stati cannibalizzati nella costruzione delle nuove strutture. Ma questo nuovo era un disegno Palladio, e prostituire le sue opere con materiali di seconda mano non era nel suo stile.

Eppure, forse si sarebbe potuto risparmiare un secolo o più nella sua costruzione se fossero stati usati materiali con specifiche un po’ più modeste, ma poi ... ... Tuttavia, il Duomo Vecchio è stato costruito su una preesistenza Romana. Quando arrivate sulla piazza dei duomi, assicuratevi che li visitate entrambi e, prima di lanciare ancora una volta i dadi, è possibile trovare un'altra sorpresa alla sinistra del Duomo Nuovo, guardate il campanile.

Sul lato opposto dell’Hotel Vittoria, appena a pochi passi, c’è un altra grande piazza con un'architettura ancora più inaspettata e straordinaria. Solo due edifici dominano questa piazza. Uno è quello che potrebbe essere descritto solo come un 'edificio'. Sono le "Poste e Telegrafi", in piedi come una moderna fortezza inespugnabile a proteggere le comunicazioni.

Diagonalmente opposta, si trova un'altra costruzione unica nota come Torrione, il primo cosiddetto grattacielo in Italia. Nessuna descrizione può competere con l’emozione di stare in piedi davanti all’edificio mentre notiamo l'ultimo esercizio bresciano in architettura moderna: l'ingresso alla metropolitana. Una insolita tripletta anche per una tavola del Monopoli.

Per questa prima esperienza in città, c'è solo un altro dadi tiro e una piazza più, Piazza della Loggia, con l’imponente rinascimentale Palazzo Della Loggia (Comune) terminato da Palladio, forse questo è dove era andato a finire il denaro. Dall'altra parte della piazza si trova un visivamente emozionante paradossale orologio astronomico con la sua misurazione in 24 ore sul quale ci sono due automi antropomorfi in rame che battono le ore su una campana'.

Sì, c'è molto di più, abbiamo visitato meno di un quarto delle piazze, solo quelle nei pressi dell’Hotel Vittoria. Non abbiamo ancora assaggiato la storia antica di Brescia, dei suoi teatri, della basilica e del paesaggio. Dobbiamo rimanere e gettare i dadi ancora un paio di volte.

powered by social2s
Nell’antro della Sibilla

Le gambe reclamano il giusto riposo ma il cuore e la mente non hanno tempo per queste richieste di tipo sindacale. Debbono godere appieno di quello stato di beatitudine indotto dall’aria cristallina, dai verdi panorami sconfinati e dagli oltre 1500 metri di altezza.

Camminiamo da circa due ore ma per libera scelta. Avremmo potuto lasciare la macchina in paese o in un comodo parcheggio nei pressi di Castelluccio di Norcia, ma volete mettere?

È il sette luglio, perché quest’anno il miracolo, l’esplosione dei colori si è fatta attendere un po’, questo ci ha permesso di organizzarci meglio, di arrivare in tempo per lo spettacolo e ormai ci siamo, il fiatone lascia spazio ad un lungo sospiro di ammirazione il Pian Grande è lì sotto di noi con il suo incredibile tappeto colorato, un’esplosione di colori che lascia senza fiato.

Rosso, viola, giallo, verde, azzurro il buon Dio, quando ci si mette, fa le cose per bene, non lesina e in questo caso ci si impegna proprio.

Rimaniamo incantati come tutti quelli che per circa un mese o poco più (giugno – metà luglio) hanno la fortuna di assistere a questo continuo mutare e rincorrersi di colori.

Foto a non finire e solo dopo essersi a lungo beati di quella visione riprendiamo il percorso torniamo verso la spina di Gualdo, verso la piccola cappella della Madonna della Cona dove sorge anche il monumento al pastore, figura da sempre molto importante in questo territorio così bello ma anche così duro ed ostico per l’uomo con i suoi gelidi inverni e con le lunghe distanze da percorrere a piedi.

