votive Madonna delle Rose Piglio
Piglio: oltre 360 anni di gratitudine

Una chiesa stracolma di ex-Voto, due processioni ogni anno, una confraternita, una famiglia che ospita una statua e la competizione per diventare il comitato organizzatore: questa è la Festa della Madonna delle Rose a Piglio.

La storia ha inizio nel 1656 quando era in corso una terribile peste e la popolazione del Piglio si affidò alla Madonna delle Rose che la liberò dal terribile male. Era il 30 ottobre e metà degli abitanti del paese era già morta mentre gli altri si ritrovavano a pregare di fronte ad una antica immagine bizantina della Madonna che fece il miracolo.

Le rose appassite tornarono a fiorire ai piedi della immagine sacra e con questo segnale la peste finì e in paese tornò la gioia e la speranza. I cittadini decisero di costruire una grande chiesa sul luogo dove si trovava l’immagine e iniziarono a donare ex-voto.

Visto che il miracolo era riuscito bene, le persone iniziarono a chiedere altre grazie. In fondo molti altri paesi si erano rifugiati nella religione attribuendo la fine della peste soprattutto a San Rocco, ma se i Santi risolvono situazioni specifiche, la Madonna ha un ‘potere diverso’.

A Piglio finita la peste inizia la devozione alla Madonna delle Rose che si festeggia da oltre 360 anni in un modo molto originale e che coinvolge tutto il paese.

Il giorno dopo la Pentecoste, la statua della Madonna viene portata in processione e viene lasciata nella chiesa centrale di Santa Maria. La festa dura quasi una settimana e In quei giorni una famiglia estratta a sorte accoglie una piccola statua in casa e la espone ai fedeli offrendo biscotti e dolci ai visitatori.

La storia mi è raccontata da uno dei membri della Confraternita delle Rose che si prende cura della chiesa e di tutta l’organizzazione. La partecipazione alla Confraternita è molto sentita e ogni anno nuovi spiriti entrano. Ai più giovani e aitanti è affidato il compito di portare a spalla la statua che con la sua struttura pesa oltre 300 chili.

Ad ottobre avviene la processione inversa: la statua torna nella nostra chiesa. E’ allora che decidiamo chi sarà il comitato organizzatore della festa dell’anno successivo. E’ così democratico che funziona da secoli!

Una visita alla chiesa fa fare un salto emozionale. La chiesa è ben curata con la sua lanterna affrescata di azzurro ed è stracolma di ex-Voto, molti dei quali sono incorniciati ed esposti nelle grandi pareti laterali accanto alle lanterne e alle altre immagini che vengono portate in processione. Soffermandosi su alcuni di loro si possono leggere le storie ed entrare nella vita emozionale delle persone.

Due tutine da bambini rivelano una grazia chiesta per una coppia di gemelli. Cuoricini in argento si riferiscono a problemi cardiaci e fazzolettini ricamati rivelano in modo esplicito la storia di chi li ha realizzati.

La sensazione generale è talmente forte che viene voglia di partecipare alla processione e di vivere con il paese la fatica e la gioia di celebrare la ‘liberazione dal male’, dalla peste del 1656 e da quelli che ci affliggono oggi. Per chi non è italiano, questa è una delle esperienze più caratteristiche delle nostre tradizioni.

Ovviamente se andate a Piglio potete riconoscere la chiesa dal suo colore e dalle decine di rose piantate nel suo piccolo giardino di ingresso, un tripudio di fioritura che si ripete tutta l’estate!

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Fountain with Narcissus Rocca Priora Robazza
Robazza e Rocca Priora Fontana del Narciso

Una spettacolare Terrazza su Roma per il museo dedicato al maestro Robazza a Rocca Priora, un paese che dalla sua cima continua a svolgere il suo ruolo di sentinella di Roma.
Si arriva a Rocca Priora percorrendo l'antica via Latina e si viene rapiti dalla bellezza della natura, un quadro perfetto di colori, alberi, castelli e un imponente cavallo rampante. Una grande scultura bianca realizzata dal Maestro Mario Benedetto Robazza.
Facendoci guidare dal maestoso cavallo bianco iniziamo un viaggio nell’arte di Rocca Priora. La villa del Maestro Robazza, il suo rifugio fresco nelle caldi estate romane, è stata trasformata in una galleria d'arte: blocchi di marmo prendono forma in ogni angolo e grandi tele colorate che occupano tutte le pareti.
Incontro il Maestro Robazza mentre sta creando una nuova opera. L'energia dei movimenti mette in risalto ogni muscolo del suo braccio e l'espressione del suo viso mi lascia sorpresa: un uomo di ottantadue anni con una grinta e un entusiasmo di un fanciullo!!!!
Lo ascolto e la sua storia mi cattura. Inizia come “orfano di guerra” e conduce una vita di stenti che lo forgia e lo fa diventare un uomo di successo internazionale. Sofferenze, dolore, lotta per la sopravvivenza … le sue mani fin da bambino plasmavano ogni materiale per arrivare a soddisfare il suo spirito creativo.
Per avere una vita più dignitosa ha vissuto di piccoli e grandi espedienti, come quando da bambino con la creta del Tevere produceva piccoli presepi da rivendere ai turisti a piazza Navona.
Ad un certo punto diventa gemmologo in Belgio e la sua vita cambia: finalmente ha la libertà di tornare alla sua passione: l’arte. Le sue opere arrivano in tutto il mondo e Robazza ne dona alcune a Rocca Priora alla quale è legato in modo speciale. Tutto nasce da una promessa a chi lo aveva aiutato nei momenti difficili e che ancora guida le sue scelte:
Se diventerò qualcuno farò qualcosa di unico per il tuo paese.

