Diamanti etici e gioielli etici originali

Sin da piccole siamo cresciute con il claim “un diamante è per sempre” ma di recente il fascino di questa frase è diminuito con la consapevolezza di quello che alcune volte c’è dietro l’industria mineraria. E allora per molti fidanzati è iniziata la ricerca di diamanti etici e gioielli etici.

Donne e gioielli sono un binomio indubitabile. Non importa se il gioiello sia d’oro, di legno, con diamanti e pietre preziose, con conchiglie o fatto intrecciando piante, il corpo femminile si è sempre abbellito con monili. I corredi ritrovati nelle tombe di tutto il mondo testimoniano questa “necessità”.

La storia dell’anello di fidanzamento, poi, è molto antica e risale all’antico Egitto dove gli sposi si scambiavano anelli, prima di giunco eppoi d’oro, come simbolo di amore perenne. Il cerchio rappresenta, infatti, proprio l’eternità. I romani riprendono la tradizione ma la rendono più vicina ad una transazione commerciale in cui la donna passa dal padre al marito grazie alla dote, e l’anello suggella questo passaggio.

La diffusione di anelli di fidanzamento con pietre come il diamante è più recente e in parte è dovuta proprio a claim come quello riportato e ad un uso massiccio del marketing e della pubblicità da parte delle grandi imprese.

Ma come Hollywood ha promosso gli anelli di fidanzamento, oggi Hollywood denuncia il sangue dietro alle miniere di diamanti in film come “Blood Diamond” e suggerisce l’uso di diamanti etici.

Leonardo di Caprio, da sempre in prima linea nella sostenibilità con la sua fondazione, ha finanziato una impresa che produce diamanti etici made in California, la Diamond Foundry. L’impresa è un gioiello tecnologico e coniuga arte e tecnologia e nasce da una collaborazione fra la scienza del MIT e lo spirito imprenditoriale di Leonardo di Caprio.

In natura un diamante si forma in condizioni di altissima temperatura e pressione e la tradizionale industria dei diamanti sintetici usa queste condizioni. L’innovazione della qualità di questi diamanti per gioielli è data dall’uso del plasma per far crescere diamanti su uno substrato di diamanti eppoi di riusare i diamanti naturali.

E’ molto interessante notare anche il modo in cui sono stati coinvolti tanti giovani artisti ed artigiani nella creazione dei gioielli promossi e venduti sul sito e il modo etico con il quale vengono remunerati.

Un altro modo di avere diamanti etici viene dalla Svizzera, un sistema veramente particolare. La società Algordanza, che in romancio vuol dire ricordo, ricava diamanti dalle ceneri dei defunti (con colore che varia in funzione del bario nelle ossa). Il risultato non è puro come quello californiano ma le pietre Made in Swiss che racchiudono le ceneri dei nostri cari si stanno rapidamente diffondendo nel mondo.

Arte e tecnologia etica, a nostro avviso, potrebbero anche essere lette in altro modo e fra i gioielli etici vorremo segnalare la collana ‘living jewellery’ con la fotosintesi prodotta da Energitismo e D’orica . Un prezioso gioiello in cui le pietre sono sostituite da celle solari che producono energia emulando la fotosintesi clorofilliana delle piante. Il risultato è sorprendente e l’energia prodotta alimenta una luce led in un pendente che si accende secondo il battito cardiaco e che si riflette in centinaia di sferette d’oro sfaccettate come diamanti (etici).

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“Il racconto dei racconti” il più moderno dei racconti

“Il racconto dei racconti” è un film scritto e diretto da Matteo Garrone, liberamente tratto dalla raccolta di fiabe “Lo cunto de li cunti “del napoletano Giambattista Basile.

“Il racconto dei racconti” è una raccolta di 50 novelle del 1600 che Benedetto Croce definì "il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari". Opera piena di simboli a cui si sono ispirati i Fratelli Grimm, Hans Christian Andersen e Charles Perrault.