La Forca di Gualdo e il Pian Perduto ricordano epiche battaglie tra Norcia e Visso per il dominio del vasto altipiano e per la presenza strategica proprio di Castelluccio che dominava le due grandi piane il Pian Piccolo e il Pian Grande.

Grandi territori pianeggianti, preziosi luoghi costellati da un alternarsi di montagne aspre. Proprio questi monti sono luoghi da sempre custodi di antiche leggende tante che uno di essi e l’intero parco prendono il nome dalla Sibilla Appenninica, oracolo al quale si rivolgevano i più coraggiosi per ottenere divinazioni e risposte.

Ad oltre duemila metri, su monte Sibilla, esiste una grotta che si crede possa essere stata il luogo magico dell’origine del mito. Ma le leggende non finiscono qui e continuano già sul monte di fronte… Sì il monte Vettore, il più alto, racchiude un piccolo ghiacciaio perenne che dà origine ad un laghetto di acqua blu cristallina, chiamato il lago di Pilato, sì proprio lui, Ponzio Pilato che, tramite un carro leggendario, dopo una lunghissima cavalcata, trovò l’eterno riposo nelle gelide acque insieme al mitico carro.

Io stesso ho conosciuto, tanti anni fa, quando iniziai a frequentare questi luoghi, un vecchio pastore chiamato Peppone che, custode di antichi saperi, si trasformava a volte nel mago dei Monti Sibillini.

Insomma, tra passeggiate, viste mozzafiato, visioni, miti e leggende si è fatta l’ora di pranzo e allora fermatevi nella piccola bellissima frazione del comune di Castel Santangelo sul Nera, chiamata Gualdo e andate a ristorare le vostre stanche membra alla trattoria dell’Erborista dove, spendendo il giusto, mangerete squisiti prodotti locali, costolette di abbacchio doc, crostini al tartufo e tante altre cose buone.

Ah, a proposito di magie, sapete come la gente del luogo chiama i due gemelli gestori del posto? I Maghetti… Tanto per rimanere in tema!

powered by social2s
Vino e musica nel borgo: quale abbinamento scegliereste?

Un borgo medioevale, una degustazione di vini selezionati, musica jazz, assaggi di prodotti locali, musica folk, panorama mozzafiato, strade e palazzi in pietra bianca che riflettono la luna. Tutto questo nella notte di Calici nel Borgo a Gavignano.

Di fronte a tanta perfezione, l’unico dubbio che viene è quale vino è più adatto al jazz e quale al salterello. E’ meglio ascoltare il jazz con un prosecco, un vino bianco fresco o un corposo rosso? Perché certamente il jazz è più da aperitivo mentre la danza è un dopocena che continua fino a notte fonda.

Questa è la magia che si ripete ogni anno a Gavignano per un numero ristretto di persone, quelle che possono entrare nel borgo antico. I viottoli si animano con una raffinata degustazione di vini e prodotti locali, accompagnata da diversi gruppi di musica dal vivo che si esibiscono nelle due piazze e nelle terrazze che dominano la Valle del Sacco.

E’ una di quelle serate che ti penetrano nel sangue e ti lasciano un ricordo che dura una vita. Tutto è perfetto: il borgo, la selezione di vini e le note musicali che sottolineano i diversi stati d’animo. Ma andiamo per gradi.

Il primo ingrediente della serata è Gavignano: un paese che occupa tutta la sommità di una collina. Il centro storico è come un ‘occhio allungato’ e non è accessibile alle auto. Si entra da una porta e ci si incammina in viottoli e scale di pietra che hanno un fascino particolare.

Non ci sono i mattoni della Toscana, qui la poesia del passato è diversa: più asciutta e vera. Le strade e le case, infatti, sono fatte con calcare bianco locale, talvolta lavorato con qualche inserto di pietra vulcanica scura, e l’effetto finale è quello di una immersione totale nella storia medioevale.

Qui è nato uno dei papi più interessanti della storia pontificia, Papa Innocenzo III che ha dovuto accettare la riforma morale di San Francesco e l’indipendenza inglese dei baroni della Magna Charta ai tempi di Giovanni Senza Terra. Su questi viottoli passeggiava il re di Polonia che studiava la cultura scientifica nella prima metà del Settecento.