Oggi Rocca Priora risponde alla sua generosità con un museo e una splendida Terrazza su Roma con una vista unica. Cavalli rampanti, busti di marmo, figure di donne e infine la sua opera più imponente e più importante, l’inferno di Dante, saranno visibili a tutti.
L’inferno è maestoso, ha fatto il giro del mondo ed è tornato a Rocca Priora: 18 pannelli in marmo resina che raccontano il viaggio di Dante e Virgilio attraverso l'inferno. Mi piace già immaginare intere scolaresche che si avvicinano per la prima volta con entusiasmo all'opera dantesca: spettatori attivi di un viaggio attraverso l'inferno, superando i gironi fino a "riveder le stelle".
Non potevo lasciarla lontana! questo è il posto ideale così quando sentirò il desiderio di vederla, di toccarla, potrò farlo senza percorrere tanta strada.

Intanto ci deliziamo passeggiando lungo i vicoli di Rocca Priora ammirando: la Fontana con il “Narciso” che si specchia nelle acque, la Via Crucis scolpita nel bronzo e "Il Trionfo del Bene” con la sua bella e curiosa storia.
Questa opera era il "cancello" della sua villa di Rocca Priora che aveva venduto in un momento di rabbia e che oggi è stato trasformato in una fontana nell'antico borgo.
 
Foto di Chiara Rufini
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San Pietro
Ottobre: in cammino verso Roma sui Sentieri Medioevali

Perché migliaia di persone si incamminano ogni giorno lungo sentieri medioevali arrivare alla loro meta finale, per compiere un pellegrinaggio che non è solo religioso?

Chi viaggia camminando compie due viaggi: uno nel mondo reale e uno dentro se stesso. Ma vediamo dove inizia questa storia che porta a Roma, Santiago de Compostela e Gerusalemme e che ha un suo momento speciale ad Ottobre con il programma “Tutti i Cammini portano a Roma”.

Il Cristianesimo si afferma dopo la caduta dell’impero romano. Le grandi vie consolari erano percorse dai barbari, in declino per mancanza di manutenzione ed erano diventate pericolose. Le persone correvano il rischio di essere aggredite e depredate e fitti boschi tornavano ad occupare le terre un tempo coltivate dai romani.

La popolazione abbandona i fondovalle e cerca riparo nelle alture, spesso attorno a Pievi di campagna o ad abbazie. I monaci guidano alla rinascita: avviano un nuova attività di gestione delle campagne e di protezione delle popolazioni attorno alle chiese. Attorno alle chiese nascono i ‘castrum’, ossia piccoli castelli fortificati che dopo il mille diventeranno sempre più imponenti, collegati a qualche grande monastero.

Questi castelli rappresentano l’inizio del sistema di comuni italiani e sono collegati fra loro attraverso sentieri lungo i quali passavano uomini, merci e idee. Il Cristianesimo si diffonde lungo questi cammini e, come tutte le religioni, porta la necessità di compiere viaggi spirituali attorno a dei luoghi simboli come le tombe dei santi: San Giacomo, San Pietro e il Santo Sepolcro che corrispondono a Santiago de Compostela, Roma e Gerusalemme.

Una fitta rete di strade medioevali porta in queste tre mete e le due grandi direttrici Nord-Sud ed Est-Ovest, sono le principali vie per secoli e sono percorse da milioni di pellegrini, di commercianti, di papi e di imperatori. Lungo queste strade nascono luoghi di ristoro, ospedali, locande e piano piano si forma l’Europa.

E come queste strade si erano formate per scappare alla paura delle invasioni e alle devastazioni, con la pace del Rinascimento i castelli si trasformano in palazzi signorili, si ripopolano le valli e inizia una nuova pagina per la storia.