Il racconto inizia con un proverbio “Chi cerca quello che non deve, trova quello che non vuole”. Molti dei personaggi coinvolti in ognuna delle tre storie sono segnati dallo stesso destino e non sempre a lieto finale. Uno specchio moderno che viene da un mondo passato dove le sue dinamiche e problematiche possono essere d’insegnamento e monito per noi. Nella storia umana i problemi non cambiano mai, quelli che cambiano sono solo gli attori che li interpretano e che li devono risolvere.

L’inizio del racconto sembra la traduzione moderna di un ammonimento che recita “Stai attento a quello che desideri perché potresti ottenerlo”. Così puoi veramente diventare ricco e di conseguenza ritrovarti con tutti i problemi dei ricchi. Puoi arrivare a sposare l’uomo che hai tanto desiderato e alla fine ritrovarti con un marito che ti ha rovinato l’esistenza. Come puoi arrivare a ottenere il posto di lavoro per cui hai tanto combattuto per poi ritrovarti schiava di un qualche cosa che non hai più il coraggio di abbandonare.

Come nel grande, così nel piccolo

Tutte le novelle ubbidiscono al principio della corrispondenza o dell’analogia di una delle sette leggi cosmiche di Hermes Trismegistos (Fondatore dell’ermetismo). Quello che accade nel primo racconto si ripete nella forma di tutta l'opera. Come un frattale ogni racconto si ripete nella sua forma e allo stesso modo sugli altri 49, ma su scale diverse, generando suspense sempre diverse.

Tra tutte le novelle, il regista ne ha scelto tre. “La Cerva”, la storia di una Regina pervasa dal desiderio di maternità ad ogni costo. “La pulce”, una trasposizione moderna di una violenza del maschile sulle donne. E infine “La vecchia scorticata” con la sua ossessione per l’eterna giovinezza. Qui vi racconto solo la prima di queste 3 meravigliose favole.

La cerva: il desiderio di maternità ad ogni costo

C’era una volta una regina che da tempo cercava di avere un figlio, ma non ci riusciva a causa della sua sterilità. Un giorno si presenta al suo cospetto un negromante (un negromante è un mago che opera sulla morte) che consiglia al re e alla regina un rimedio magico per avere un bambino: la donna dovrà mangiare il cuore di un drago marino che dovrà essere cucinato da una vergine. In questa maniera rimarrà incinta. Il dialogo tra la regina è il negromante ricorda quello di un contratto stipulato con il diavolo.

Negromante: “Ogni nuova vita richieda la perdita di una vita, l’equilibrio del mondo deve essere mantenuto. Siete disposti ad accettare questo rischio?”

Regina: “Io sono pronta a morire pur di sentire la vita crescere dentro di me”. Così il re, come comandato dal negromante, si getta nelle profonde acque del lago e colpisce a morte il drago. Durante la lotta il mostro infligge un fatale colpo di coda al sovrano, che muore dopo essere riemerso.

Ed oggi? Oggi le donne vivono la stessa sterilità data dal maleficio di dover aspettare. Aspettare prima la laurea poi un buon posto di lavoro e infine l’uomo adatto con cui poter concepire un figlio. E nel frattempo l’orologio biologico fa girare le sue lancette, ed ogni secondo si allontana sempre di più la possibilità di avere un figlio. Le moderne regine sono riuscite a diventare sovrane della propria libertà e indipendenza ma nel frattempo hanno perso la possibilità di poter diventare creatrici di vita.

Cosa può arrivare a sacrificare una donna pur di avere un figlio? Tanto. Per raggiungere il numero perfetto del tre, grazie anche ad un negromante in camice bianco, si può arrivare a perdere il due ossia di un compagno. Così come la regina ha perso il suo Re, anche oggi molte donne nel patto con il diavolo perdono un compagno a volte troppo indifeso e fragile da poter combattere contro un problema grande come un drago.

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Scultura in legno di Toni Venzo in Messico

Dalle Dolomiti al Messico, da Pove del Grappa a Guadalajara, una scultura in legno di Toni Venzo nel cortile principale dell’Università di Michoacan. L’occasione è un simposio internazionale di scultura in legno.

Forse perché la montagna di Guadalajara ricorda il Monte Grappa sopra Pove, forse perché la valle del Rio Santiago (Barranca de Oblatos) assomiglia alla valle del Brenta o forse per il grande bosco urbano di Colomos.