Il secondo componente della serata è il vino selezionato da esperti che scelgono piccole produzioni di nicchia. Vini locali ma anche da altre zone speciali italiane. Il percorso parte con un prosecco di avvio, continua con i bianchi e i arriva infine ai corposi rossi. Un crescendo accompagnato da assaggi di prodotti selezionati per la qualità e l’attenzione con cui sono stati prodotti.

Poi c’è la musica, da sempre parte integrante della magia della serata e le note si diffondono lungo i vicoli rimbalzano da una casa di pietra all’altra. Sin dalla prima edizione, la festa di Gavignano è stata affiancata dai ‘Parquaria’, che prende il nome da una fontana e in dialetto locale vuol dire ‘incontro’, un gruppo di musica folk che ha ripreso le tradizioni del salterello e delle ballate. Vengono da Montelanico, e da molti anni si riuniscono per riscoprire le tradizioni.

Non si può non essere travolti dalla loro potenza e gioia. Il salterello è decisamente più efficace della ‘taranta’ e le gambe non possono non seguire i ritmi, i piedi semplicemente non riescono a stare attaccati a terra e iniziano a ‘saltare’. Se le vostre mani non vanno sui fianchi e non iniziano a scandire i ritmi indiavolati, allora avete problemi.

Il jazz è diverso. Serve per preparare alla notte, si sposa con la luna e con i pensieri che vagano fra le luci lontane della vallata. Vanno in profondità nell’animo.

Ora devo prendere una grande decisione. Abbino il fresco vino bianco con il jazz o con il salterello? Si danza meglio con il rosso?

Ho deciso! Prima le bollicine del prosecco per preparare l’atmosfera e iniziare la serata con un brindisi gioioso. Poi un vino rosso che posso gustare stretto nelle mani mentre ascolto il jazz e cerco di riconoscere tutti i comuni della valle riflettendo sulla bellezza della vita. Infine un fresco vino bianco tra un ballo e un altro per rinfrescarmi.

E nel frattempo cercherò di capire ca e se mai abbia ballato in piazza al suono di qualche gruppo dell’epoca. Quanta magia in questo connubio di emozioni che soddisfa la mente, il cuore e la pancia!

Foto di Fernando Conti.

powered by social2s
Carpineto Romano cena con il Cardinale Aldobrandini

E’ una calda serata di mezza estate di Luglio, non importa esattamente di quale anno, ma mi sembra che forse sia il 1611.

Siamo a Carpineto Romano, il feudo del Cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di Papa Clemente VIII. Sua sorella, Donna Olimpia Aldobrandini, ha trasformato questo paese nel centro del suo "grande stato", unendo i territori dei vicini comuni di Montelanico, Gorga, Gavignano e Maenza.

La nostra fortuna è quella di essere stati invitati ad una cena celebrativa nell’occasione della visita del Cardinale. E’ raro per noi umili cittadini del futuro, di essere trasportati indietro nel tempo e di condividere una cena con sua Eminenza. Eppure con circa altre 100 anime provenienti da varie ere, aspettiamo l’arrivo del seguito del Cardinale. Siamo all’entrata del Convento dei Frati Riformati collegato alla chiesa di San Pietro (da poco ultimai) e fra i favoriti del Cardinale.

Carpineto si trova fra due ‘gobbe di cammello’ e da qualsiasi parte guardiamo dal colle della chiesa, ad eccezione della valle verso Montelanico, le montagne ci sovrastano come torri.

Al crepuscolo ci hanno fatti entrare nel chiostro e le pareti di questa piazza ci hanno immediatamente avvolto. Si tratta di un alto edificio a due piani con le finestre del secondo piano che si aprono sul cortile. Abbiamo lasciato la natura e ora il nostro mondo è quello monastico. Nessun pensiero delle gioie della natura può nascere in questo luogo studiato per le anime che cercano Dio, magari volgendo il loro sguardo verso il cielo. Il periodo è quello barocco, ma lo stile ha evitato la sua influenza in questo chiostro. Ma non siamo qui per una lezione di stili architettonici.