Roma è un punto nevralgico, non è solo la tomba di San Pietro ma è il centro attivo e pulsante del Cristianesimo. Attorno alla città il reticolo di strade è più fitto e ogni strada ha una sua particolare emozione.

Il cammino di San Francesco e quello di San Benedetto sono sentieri medioevali che ripercorrono la vita dei due grandi santi che hanno lasciato profonde tracce dentro e fuori l’animo umano.

La lunga via Francigena parte da Canterbury e arriva a Roma e un’altra via parallela collega i paesi baltici, la Germania e l’Austria con Roma. A sud di Roma, la Via Francigena Sud è una fitta rete di sentieri medioevali e di strade consolari connette Roma con Brindisi e con la Sicilia, i porti da cui poi ci si imbarcava per il Santo Sepolcro.

Tornare a percorrere un cammino significa tornare improvvisamente a riscoprire le proprie radici e, in fondo, la nostra identità. Camminare in silenzio lungo sentieri che attraversano piccoli borghi significa fare due viaggi: uno fisico in territori ancora non contaminati e uno interiore alla scoperta di se stessi. La velocità di una visita è inversamente proporzionale alla meditazione e assimilazione culturale.

Il sito www.camminidiroma.it ha mappato questi sentieri medioevali della storia e della spiritualità attorno a Roma e propone una settimana di cammini che termina con un incontro fra i pellegrini e il Papa, riprendendo lo spirito più autentico del viaggio interiore alla scoperta di se stessi.

Anche Sant’Agostino scriveva: “Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi”.
“Caminante no hay camino, se hace camino ad andar” (Antonio Machado)

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Rocca Priora Robazza horse
L’avventurosa Storia del Cavallo Rampante di Rocca Priora

La storia del cavallo rampante di Rocca Priora coincide con la storia del suo scultore, Mario Robazza. Un grande artista la cui vita è più avventurosa di un film di James Bond.
Per quelli che passano quotidianamente lungo la via Anagnina, il cavallo di Rocca Priora è diventato un ‘amico’ e un punto di riferimento: “ci vediamo al cavallo!”. Così negli anni molti si sono dimenticati che lo scultore del destriero è grande un artista di fama internazionale, che ha vive fra l’Italia e gli Stati Uniti, e che si è innamorato di Rocca Priora grazie al destino e ad una promessa.
Robazza, detto Johnny, è arrivato al successo dopo le privazioni della guerra, la galera, la marina, il pugilato, il taglio dei diamanti, la ricchezza, l’arte, la fama internazionale, l’incontro con presidenti americani e mondiali e l’esposizione nei più grandi musei del mondo. Ma andiamo per ordine.
Mario Benedetto Robazza nasce a Trastevere il 2 marzo del 1934 e il suo accento non lascia dubbi sul suo puro spirito ‘de romano de Roma’. Aveva tutte le premesse di una vita ‘normale’: un padre architetto, una bella mamma e un fratello.
Suo padre parte per la guerra di Russia e resta invalido alle gambe e viene poi deportato in Germania dove muore. Arriva la guerra anche in Italia e il fratellino muore di meningite. La mamma si strazia dal dolore per la scomparsa dei suoi uomini e si abbandona al rifiuto di capire la vita. Mario Benedetto Robazza ha 10 anni e deve improvvisamente crescere in fretta, prendersi cura della mamma e imparare a procurarsi soldi e cibo.
E’ chiaro che un bambino sottoposto a questo stress si trova in una situazione delicata in cui può diventare un grande o può finire in riformatorio. Può vivere da leone o seguire il gregge. Robazza sceglie di vivere da leone.
Sopravvive alla guerra facendo di tutto ma ritrovandosi bravo in una cosa che sembrava non gli potesse portare denaro: dipingere e scolpire. Il suo legame con Rocca Priora nasce proprio in questo periodo e la sua riconoscenza è frutto di una promessa che ancora vuole mantenere a tutti i costi. Ma questo è l’uomo Robazza che si ritrova dietro le sue opere. Un sanguigno, un uomo che protegge i deboli (come qualcuno avrebbe dovuto fare con suo padre), uno che rispetta la parola data.
“Quando arrivano gli americani, un soldato mi adotta e mi insegna due cose che mi saranno poi molto utili tutta la vita: a boxare e a ballare. Che poi, se ci pensiamo bene, hanno movimenti dei piedi molto simili ma una diversa funzione sociale!”