Forse perché è stata capitale della cultura americana nel 2005 o forse perché è una città in crescita, Guadalajara investe in arte e le sue vie e case si abbelliscono con opere di valore. Le gallerie d’arte ospitano simposi, mostre e richiamano artisti dal resto del mondo.

Questo è quello che è successo a Toni Venzo invitato ad un simposio di scultura (Simposio Internacional de Escultura en Madera ) organizzato nel Bosque Colomos a Guadalajara dove artisti di fama internazionale insieme ad artisti messicani sono stati chiamati a scolpire alcuni legni del bosco.

“Elevando le Radici al cielo. Questo Eucalipto disteso al parco Colomos mi aspettava da venti anni!!!” racconta Toni Venzo del tronco che gli hanno assegnato.

Il simposio era organizzato da Colomos Bosque Cultural in modo da far vivere l’emozione della creazione artistica lasciando che gli scultori lavorassero in mezzo al parco sotto gli sguardi delle persone. Una opportunità di avvicinarsi all’arte con leggerezza mentre otto artisti lavoravano diverse essenze locali, eucalipto, mango e giacaranda, albero di rosa morada o palo de rosa.

“L'idea è quella di far vedere al pubblico il processo di creazione di diversi scultori in modo che le persone si avvicinino agli artisti e parlino con loro del lavoro che fanno”, racconta Ana Paula Luna, scultrice e organizzatrice del simposio.

Toni Venzo è stato anche onorato di parlare all’università di Michoacan durante la presentazione della sua scultura. Una emozione che si porterà sempre nel cuore. Le sue figure fluenti che sembrano essere sagomate naturalmente dal vento o dall’acqua hanno incantato Guadalajara e lo hanno consacrato come un artista internazionale.

L’arte è il migliore investimento che una città può fare per il benessere dei suoi cittadini. L’Italia è stata resa grande da centinaia di anni di investimento in opere d’arte e in architettura ed oggi è una delle maggiori mete del turismo internazionale.

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black friday energitismo

E’ Novembre, le prime giornate grigie (tristi) si ravvivano con tradizioni che dagli Stati Uniti sono arrivate ovunque: la festa del Ringraziamento e, soprattutto, il Black Friday.

Questo periodo dell’anno è molto atteso negli Stati Uniti, forse più del Natale, per la tradizionale parata di New York organizzata dai grandi magazzini Macy’s, visibile anche in televisione, da tutto il mondo.

Il Black Friday è il giorno che segue il Ringraziamento: un fenomeno d’immensa affluenza nei negozi statunitensi, in rapida diffusione anche nel resto del mondo, e tradizionalmente decreta l’inizio della stagione di shopping natalizio.

Nel corso di questa giornata, migliaia di negozi e catene commerciali s’impegnano a offrire sconti e promozioni di portata eccezionale. Milioni le persone negli Stati Uniti e nel mondo si appostano fuori dai negozi già prima del loro orario di apertura (alcuni vi trascorrono la notte dormendo in un sacco a pelo!) pronti letteralmente ‘ad assalirli’ per accaparrarsi le occasioni migliori.

I negozi aprono all’alba, se non prima, per accogliere il maggior numero di clienti. Vi lasciamo solo immaginare l’orda di persone che fanno incetta di qualsiasi articolo che per l’occasione è super-super scontato.

Si racconta di una donna che, per accaparrarsi un prodotto da Wall-Mart a Los Angeles, abbia aggredito con spray al peperoncino dei “clienti-nemici” e di certe persone arrestate in Inghilterra in seguito a delle risse!

Proprio dalle interminabili code che si formano fuori dai negozi, deriverebbe il nome Black Friday, ovvero un’espressione utilizzata dalla polizia di Philadelphia, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per descrivere il traffico e gli ingorghi pazzeschi che si crearono in occasione delle vendite seguenti il giorno del Ringraziamento. Il termine ha quindi accezione negativa, ma solo per quei poveri poliziotti costretti a contenere le masse, per tutti gli altri il Venerdì nero è uno dei più fruttuosi giorni di shopping dell’anno.