Una fanfara suona ed entra il corteo del Cardinale. Donna Olimpia con il suo secondo marito, governatori, signore, e, interessante, Frati Riformati dell’ordine dei Francescani. Ci sentiamo proprio dei comuni montali nei nostri vestiti a confronto con le vesti della famiglia Aldobrandini e del suo seguito, ma siamo più comodi con i fratelli francescani e la servitù.

La cena inizia dopo l’oscurità con i tradizionali antipasti Lepini, lardo di Carpineto e ricotta di Amaseno, cipolle arrostite e formaggio Lepino, accompagnato da un vino rosso corposo delle vigne dei papi. Quando il vino inizia a scorrere viene servito il primo piatto, una grande scodella di polenta con maiale, salsicce e funghi porcini che lascia molti di noi sazi.

Gli intrattenimenti sono iniziati con un gruppo di quattro sbandieratori che hanno fatto fare una incredibile serie di voli aerei alle loro bandiere. Una commedia teatrale, poi, si faceva gioco dei personaggi politici e degli ospiti, anche quelli oggetti di beffe amichevoli.

Mentre la festa proseguiva con arrosto di maiale e patate, l'orologio ha segnato un'ora ammaliante e gli ospiti si alzavano completamente sazi, anche se continuava ancora il fluire di cibo dai cuochi per soddisfare il palato di molti contadini locali.

Aspettiamo di ritornare dal Cardinale nei suoi appartamenti in Carpineto il prossimo anno, come in un ‘giorno della marmotta’.

‘da un cittadino del XVII secolo’

powered by social2s
798, un tocco di Cina a Roma

Quando Gavin mi aveva fatto vedere le foto del gruppo di artisti che aveva visto al 798 a Pechino ho avuto un attacco di gelosia. Le foto mi facevano vedere delle opere intriganti che gettano un ponte fra due culture che per anni sono stati distanti.

L’arte precede sempre le vicende storiche, gli artisti hanno come delle antenne in grado di percepire gli umori della storia e nelle loro opere si può sentire il divenire del tempo. Così dalle foto di Gavin avevo colto un interessante ‘fusion’ in cui nella tradizione cinese si inseriscono tratti della nostra storia artistica.

In questo modo è come se improvvisamente l’oriente diventasse familiare e noi possiamo aprire un dialogo con un intero continente. In fondo la Cina è ancora un punto oscuro per molti di noi e i pregiudizi coprono ogni possibilità di comprendere i fermenti che scuotono questo enorme paese.

798 è il nome del quartiere di Pechino in cui delle ex fabbriche sono state trasformate in laboratori e gallerie d’arte. Qui si possono trovare artisti e artigiani che si cimentano in stili anche molto differenti tra loro. Da quello che segue in modo quasi religioso la tradizione a quelli che sperimentano nuove forme e nuovi linguaggi visivi.

Una selezione di 34 opere di 32 artisti è arrivata in mostra in Europa e una di queste tappe è stata Roma dove abbiamo potuto visitarla nella splendida cornice della Società Geografica Italiana di Villa Celimontana. Vagando fra le sale piene di libri e di storia passata, le opere risaltavano in modo naturale, quasi a riportare quei libri al vero significato della geografia: la conoscenza di paesi e popoli lontani.

I quadri e le installazioni moderne si confrontavano con il passato ed il risultato era una sintesi della storia umana: l’arte unisce oltre ogni confine temporale e spaziale.

Abbiamo cercato di intervistare il curatore e speriamo di poterlo incontrare per sapere qualcosa di più dei singoli artisti. In alcune opere la figura della donna assumeva un ruolo così profondo nei confronti della maternità e dei legami con l’universo che vorrei approfondire la conoscenza dell’artista.

Bisognerebbe organizzare molti più eventi culturali e aumentare la conoscenza fra due culture, quella cinese e quella italiana, che hanno sicuramente lasciato una grande impronta nella storia dell’uomo.