Nella vita di chi deve arrangiarsi negli anni duri del dopoguerra, si può diventare un ladro o un truffatore. Robazza scopre di non saper leggere e scrivere ma di avere una estrema abilità manuale ed inizia a fare statuine del presepe e quadri. A questo punto scopre che si guadagna di più quando si ‘taroccano’ orologi di marca. Usa allora la sua abilità artistica per riprodurre tutto, compresi i marchi che disegna a mano libera e che sono perfetti. Ma il gioco si interrompe con la galera.
Robazza si guarda intorno capisce che deve prendere il suo destino in mano imparando un mestiere e si arruola in marina. L’obbedienza militare non gli è congeniale e l’analfabetismo gli impedisce di avere una qualsiasi prospettiva futura. Ma la boxe e l’arte gli vengono in aiuto e inizia la sua nuova carriera in modo inaspettato.
“Un giorno mi regalano una enciclopedia, inutile per chi non sa leggere ma uno stimolo incredibile per chi ha fame di imparare. Ho visto la sezione in cui spiegano la gemmologia e il taglio delle pietre ed è come se lo avessi fatto da sempre. Imparo tutto con avidità e vado a Bruxelles nella migliore scuola. Da li il mondo mi sembra andare in discesa“.

Ma la vita gli ha insegnato a rispettare la fortuna e a distribuirla agli altri. Come aveva fatto il soldato che lo voleva portare in America. Robazza offre una seconda chance a tutti i suoi amici che aveva incontrato a trafficare nelle piazze e in galera. La sua filosofia è che bisogna offrire una opportunità ed essere riconoscente alle persone che ci hanno aiutato in qualche modo nei momenti difficili.
Un giorno, al colmo della ricchezza, un gallerista gli chiede in prestito un busto che aveva fatto a sua moglie e l’esposizione ha talmente tanto successo che Robazza cambia vita improvvisamente ancora una volta. Va finalmente in America e si dedica totalmente all’arte diventando uno dei maggiori artisti contemporanei. Si realizza il sogno che aveva sin da bambino: vivere scolpendo e dipingendo.
Oggi vive fra Roma e Rocca Priora con sua moglie con cui si amano da oltre mezzo secolo e con cui hanno condiviso tutte le peripezie rimanendo sempre fanciulli, con la voglia di ‘mangiare la vita a bocconi’. La sua biografia uscirà presto mentre in tutti le librerie si trovano libri sulle sue opere.
Il cavallo di Rocca Priora è una delle opere che ha donato alla città di cui si è innamorato e che oggi è diventato uno dei suoi simboli. I cavalli con il loro spirito libero sono uno dei suoi soggetti preferiti assieme alle sculture in cui musica e corpo femminile si fondono in una armonia di suoni, forme e significati.
Ma il suo capolavoro assoluto è la rappresentazione dell’Inferno di Dante, un’opera di 90 metri di lunghezze per 2,5 metri di altezza che lascia senza fiato per la maestria con cui si riesce a penetrare nelle sofferenze dei dannati e nella arroganza dei demoni. L’opera è stata esposta in America, in Cina e in Italia ma il maestro la vuole ‘vicino a lui’ e ha deciso di esporla a Rocca Priora in modo da poterla guardare ogni volta che lo desidera. Alla sua morte il Comune ne diventerà il proprietario.
Ora quando passeremo davanti al cavallo di marmo all’ingresso di Rocca Priora, possiamo immaginare braccia muscolose e mani forti che tirano pugni o che usano attrezzi da scultore. Immaginiamoci un uomo con un forte senso di riconoscenza che ama il suo paese adottivo in modo assoluto e senza chiedere nulla. Rocca Priora ha dato a Mario qualcosa di più prezioso.
Quando diamo un appuntamento a qualcuno impariamo a dire: “Ci vediamo sotto il cavallo di Robazza!”. In questo modo renderemo onore a un grande artista, al paese che lo ospita e a noi stessi e alla curiosità che ci premia.
E se vogliamo andare più in profondità conoscendo altre opere di Mario Robazza possiamo fare un giro nel centro storico di Rocca Priora e ammirare le stazioni della Via Crucis lungo li vicoli o ammirare il suo capolavoro, l’Inferno, nel museo del comune.
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Murano calici raffinati
Raffinati Calici scolpiti da Massimiliano Caldarone

Sensuali donne all’interno di nidi di morbide curve di vetro che formano quasi delle ‘gabbie’ in cui la figura femminile si esalta ma diventa irraggiungibile. Questo è l’universo di Massimiliano Caldarone e la linea di raffinati calici che ha lanciato all’ex Chiesa Santa Chiara di Murano.

Massimiliano è un maestro delle tecniche a lume e ‘Muranese’ di adozione perché è qui che ha scelto di vivere e lavorare. Il suo stile è unico e fonde la scultura moderna del vetro realizzata con la tecnica ‘a lume’ con la classicità delle forme dei calici.