L’origine del termine rimane comunque incerta. Secondo alcuni farebbe piuttosto riferimento alle annotazioni sui libri contabili dei commercianti che, tradizionalmente, passavano dal colore rosso (perdite) al colore nero (guadagni): il Black Friday indicherebbe quindi un giorno di grandi guadagni per le attività commerciali.

L’andamento delle vendite di questa giornata particolare è guardato con interesse anche dagli analisti finanziari perché rappresenta un valido indicatore sia sulla predisposizione agli acquisti sia indirettamente sulla capacità di spesa dei consumatori. Stiamo allora a vedere come andrà questo Black Friday alle porte (sarà il prossimo 27 Novembre), sperando in indicatori sempre più positivi per scongiurare la crisi economica.

Concedetemi ora di fare un breve passo indietro e parlarvi del giorno precedente al Black Friday, il giorno del Ringraziamento, solo per fare una piccola considerazione sull’attualità.

Questa festa trova le sue origini nel 1620, quando 102 persone tra uomini, donne e bambini salparono dall’Inghilterra a bordo della nave Mayflower alla volta dell’America per scappare dalle persecuzioni religiose. Approdarono due mesi dopo nel Massachusetts dove non fu facile abituarsi alla nuova vita.

Fu solo grazie all’aiuto della tribù degli indiani Wampanoag, persone gentili e ospitali, che riuscirono a sopravvivere. Questi insegnarono loro come coltivare la terra e tante altre cose importanti e necessarie per la loro sopravvivenza.

L’anno seguente, dopo i primi raccolti, i coloni invitarono i nativi americani ad una grande festa per ringraziarli: nacque così il primo giorno del ringraziamento, una festa nata da un principio molto semplice che spesso ci dimentichiamo di applicare, quello della gratitudine e della condivisione. Un vero esempio di integrazione dal quale è scaturito amore e non odio, che dovremmo tenere sempre bene in mente perché le differenze tra culture, popoli e persone possano diventare motivo di crescita e arricchimento.

Allora, buon giorno del Ringraziamento a tutti, ma proprio tutti!

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Nik Spatari and his open museum Geco
Nik Spatari and his open museum Geco

Audace, sfacciato, colorato, unico, armonico, vario sono solo alcuni degli aggettivi che vengono in mente per descrivere l'architettura e le opere di Nik Spatari fondatore, insieme alla sua compagna Hiske Maas, del più grande museo a cielo aperto d’Italia: il Museo Santa Barbara MUSABA .

Ma prima di raccontarvi le sua immensa opera seguitemi nel conoscere la sua entusiasmante vita. Nicodemo Spatari, in arte Nik, nasce il 16 aprile 1929 a Mammola, sperduto paese aspromontano in provincia di Reggio Calabria.

Questa terra, in cui sono passati tutti, etruschi, greci e romani, sarà il punto di partenza ma soprattutto di ritorno dell’esperienza artistica di Spatari.

Spatari a vent’anni sente il bisogno di conoscere gli ambienti cosmopoliti europei così lascia la sua amata Calabria e incomincia ad attraversare tutta l’Europa. Vive a Parigi e Losanna, centri nevralgici dell’arte dove farà la conoscenza degli artisti più influenti della metà del ‘900. Come ci racconta lui stesso:

“L’amicizia e l’esperienza che mi legava ai grandi del momento dai miei lontani e densi anni parigini: Picasso, Cocteau, Marx Ernst, Le Corbusier, mi permise anche di consultare gli archivi della Sorbonne. Vi scoprii quanto desideravo: la vera individualità, l’humus e cultura della mia terra natia, che era detta Italia e non Calabria”.

Architettura e scultura onirica

Tutte le sue opere appaiono come modellate da mani gigantesche. Le architetture sembrano il frutto dall'elaborazione di forme straordinarie, imprevedibili e oniriche. Sono realizzate utilizzando i più diversi materiali: mattone, pietra locale, ceramica, vetro, legno.