Il quadro in foto è ‘One Love’ di Wu Mingzhong.

powered by social2s
La Festa del Dragon Boat

E' il quinto giorno del quinto mese del calendario lunare a partire dalla luna nuova. E’ il 9 giugno 2016. E' la ‘Festa delle Dragon Boat’ (Barche Drago), Duanwu, e si svolgono le gare di dragon boat. E' una delle poche vacanze istituzionali nel mondo cinese, non solo in Cina. Ci sono almeno tre storie sull’origine di questo festival, tra cui quello di Wu Zixu, ma Qu Yuan è quella più popolare.

Circa 300 o più anni prima di Cristo c’era un poeta cinese chiamato Qu Yuan che era anche un ufficiale dello stato di Chu. Faceva parte della famiglia reale, ma in opposizione al re quando si alleò con lo Stato di Qin. Fu bandito, e così si immerse nella poesia. Avere ragione non gli fu di vantaggio quando, 28 anni dopo, Qin conquistò la capitale Chu. Affranto Qu saltò nel fiume Miluo e annegò.

Le persone del posto che avevano assistito a questo atto salirono sulle loro barche e corsero fuori per salvarlo. Ma, incapace di trovarlo, vivo o morto, gettarono riso nel fiume per nutrire i pesci in modo che lasciassero il suo corpo indisturbato.

I due risultati di questa tragedia sono due delle tradizioni di questa giornata: le gare di Dragon Boat e il tortino di riso noto come 'zongzi'.

Per accompagnare il zongzi, i tradizionalisti consumano ’vino realgar’, un liquore di grano giallo a cui si aggiunge polvere di solfuro di arsenico, che sembra sufficientemente insolubile cosicché chi consuma questa potente birra in piccole quantità sopravvive.

In questo giorno a Hefei, la città tecnologia in più rapida crescita in Cina, ogni macchina viene fatta uscire dal garage e messa in una delle arterie o delle vene, tra quelli degli altri 7 milioni di cittadini, e tutti si comportano come uno stormo di uccelli di Roma o, forse in modo più preciso, come uno stormo di pipistrelli della frutta.

Le auto riempiono ogni possibile spazio ad una velocità apparentemente impossibile per la sicurezza senza incidenti, ma le vetture rimangono ‘immacolate’ durante tutta la giornata. Confrontare questo moto browniano a quello sul GRA intorno a Roma, dove gli incidenti sono più frequenti delle uscite. C'è qualcosa di particolare nel modo in cui i cinesi sono diventati piloti così impeccabili rispettando le leggi della strada.

In questo giorno c'è molto tempo a disposizione, quando si sta in una strada bloccata, per osservare la periferia e le fila di grandi blocchi di appartamenti, alveari della classe media pseudo capitalistica cinese, molti dei quali sono alla loro prima generazione in una metropoli.

La nostra missione era quella di unirci ai cittadini sulla strada fuori Hefei per vedere le strutture equestri, per ragioni di Energitismo. Oggi ho imparato una regola della società che mi era sfuggita in precedenza. Ci meravigliamo della rapida crescita delle città e delle infrastrutture cinesi, dei luoghi di intrattenimento, centri commerciali e torri di appartamenti.

Ma oggi abbiamo assistito al ciclo della natura, a quello del decadimento. La legge della fisica oggi si dovrebbe aggiornare. Alla frase: 'tutto ciò che sale deve scendere' si dovrebbe aggiungere 'senza manutenzione'. E sembra che molti edifici e strutture siano state create da imprenditori senza consapevolezza delle forze di mercato e degli alti costi di manutenzione, qualcosa che ora la Cina comprende molto bene, in particolare per gli impianti sportivi.

L'esempio? Abbiamo visitato un grande impianto equestre che oggi ha forse solo 10 cavalli, ma le cui strutture sono piene di migliaia di polli e anatre. La Cina rurale riconquista la sua terra! I grandi edifici già mostrano segni di un futuro collasso mentre eleganti arredi di sale da pranzo riempiono le ville vuote . Non sto criticando questa grande avventura per la quale ho molta empatia, ma semplicemente commentando l'ineluttabilità delle leggi della fisica (intrecciate con quelle dell’economia).