Dalle sue creazioni si capisce che la creatività nasce da una vita vissuta ‘a bocconi’, una di quelle su cui bisognerebbe girare un film. Massimiliano girovaga fra le esperienze della vita e fra posti diversi alla ricerca di una pace che solo l’arte può dare.

L’arte è in grado di assorbire tutti tormenti e far trovare il bello anche quando sembra impossibile.

Massimiliano Caldarone non ha mai avuto una vera casa se non nelle sue mani mentre modella le stecche di vetro per comporre le sculture. Il lume è quella tecnica in cui si prendono delle sottile bacchette di vetro colorato, si scalda una delle estremità e si iniziano a creare oggetti componendo colori e modellando le forme. Una volta che l’opera è completa si mette in forno per temprarla.

Chi ama questa tecnica ama il fuoco. C’è un sottile piacere nel vedere come dalle fiamme nasce la bellezza. L’elemento della natura che sembra essere il distruttore diventa invece il creatore. Dal male nasce il bene.

Sembra una tecnica semplice, ma diventare maestri è un cammino molto lungo. Un maestro riesce a capire quale è quella frazione di secondo il cui la pasta liquida di vetro può ancora essere modellata assumendo le forme volute dall’artista e non lasciandosi rifiutando l’opera dell’uomo. E’ un millisecondo, ma ci vogliono anni per trovarlo. E gli anni significano pazienza e dedizione totale.

Massimiliano inizia a vivere da solo a 15 anni scappando di casa, come poteva trovare la su pace a quell’età. Aveva ancora tanta strada, tante esperienze e tante persone da incontrare prima di essere pronto. Prima di abbassare la testa e dedicarsi totalmente alla creatività. Un annullamento della personalità spavalda per poter apprendere. Poi la spavalderia può tornare: ma sono le opere realizzate che parlano per lui.

La prima volta che era arrivato a Murano aveva 17 anni, viveva da solo già da un paio di anni, e pensava di essere già un grande artista. Murano era il centro del mondo dell’Arte del Vetro e pochi avrebbero accolto a braccia aperte un ragazzino capellone che con spavalderia si presentava alle varie fornaci in cerca di lavoro.

Oggi è tornato e vive qui a Murano ma la situazione è totalmente diversa. Le sue opere sono esposte all’Ex Chiesa Santa Chiara – Murano Experience e sono ricercate da chi ama il bello e sceglie di vivere immerso in oggetti artistici.

L’ex Chiesa Santa Chiara è uno spazio aperto di recente recuperando una chiesa sconsacrata da Napoleone. Al suo interno e nel suo giardino si possono ammirare artisti del vetro all’opera e avere una grande galleria delle migliori creazioni di artigianato artistico.

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Sgurgola donuts
Le 'Ciambelle Regina' di Sgurgola: i piatti della tradizione

Tutti i piatti tipici hanno una loro storia che incuriosisce e le Ciambelle di Sgurgola sono conosciute come la Ciambelle Regina per la loro particolare forma che ricorda quella di una corona.

Nella tradizione erano un piatto Pasquale che, con la sua farina bianca, segnava l’arrivo della primavera e della bella stagione. Erano come un auspicio pagano in cui la Resurrezione di Cristo si accompagnava con la Festa della Primavera e una scampagnate alla Badia.

La tradizione del pranzo sui prati della Badia di Sgurgola sembra risalire al mille, quando questa era ancora un convento di monache benedettine, ed è terminata nell’Ottocento quando una legge di Napoleone proibì le sepolture dei morti in casa e obbligò alla costruzione di cimiteri. Il cimitero di Sgurgola fu realizzato proprio nei pressi del convento e la badia divenne la chiesa del cimitero. Una scampagnata al cimitero non era certo in sintonia con lo spirito della festa!

Ma torniamo alla ciambella la cui lavorazione è piuttosto complessa anche per gli aspetti artistici della sua forma finale.

Come i moderni ‘cake designer’, infatti, le famiglie di Sgurgola preparavano con cura l’impasto dandogli forme diverse: la classica 'Corona' e due varianti per i bambini. Per le bambine venivano create le ‘Pigne’ una sorta di bambolette ornate con frange e pizzi, realizzati con la pasta, le cui mani stringevano uova sode. Per i bambini venivano preparati i ‘Torteri’, pasta ritorta a forma di ciambella con uova sode al centro.

La ciambella è dolce ma l’anice e il pizzico di sale le conferiscono un sapore che si accompagna bene anche con il salame e con il vino. Per chi non è Ciociaro (o almeno del centro Italia), la famosa Colazione di Pasqua è fatta con una pizza o torta, salame e uova sode a cui, in un secondo tempo, si è aggiunto il cioccolato.