La sensazione è quella di penetrare in un ambiente favoloso dalle continue ed eccitanti sorprese. Un parco che va fisicamente vissuto e materialmente toccato: è un'esperienza che scandaglia i sentimenti, che coinvolge l'anima e il corpo.

Architettura organica scaturita dalla fantasia e dai bisogni interiori di Nik Spatari, trova un linguaggio non usuale dove intuito e fantasia si intrecciano con la ragione. Si percepisce una religiosità diretta, una devozione per la natura e un ardente amore per la sua terra.

Musaba

Possiamo dire che Spatari ha fatto di Mammola la sua terra promessa. In più di 40 anni da una “terra di nessuno” ha creato un paradiso artistico costruendo il Parco Museo Santa Barbara, Musaba. Nel 1969 l’ambiente era degradato e violento, un luogo abbandonato. Sono stati necessari numerosi interventi di recupero per preservare la storia e le testimonianze del passato, e per collegarle al presente e al contemporaneo.

Il Parco MUSABA si estende su 7 ettari. Percorrendolo si incontrano le opere monumentali site-specific, il recupero e gli interventi architettonici dell’ex stazione della ferrovia Calabra-Lucana, la costruzione della foresteria e la nuova alla annessa al museo la “Rosa dei Venti”.

Spatari preferisce definire Musaba più che un museo un cantiere-laboratorio che non finirà mai, come non finisce la luce, la fantasia, il vento, l’arte. Con le sue opere ha esaltato le possibilità espressive delle lavorazioni artigianali. Qui gli allievi possono imparare attraverso la pratica, e Spatari rimprovera bonariamente alle nuove generazione l’incapacità di saper fare mestieri manuali, come il capomastro o il carpentiere.

I simboli

Questo parco non è solo un luogo dove riscoprire la manualità, è una cura per l’anima: il tempo si dilata e si vive in un altro modo. Un’esperienza che tocca tutti e cinque i sensi. Spiritualità e misticismo permeano le sue opere costellate di motivi simbolici complessi: simboli zodiacali e teologici.

La Bibbia è il grande libro di Spatari. L’ha letta e riletta, e rappresentata in migliaia di opere. Miti e leggende, divinità e popoli, peccato e salvezza, trasgressione e conversione. Una vicenda di uomini e donne che vivono l’avventura della vita superando mille ostacoli e vincendo mille battaglie.

La storia dell’uomo sono le piccole tessere del mosaico infinito raccontato da Spatari lungo le pareti della Foresteria di Musaba: dalla civiltà sumera fino alla resurrezione del Cristo, passando per il vecchio testamento. Certamente il mosaico monumentale più complesso e articolato dell’arte contemporanea italiana è il sogno di Giacobbe.

Il sogno di Giacobbe

Il Sogno di Giacobbe è un sogno lungo 14 metri, largo 6, alto 9. Si estende nell’abside e nella volta, dell’ex chiesa di Santa Barbara. Tutti lo conoscono come “la cappella sistina calabrese”.

La tecnica è una invenzione di Spatari: le figure sono ritagliate su fogli di legno, quindi dipinte e poi applicate come rilievi sospesi nell’aria. Leggeri aerei bassorilievi volanti. Giacobbe è l’uomo ossessionato dal doppio: il suo gemello, le due mogli, le due serve, le due patrie, le due terre. Giacobbe è Nik e Nik è Giacobbe.

“Giacobbe è l’uomo a me simile. Per sognare, vagare negli spazi dell’imprevedibile, alla ricerca del se e del mondo che ci circonda; l’amore, la lotta, il domani, l’infinito immaginario”.


Dostoevskij diceva che “La bellezza salverà il mondo”. Di certo Nik Spatari ha salvato la bellezza e la cultura Calabrese.

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La vita sotto il Montegrappa

C'è un nuovo respiro nel mondo di oggi, la vita diventa una poesia autunnale. Il respiro dell’inverno è alle porte. La scorsa settimana ci siamo avventurati dalle “terre di mezzo” a nord-est per trovare la pianura padana avvolta in foschia e nebbia diversa dalle diverse settimane di calma e caldo di metà autunno.