Fra un centro equestre ed un altro, siamo tornati sulle strade trovandole praticamente vuote alle 11.30 del mattino e rendendoci conto che le milioni di auto sono tutti scomparse in migliaia di ristoranti sparsi nella campagna per le celebrazioni del festival della barca del drago. E poi i draghi tornano sulla strada a lottare per ogni spazio disponibile che può ricondurli verso le loro grotte sicure.

powered by social2s
Identità, promozione e accoglienza. Il Touristic Development Coaching

“Vuoi dirmi, per piacere, da che parte devo andare adesso?” Chiese Alice.
“Dipende molto dal luogo dove vuoi andare”, rispose lo Stregatto.

Questo frammento, tratto dal bellissimo libro di Lewis Carrol, “Alice nel paese delle meraviglie”, ci suggerisce il punto di partenza per ogni nostro obiettivo da raggiungere: se non sappiamo dove vogliamo e desideriamo andare non sapremo mai trovare la strada per arrivarci.

E, prima ancora, ci costringe a pensare chi siamo, a definirlo, perché se non abbiamo la percezione di noi stessi, dei nostri bisogni e desideri, molto probabilmente non avremo neanche quella spinta propulsiva che ci mette in movimento per soddisfarli.

Bisogni e desideri, il primo possiamo dire che proviene dalla scarsità e il secondo dall’abbondanza, il primo è il riempimento di una mancanza, il secondo è l’aggiunta a qualcosa che già esiste. Ma entrambi sono il carburante della nostra motivazione. Se non avessimo un bisogno o un desiderio non ci metteremmo mai in cammino verso una meta, che molto spesso è proprio suggerita dal loro soddisfacimento.

Una loro attenta valutazione è quindi il primo passo che consente di definire una cornice di senso alle nostre azioni.

Questa considerazione vale tanto per i singoli individui quanto per una comunità di persone in un determinato territorio che intende promuovere e far conoscere ambiente, ricchezze culturali e antropologiche al fine dell’accoglienza di nuove persone che ne devono rimanere attratte. Insomma costruire la difficile arte del magnetismo territoriale.

Chi siamo, quali sono i nostri bisogni e desideri, quali i punti di forza e quali invece le aree di miglioramento, quale è l’obiettivo che intendiamo centrare con precisione e quale la strada da percorrere, chi o cosa può rivelarsi un sabotatore più o meno esplicito, sono solo alcune delle domande che potrebbero essere poste da un team di professionisti esperti di touristic development coaching che accompagnano la comunità, attraverso i propri rappresentanti, in questo delicato processo di seduzione territoriale.

www.massimilianomassimi.com

powered by social2s
La Selva, un parco nato da un sogno di un principe

La Selva è un parco uccelli a Paliano, pochi chilometri a sud di Roma, ed ha una storia incredibile che mi è improvvisamente tornata viva pochi giorni fa durante l’apertura di una ‘Porta Santa’ nella natura.

L’occasione di celebrare un anno santo nel verde aveva attratto molte istituzioni pubbliche e cittadine e oltre 4000 persone erano accorse per ascoltare una messa celebrata dal vescovo su una spianata in mezzo agli alberi. Ho ritrovato tanti amici ma la mia attenzione è andata ad un elegante signore vestito di bianco che fissava la spianata con trepidazione.

Era il signor Manfredi Massimi Berucci, il miglior amico del principe Ruffo con il quale per molti anni aveva condiviso il sogno di trasformare questa area agricola in un parco destinato ad attività turistiche e ricettive. Per qualche anno anche io avevo diviso questo sogno con loro e mi faceva enorme piacere andare a omaggiare il signor Berucci.

Avvicinandomi avevo però avvertito una particolare tensione e non appena finisce di salutarmi mi dice “devo andare a dire qualcosa, non posso perdere il momento, devo essere concentrato”. E torna a fissare la spianata e i movimenti dei molti sacerdoti intenti alla celebrazione.