La preparazione della ciambella iniziava due giorni prima e l’impasto veniva lavorato e lasciato a lievitare per 24 ore. Dopo il lungo riposo, l’impasto veniva modellato con le forme desiderate e lasciato a riposare ancora per altre 8-10 ore. A questo punto era pronto per essere ‘scottolato’ (bollito) e ripassato in forno.

La Ciambella di Sgurgola era così impressa nei ricordi di bambini che tutti gli emigrati cercavano di tornare al paese in occasione della Pasqua proprio per poterla gustare ancora una volta e ritrovare tutto il loro spirito giocoso.

I matrimoni di Sgurgola

Qual’è il mese migliore per sposarsi? Oggi pensiamo alla primavera e al sole ma una volta la vita era scandita dai ritmi della campagna e le coppie si sposavano a gennaio o a febbraio.

Per gli sgurgolani, infatti, il momento principale dell’anno era la vendemmia e dalla primavera ci si doveva prendere cura delle piante, dei raccolti e delle conserve. Tutta la vita era concentrata sul momento della vendita dell’uva e della uccisione del maiale dal quale si ricavavano le risorse per poter affrontare le spese dell’anno, la dote delle ragazze e il pranzo di nozze.

La famosa Festa dell’Uva nasce proprio dal bisogno collettivo di liberarsi dalle fatiche della coltivazione della vite e di celebrare insieme il raccolto e il futuro vino.

Poi c’era la stagione della raccolta delle olive e i mesi meno impegnati per un contadino sono proprio quelli invernali. Ecco perché nei registri del paese tutte le coppie si sposavano proprio a gennaio e febbraio.

Per l’occasione si preparavano i piatti migliori: Sagne con sugo di zampe e ‘ricaglie’ di pollo, Pollo con patate arrosto e le Ciambelle di Magro, quelle con vino, olio e farina.

Sagra delle Sagne

Le Sagne sono il simbolo della Ciociaria, una pasta con farina e uova che era tipica dei giorni di festa. Ancora oggi il 14 agosto a Sgurgola si festeggia la Sagra delle Sagne in cui questo piatto viene distribuito gratuitamente alla popolazione condito con il famoso ‘Sugo di Sgurgola’.

Le donne si alzano presto al mattino per preparare questo sugo con tre tipi di carne: manzo, maiale e salsiccia insaporiti dalla pancetta. Il sugo deve ‘pappleare’ (fare un borbottio) per almeno un paio di ore prima che l’olio salga in superficie e il condimento sia pronto.

I piatti per i giorni di lavoro

Nei giorni ‘normali’ il pasto era composto soprattutto da farina di granturco, polenta, condita con varie verdure dell’orto. Durante la primavera un piatto tipico erano fave sbollentate, ripassate in padella con il peperoncino e poi cotte direttamente con l’impasto della polenta.

Ma il mais si preparava anche a strati con le foglie di cappuccio (la verza) o preparato a forma di pallina sempre per accompagnare verdure. Questo piatto si chiama 'Maretozzo' e non è da confondere con il dolce di Roma.

Anche il pesce affumicato faceva parte della tradizione di Sgurgola e sono famosi i 'Frascategli con Saraghe e Pupernelle', ossia una spianata di polenta fatta con il grano, pesce affumicato e peperoncini piccanti.

Molti di questi piatti possono ancora essere gustati durante la famosa Sagra dell’Uva di Sgurgola cercando lo stand della signora Laura Pace che ha raccolto le ricette della tradizione locale e che con le amiche le prepara per il pubblico in occasione delle feste tradizionali. La ringrazio per le sue preziose ricette che gusterò alla festa e che proverò a rifare a casa!

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Digital Story Telling
Digital Story Telling - Cantastorie Digitale

Siamo tutti cresciuti con favole, miti e leggende raccontate da nonni o da maestre. Per millenni la storia si è ripetuta ad ogni generazione fino all’arrivo della ‘Generazione Digitale’, dei bambini che sin dai primi anni sono a contatto con smartphone, computer e sono connessi con la rete. Hanno bisogno di Digital Story Telling.

Quando i bambini si trovano sin dai primi mesi immersi in ambienti virtuali il loro cervello cambia il modo di organizzare le informazioni e le sinapsi si attivano con stimoli nuovi. Si riduce la soglia di attenzione e c’è una diversa gerarchia nella scelta del canale preferito di comunicazione.

Tutte queste caratteristiche intellettive delle generazioni digitali sono ben conosciute dall’industria del gioco che elabora programmi in modo da essere scelti e preferiti dai giovani e che, in questo modo, contribuisce ad accelerare il cambiamento delle strutture intellettive e cognitive della Generazione Digitale.