Gli agricoltori coltivavano i loro campi, siepi e alberi potati e bruciati i tagli ancora verdi che creano un morbido fumo bianco in tutte le regioni partendo dalle Marche arrivando al nord in Friuli e ad ovest verso la Lombardia. La vista dalle basse colline delle Prealpi era di una campagna persa nella foschia. Nessun città e le colline lontane forse non esistevano più.

Il Venerdì, durante la notte, è arrivata una brezza e ha portato una visita inaspettata ma gradita e il Sabato alcune gocce sono state spremute fuori il cielo grigio. Guidando verso sud per Bologna e la Toscana il cielo è diventato più pesante fino alle colline Lazio che hanno presentato il loro atteso buio freddo pomeriggio grigio e le piogge che rotolano sopra le cime e le valli.

Il nostro ritorno alla collina-comune di San Giorgio di Perlena apre un panorama delle montagne venete invisibili quest'anno. Il Montegrappa, che forse potrebbe essere in inglese ‘Mount-Gran-Pa', il vecchio delle Prealpi, il Nonno delle persone di colline, è in realtà una vecchia signora. Nonna è piegata di fronte l'Oriente con un nuovo scialle bianco drappeggiato sulle spalle a rimorchio dietro di lei mentre si trascina verso il mare. Quello che era iniziato come un velo si è infittito ed è diventato il primo cappotto di un inverno precoce.

Solo a due terzi di questo autunno settentrionale, accogliamo con favore un giorno che è calmo, senza vento, in cui i campanili, compresi quelli di Schiavon, Longo, Sandrigo, Nove, quello maggiore di Cartigliano, e a sinistra, di Breganze si ergono come sentinelle in un soleggiato giorno puro, ciascuno come un nastro rotante di ombra sui suoi cittadini. A nord, nelle basse colline dove la chiesa di San Giorgio si erge orgogliosa e sopra di esso la strada verso la torre di Lusiana.

Eppure oggi i nostri occhi sono attratti dal Montegrappa e dalla sensazione di pace che condivide con i suoi veneti e i visitatori ogni anno mentre indossa le sue vesti invernali. Abbigliamento che ripercorre la storia nuda di questa regione e porta canzoni e sonno sulle colline, mentre quelli di noi in pianura, senza il suo punto di vista, rimangono intrappolati in azioni di acquisto, vendita, costruzione e distruzione nel buio avvolgente di una società che attende il suo ri-risveglio.

Di cercare e trovare un pezzo di vita.

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Conoscere la storia attraverso i giochi: il Totopoli

La vita dell’uomo è fatta di tanti dettagli, dai vestiti alla cucina, dai giochi con cavalli e giocattoli alla tecnologia, dalle case all’arredo. Così possiamo ricostruire la storia e lo spirito dei tempi frequentando musei insoliti come il Museo del Giocattolo di Zagarolo.

Avevo già provato questa emozione quando avevo incontrato un anziano e arzillo signore che aveva fondato il Museo del Bottone e mi aveva aperto uno squarcio insolito sulla storia italiana, ma a Zagarolo sono entrata in un mondo incantato.

A parte la ricchezza e la varietà dei giocattoli esposti, le storie raccontate dalle guide e la bellezza delle sale affrescate di Palazzo Rospigliosi, la mia attenzione è stata catturata dalla vetrina dedicata ai cavalli e al gioco del Totopoli.

La mia passione per i cavalli è nota e, ovunque vado, cerco giochi o arte connessa con il mondo equestre. I cavalli hanno accompagnato l’uomo da sempre e con loro si stabilisce un legame speciale che spesso nasce proprio già in tenera età. Così mia figlia è cresciuta con giochi con cavalli, ma a Zagarolo ho imparato qualcosa di nuovo grazie alle storie raccontatemi dalle curatrici del museo.

Totopoly – Totopoli

Monopoli e Totopoli sono nati quasi contemporaneamente e al loro esordio avevano uno scopo ludico e didattico. Monopoli era stato inventato nel 1903 da una donna, Elizabeth Magie, per spiegare le teorie dell’economista Henry George e si chiamava “The Landlord's Game”. Un gioco educativo per supportare le teorie antimonopolistiche è invece diventato il principale strumento per premiare i bambini che diventano monopolisti.