Al termine della messa il vescovo ha dato la parola al sindaco e all’assessore regionale per un loro saluto. Un sacerdote stava riponendo il microfono quando il signor Berucci in modo elegante ma determinato sale sulla spianata e prende il microfono per un suo saluto. Tutti restano un poco interdetti ma si comprende che l’intento non è violento e gli viene lasciato il tempo di dire qualcosa.

Avrebbe potuto dire mille cose, raccontare milioni di aneddoti ma la sua scelta è stata quella di portare i saluti del vecchio principe, che non vive più a Paliano, e di ricordare con gli occhi velati, le piantine di rosmarino, lavanda e mimosa piantate dai cittadini di Paliano seguendo le linee di architettura del paesaggio volute dal principe. Milioni di piantine che oggi sono parte del paesaggio ma che allora erano solo piccoli rametti su un prato senza particolare pregio naturalistico messe a dimora da cittadini coinvolti nel sogno.

Non sono riuscita a salutare Berucci e a ringraziarlo delle sue parole. Si è dissolto fra la folla dopo aver compiuto il suo dovere di passare il testimone ideale dal principe ai nuovi proprietari, dalla sua generazione a quella dei giovani attuali che hanno voluto inaugurare la stagione con un momento importante.

Questa poesia mi ha riportato in mente anni la mia relazione con La Selva che non si è mai spenta. Dalle finestre di casa mia ho la vista del parco ogni giorno, e ogni giorno provo emozioni nuove e ho sempre avuto la speranza di vederla rinascere.

Mi ero appena laureata e avevo lasciato casa di mia madre in modo ‘brusco’ e un signore dal portamento nobile, con uno sguardo che passava rapidamente dalla follia alla razionalità, mi offrì un lavoro e una casa nel parco. Era il principe Antonello Ruffo di Calabria ed io non avevo idea di quanto avrebbe cambiato la mia vita.

Il lavoro consisteva nel supportare la sua famiglia in un piano di trasformazione urbanistica, lavorando fra progettisti e amministrazione comunale, e nel supportare una impresa israeliana che si stava occupando del piano di marketing territoriale e del piano di sviluppo del comprensorio.

Ma come era nato il parco?

Non ho assistito alla formazione dei laghetti che il principe aveva realizzato molti anni prima sbarrando un emissario del fiume Sacco, e non avevo preso parte all’arrivo degli uccelli che erano frutto di un accordo con Fidel Castro. Non avevo preso parte al coinvolgimento degli artisti per creare strutture originali in cui gli uccelli potessero trovare cibo o riparo. Non avevo preso parte alla piantumazione della vigna o delle mimose.

Ma alcuni giorni potevo vedere Don Antonello su una jeep aperta che girava per la tenuta seguito da un trattore che doveva spostare una collina o formare una quinta per creare qualche nuovo scorcio. Ho assistito allo spostamento di molte quercine per poter far ingrandire un bosco da una parte e creare uno spazio per le attività ludiche dall’altra. Ho visto piantare chilometri di bambù per seguire i sentieri che il principe aveva segnato con il gesso per la campagna. Ho fatto i biglietti al parco quando il casello autostradale di Colleferro era il più intasato d’Italia a Pasquetta e il Primo Maggio.

Creare La Selva non è stata una operazione economicamente vantaggiosa per il principe. E ogni volta che si è trovato vicino a risolvere i suoi problemi economici è scappato dalla soluzione per paura di perdere il suo ‘giocattolo’, o che qualcuno glielo potesse rovinare. La sua non è stata una vita semplice con questo sogno che pendeva davanti al suo volto come una carota in una gara di conigli che non arrivano mai a prenderla.

Ha avuto paura tutta la vita che la speculazione prevalesse sulla bellezza. Arte e Natura si combinavano nella sua testa e non si è mai piegato al fascino del denaro, anche chiedendo sacrifici alla sua famiglia.

Le parole di Berucci hanno avuto un profondo significato per me. Una benedizione su quello che si sta facendo e un augurio di continuare un cammino intrapreso con amore da un principe visionario.

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.