A chi si occupa di Web è ben noto che il tempo di attenzione iniziale verso una nuova informazione è di pochi secondi (2-3 e per i più giovani può arrivare anche a 1,5 secondi) e il tempo di attenzione verso un video è minore di 15 secondi.

Questo è quindi il tempo che si ha a disposizione per catturare l’attenzione di un giovane e di tutti coloro il cui cervello ha già subito dei cambiamenti organizzativi dovuti al lungo intrattenimento con il web.

Se si passa questa soglia, allora si guadagna un tempo pari al doppio di quello iniziale. Se si supera questa seconda soglia, poi, si conquista l’attenzione del lettore verso il contenuto che vogliamo veicolare.

Edu-tainment e Contenuti

Chiunque voglia trasmettere informazioni e voglia educare un giovane, una struttura culturale che vuole promuoversi e una scuola devono sapere che questo sono le limitazione con cui devono confrontarsi per poter avere successo nel loro intento.

Il mondo dell’educazione si è arricchito di un nuovo modo di trasmettere informazione che passa anche attraverso forme di intrattenimento. Il modo accademico è sempre più riservato ad un ristretto numero di persone se non si apre a forme di interazione che combinano Educazione e Intrattenimento.

Questo è il motivo, ad esempio, del mancato successo di pubblico di tante università che hanno messo on-line i propri corsi senza modificare il linguaggio dei professori o senza studiare il modo in cui questi corsi possono arrivare al pubblico. Il rischio è quello di raggiungere solo le persone che sono giù altamente motivate ma non quelle che hanno un desiderio latente, e che sono la maggior parte.

I contenuti assumono una importanza strategica che non è più solo di appannaggio di esperti della materia ma che prevede una combinazione fra esperti ed educatori digitali.

Digital Emotions

E’ chiaro che i pochi secondi iniziali di attenzione devono essere usati per suscitare ‘Emozioni Digitali’, qualcosa che incuriosisca il lettore e spinga ad approfondire il tema per qualche altro secondo.

Il ruolo delle ‘emozioni’ è fondamentale ed è suggerito dalla etimologia stessa di questa parola che viene dal latino ed è composta da e-moveo. Questo significa che può venire indotta una azione fisica e che il ruolo delle emozioni digitali è proprio quello di attivare un comportamento reale, è la connessione fra i sensi emozionali e il nostro corpo.

Per un museo, un collezionista o una galleria d’arte, l’emozione è quindi il vero obiettivo della comunicazione in quanto è quella che rende gradevole la visita e spinge all’approfondimento, a studiare, ad andare al ristorante del museo, al book-shop e a condividere con gli altri la gioia.

L’emozione è quella che spinge immediatamente all’azione e viene condivisa sui social network creando un alone di interesse sul web capace di raggiungere altre persone potenzialmente interessate.

Il Ruolo delle Storie

Se le storie hanno accompagnato la crescita dei bambini in ogni parte del mondo, e se i cantastorie sono stati per secoli gli educatori delle comunità, è dalle storie che si deve cominciare per catturare l’attenzione di chi vogliamo attrarre.

Le storie sono per loro natura composte da una parte educativa ed una di intrattenimento. Ad esempio leggendo l’Iliade di Omero si può apprendere come allevare le pecore e come realizzare manufatti, leggendo Virgilio si impara a coltivare i campi. Allo stesso modo le Storie Digitali devono avere tutti questi ingredienti ma con un ritmo totalmente diverso.

Non possiamo, ad esempio, trasmettere un pensiero di un autore senza raccontare qualcosa della vita dell’autore. L’astrazione totale è qualcosa di difficile da raggiungere sul web mentre è più facile arrivare alla stessa soglia di approfondimento integrando e intrecciando le astrazioni filosofiche con la storia reale dell’uomo.

Tutto il web è ‘social’ e questi aspetti devono essere inseriti e presi in considerazione anche da chi si occupa di ‘cultura alta’. Anche le accademie e le università devono cambiare il loro modo di rapportarsi con i loro potenziali iscritti o con i loro studenti per aumentare la soglia del loro interesse.

E’ chiaro, quindi, che i moderni cantastorie devono avere una doppia preparazione: da una parte sapere che cosa vogliono trasmettere e dall’altra sapere in che modo raccontare la storia sul web alle generazioni digitali.

Digital Story Telling: come raccontare sul web

Le persone hanno tre canali di comunicazione con cui ricevono messaggi dal mondo esterno: il canale visivo, auditivo e cenestesico. Questo può essere semplificando in: immagini, parole (scritte o parlate) e sensazioni fisiche.