Totopoli riguarda le corse dei cavalli (e ora mi spiego l’origine del nome Totip) ed è nato nel 1938 dalla società inglese di giochi Waddingtons. La passione degli inglesi per le corse e le scommesse è leggendaria ma il gioco non era basato sulle somme di denaro vinte bensì sulla attenzione verso i cavalli.

Il gioco in svolge in due tempi proprio come nella realtà: una fase di allenamento e una di competizione che si giocano in modo totalmente diverso. Durante la fase di allenamento si possono conquistare carte di “vantaggio” o “svantaggio” che possono essere poi utilizzate durante la gara. Nella fase della gara, invece, ci sono le scommesse e i primi tre cavalli ricevono un premio.

I cavalli devono essere accuditi e curati, un po’ come accade oggi con alcuni giochi elettronici o come il fenomeno degli anni 2000 del Tamagochi, una creatura digitale che richiede continue attenzioni web altrimenti si ammala.

Inizialmente il vincitore del Totopoli era chi arrivava primo nella competizione, mentre con il passare del tempo il ruolo delle scommesse e del denaro ha prevalso e il vincitore è diventato quello che alla fine del gioco ha “guadagnato” il maggior importo.

Un dettaglio curioso è che i cavalli del Totopoly avevano i nomi dei vincitori della Lincolnshire Handicap nelle edizioni dal 1926 al 1937, una gara che si svolgeva a Lincoln fin dal 1853 e che oggi ancora si corre a Doncaster.

Il gioco del Totopoli è arrivato in Italia nel 1950 dalla “Editrice Giochi” e il Museo di Zagarolo ha delle versioni del 1960 splendidamente conservate con degli esempi di primi usi della plastica per scopi ludici.

Giochi con cavalli

Oltre al Totopoli, la collezione del museo ospita altre versioni di competizione come quella francese chiamata Ascot (maliziosamente i francesi hanno chiamato il gioco con il nome dell’ippodromo più famoso al mondo: quello inglese di Ascot). Molto simile al gioco inglese, prevede le due fasi di allenamento e gara ma le scritte sui tabelloni sono in “francese”.

Nella versione italiana del “Gioco delle Corse” i cavalli sono in piombo e il gioco si basa solo su quale cavallo arriva più lontano grazie ad un sistema che “proietta” i cavalli lungo una pista rettilinea. Scompaiono le caselle e le tappe con i lancio dei dadi e resta la “velocità” e non c’è riferimento alla fase di preparazione e allenamento degli animali.

E’ interessante notare il passaggio culturale che hanno avuto questi giochi con cavalli dopo la seconda guerra mondiale che riflette lo spirito dei tempi: prima, durante la depressione, uno spirito educativo, poi nel dopoguerra e nel boom economico uno principalmente di passatempo speculativo.

Infine, per gli amanti dei cavalli una vera “chicca”, una sorta di roulette di cavalli dove i giocatori a turno fanno correre i loro “animali”. Una scatola con un disco su cui possono girare 3 coppie di cavalli che si muovono grazie ad una leva. I cavalli iniziano a girare e vince il giocatore che arriva più vicino a certi segni. Il gioco sembra un po’ noioso ma la cura dei dettagli e la maestria della costruzione lo rendono un’opera che vorrei assolutamente nella mia collezione.

E’ grazie a luoghi come il museo del giocattolo di Zagarolo che si ritrovano le nostre radici e si può capire come una buona società inizia facendo giocare giochi “sani” ai bambini. Il Monopoli dovrebbe tornare a spiegare i mali della finanza e il Totopoli dovrebbe insegnare ad amare i cavalli.

E tutti dovremo giocare tutta la vita!

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Candelara, cori, cornamuse e candele

L'ultima domenica di Novembre, con un cielo azzurro e l’aria fresca, ma non invernale, siamo andati a vedere il secondo giorno della festa delle candele a Candelara, sulle colline sopra Pesaro.

Questo festival è nato solo nel 2004, ma è presto diventato una calamita fra i mercatini di Natale di tutto il mondo nel giro di pochi anni. Le mura e parchi della periferia della città medievale di Candelara sono assediati da camper, autobus e "millepiedi" di vetture. La nostra fortuna è che Maurizio Giannotti e Tiziana Paci, che scrivono per Energitismo, risiedono a pochi metri dal centro storico in modo che noi possiamo trovare un rifugio e iniziare riposati a girare tra la folla.

La nostra missione non è la pletora di artigiani e di bancarelle di candele regalo per Natale, ma riscaldarci con un brindisi iniziale di vino brulé (vino caldo) prima dei canti natalizi dal coro locale nel pomeriggio. Avventurandosi in una piccolo vicolo dalla strada principale del borgo di Candelara, frazione di Pesaro, Claudia ha dato sfogo alla sua passione di esaurire la memoria del suo iPhone con i ricordi di una piccola candela accesa in un unico lampione rosso sul lato del muro di mattoni.

Essendo arrivati alcuni minuti prima dei canto in programma, siamo in grado di stare in piedi e osservare gli altri, con simili interessi e includerci nella loro visione pomeriggio. Ci viene presentata, Chiara, un membro del coro e cantante d’opera, legata da vincoli matrimoniali a Maurizio. Si tratta di un piccolo villaggio, e la sua storia, più il tremolio delle candele riempiranno altre pagine di questo blog.

Alla mia destra siede un uomo che età dai piedi verso l'alto. Le sue scarpe sono nuove in pelle marrone, morbide accuratamente cucite, con suole nere pulite. I pantaloni sono puliti, stretti e blu scuro. Il suo giaccone di media lunghezza è ben calzato, un giaccone verde oliva scuro resistente all'acqua. Intorno al collo una vecchia sciarpa, e sulla sua testa un berretto calzato senza particolari caratteristiche. Nascosto sotto il berretto, un piccolo volto ben delineato e una età indefinita con i capelli grigio pallido e una barba stile 'a la souvarov', che gli dona l'immagine di un uomo che ha trascorso molti anni in mare. Aspetta e, quando il numero delle persone in attesa aumenta, proprio mentre il coro si appresta a sfogare le sue voci, la mia attenzione è presa, e lui scompare tra la folla di Candelara.
L’alto direttore del coro è apparentemente olandese, un uomo il cui talento è più per la regia e la direzione di quello che oggi è il gruppo ridotto di 9 donne e 6 uomini, tutti non più nel fiore della giovinezza e tutti ben preparati per il freddo previsto di prima serata.

Solo alle 4 il direttore d'orchestra, risplendente in un berretto di Natale rosso e bianco del suo elfo, ha portato i soprani, contralti, tenori e bassi insieme in un’unica voce per interpretare una selezione di canti europei e di canzoni di Natale.

Segni particolari per distinguere i membri del coro dal pubblico erano pochi, soprattutto i libri porta-spartiti neri diligentemente posseduti da ciascun cantante. In caso contrario, le loro variazioni di abbigliamento hanno fornito un'immagine leggermente cacofonica con il pubblico. Sono stato particolarmente preso da un corista, una signora di circa 50 anni, vestita di marrone scuro con un cappello tipo Mary Poppins e e un abito forse scelto per essere in sintonia con i canti, e da quello che sembrava essere il chirurgo locale in pensione e vestito con eleganza domenicale che intonava bassi sul suo collo di pelliccia.

Il direttore non è stato in grado di resistere a benedire il pubblico con un canto olandese, e canti tradizionali tedeschi.

Eppure, dopo appena cinque canti, dal borgo più in basso un lontano suono di cornamuse è arrivato e si è diffuso sui tetti e tra le viuzze. Era ovvio che il direttore del coro ha cercato di raccogliere la sfida con questo gruppo di potenziali intrusi.

Ma il potere dei pifferi e tamburi della banda di 10 uomini del “Pipe Band di Candelara” del Castello di Bazzano, ha lasciato la voce del nostro coro sparire nel crescente crepuscolo. Forse la programmazione non andava o c'è stato un problema tra gli olandesi e gli scozzesi?

Tempo per un altro vino brulé, e poi per una marcia del coro dei bambini.

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