In generale ognuno di noi predilige un canale di comunicazione a seconda della struttura del suo cervello e della combinazione delle sue intelligenze. Come studiato da Gardaner, l’intelligenza non è misurabile in modo assoluto ma ognuno di noi ha una combinazione di almeno 9 tipi di intelligenza con la quale interpreta le informazioni del mondo e si esprime.

Quello che è successo alle generazioni digitali è che, prescindendo dal tipo di combinazione di intelligenza, si preferisce sempre di più il canale visivo. Questo significa che soprattutto in un primo momento le immagini giocano un ruolo fondamentale nel suscitare le emozioni che decidono l’approfondimento di questa o quella informazione.

In conclusione, raccontare una storia sul web non è come raccontare una storia su un palcoscenico, su una cattedra o su un giornale. La struttura mentale delle generazioni digitali e di tutti quelli che trascorrono molto tempo al computer si è modificata nel tempo e richiede la capacità di catturare l’interesse delle persone in pochi secondi.

Pochi secondi che fanno la differenza fra il successo o l’oblio. Pochi secondi in cui bisogna saper sintetizzare sapere ed emozioni profonde.

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The Water Diviner
The Water Diviner

Per noi Italiani Gallipoli è una splendida località balneare della Puglia, per gli Australiani è una penisola in Turchia, un simbolo e una ferita ancora profonda da oltre un secolo e la fondazione dell’ANZAC (Armata Australiana e Neo Zelandese).

Forse per questo motivo la IX Rassegna di Cinema Australiano ha aperto a Roma con un toccante film di Russell Crowe, ‘The Water Diviner’, che racconta la storia della battaglia fra Turchi e ANZAC da una prospettiva inusuale.

Non solo uno dei migliori film che ho visto, ma un film che lascia capire lo spirito Australiano. Con immagini e prospettive sceniche che danno uno spaccato del modo di sentire Australiano: intrepido, senza paura ma guidato da un senso del dovere e dal vero senso del termine australiano mateship (cameratismo, amicizia). Si deve fare quello che si deve fare. Non si deve titubare, la vita non lascia scampo: nella tempesta di polvere della natura come nella tempesta di proiettili degli uomini.

La storia è un intreccio di amore fra due grandi e orgogliosi paesi: Australia e Turchia. Amore declinato in tutti i modi: verso il coniuge, i figli, la patria, Dio e l’amico. E alla fine è l’amore per la vita che trionfa.

Un padre aveva tutto quello che si può desiderare, una bella moglie, tre figli maschi e una fattoria in uno dei luoghi più magici del mondo, l’entroterra Australiano. Una natura attraentemente aspra, un cielo stellato e tempeste di polvere.

Per una logica che non si riesce a capire, e che durante tutto il film viene ricercata sia dal padre Australiano che dai soldati, uomini, donne e bambini Turchi, che lo aiuterà, Russell Crowe perde tre figli in una battaglia di Gallipoli in Turchia e resta con una splendida moglie in Australia che non regge al dolore e si suicida.

Non gli resta nulla, non ha nulla da perdere e decide di ricomporre la sua famiglia andando a riprendersi i corpi dei suoi tre in Turchia figli per seppellirli in Australia vicino alla madre.

Ma che cosa è Gallipoli in Turchia? Una penisola in cui si sono morti quasi 10.000 soldati dell’ANZAC e 60.000 soldati turchi. Il primo sbarco con mezzi anfibi in una spiaggia. Una delle battaglie più cruenti della Prima Guerra Mondiale. E’ una domanda inevasa alle ragioni per cui l’uomo si comporta come ‘Homo homini lupus’ (un uomo è il lupo per un altro uomo). Per quei soldati era solo senso del dovere.

Russell Crowe va in Turchia e da questo momento il film diventa poesia assoluta.

Il presente piano piano prende il sopravvento sul passato e, mentre riesce a trovare uno dei suoi figli ancora vivo in un piccolo monastero dell’Anatolia, un nuovo amore può sbocciare e da due famiglie troncate dalla guerra ne può nascere una nuova.

Immagini di natura sensoriale che rendono possibile la ricerca si intrecciano lungo il film: il rabdomante, il sognatore, la lettura dei fondi del caffè. Dietro la fine poetica c’è la realtà di quanto le comunità australiane e turche siano venute vicino grazie alla poesia di Ataturk e il matship (cameratismo) degli Australiani.

Quando il film è finito avrei voluto rivederlo di nuovo. Ma la serata si è conclusa in bellezza con chiacchiere fra amici all’Isola Tiberina, uno dei luoghi più belli di Roma. Un ringraziamento all’Ambasciata Australiana che con questi eventi fa conoscere questo grandissimo paese da insolite angolazioni e ci delizia serate interculturali.

Si ringrazia l’Ambasciata Australiana per contribuire alla promozione dell’Australia e del suo spirito

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