Felix Diaz: creare con la musica

La musica è vibrazione, l’arte è vibrazione, la vita è vibrazione e per il cubano Feliz Diaz (Jotaf) tutte queste cose coincidono.

Nascere a Cuba, dove i colori caraibici si fondono con i ritmi musicali, dove l’arte è una esperienza quotidiana significa diventare artisti in modo inconsueto. Così è capitato a Felix Diaz (Jorge Felix Diaz Urquiza) che ha unito una formazione classica con una esperienza quotidiana non-classica.

Felix, come hai conciliato l’università e gli studi classici e l’arte?

Credo che in qualcosa ci sia l’influenza di mia madre che era una insegnante, forse volevo insegnare anche io e per questo ho scelto Pedagogia Artistica. Volevo far conoscere agli altri le storie dei grandi artisti e trasmettere le loro emozioni.

Ma poi è vero che dall’età di due anni ho vissuto con mio nonno che costruiva strumenti musicali e suonava in una sua band. Io giocavo con i colori e lui giocava con le note. Nella mia vita ho voluto seguire entrambi gli insegnamenti.

E nel frattempo creavi tue opere …

Non ancora. Mentre ero all’Università sono diventato il Presidente di una importante associazione artistica, la “Hermano Saiz”, sezione di Santa Clara. In quel ruolo mi occupavo della Galleria e della promozione di concerti di autore, mostre di libri, facevo promozione in radio.

E’ venuto naturale seguire corsi di gestione della cultura e di organizzazione di spettacoli: mi sono avvicinato anche al teatro. Devi sapere che, in quel tempo a Santa Clara, l’arte contemporanea era molto vivace e dovevo accogliere artisti da varie zone dell’America Latina.

Noi vendevamo molto in America e Canada e viaggiavamo in continuazione. Poi sono cambiate le leggi e non potevamo più muoverci per motivi culturali. Per questo ho lasciato Cuba e il destino mi ha portato in Italia.

Ecco da dove viene la capacità di usare tanti linguaggi artistici, quale preferisci?

Io passo dal figurativo al non figurativo: dipende le sensazioni che mi provocano determinati suoni, la musica in sé, le registrazioni ambientali, oppure le foto.

E’ importante definire lo stile che il pittore ha attraverso la strategia e i colori, non solo l’uso delle immagini. Ho uno stile più pittorico che artistico.

Per me l’arte deve avere come obiettivo quello di migliorare l’essere umano. L’artista deve essere ‘uomo-donna’ per esprimere il massimo!

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Kalgoorlie: Centro dell’Universo

In Australia Occidentale, per più di 100 anni, c’è stato un elettorato federale di Kalgoorlie, dal nome della città mineraria di Kalgoorlie.

L’elettorato copriva più del 90% dell’Australia Occidentale, la regione più grande (circa un terzo dell’intera Australia, escludendo rivendicazioni antartiche). Le sue dimensioni erano di circa 2,3 milioni di metri quadrati, circa le dimensioni dell’Europa occidentale (escludendo i paesi nordici) e circa quattro volte la grandezza del Texas. E' stato il più grande elettorato unipersonale per area nel mondo: quasi un terzo del continente.

Kalgoorlie era rappresentata nel Parlamento australiano da un singolo uomo (nessuna donna è stata mai eletta dai circa 80.000 elettori obbligatori registrati di questa desertica regione).

Ma Kalgoorlie rappresentava anche un ricco elettorato, per via delle miniere di oro massiccio e nickel, delle montagne di ferro, dei diamanti e delle riserve di sabbia nelle spiagge. È interessante notare che, anche se Kalgoorlie si trova a 350 km da Esperance sull’Oceano del Sud e 600 km da Perth sull’Oceano Indiano, l’elettorato abbracciava circa un terzo della costa australiana.

Sono state scritte molte storie sulle miniere e sui minatori della regione (sia geologici che finanziari) e la storia della Borsa Australiana è piena di aneddoti su guadagni illeciti e vere fortune. Più vicino a casa, Kalgoorlie è famosa per i suoi pub, bar, prostitute legali e personaggi memorabili, essendo spudoratamente il centro dell’Universo.

L’Occidente ha avuto la sua parte di “rigenerati”, uomini nati in Inghilterra che sono migrati ad Oz (Australia) e hanno fatto (e perso) le loro fortune, sia finanziarie che di altro genere, uomini come Alan Bond.

Ma lasciatemi raccontare la storia di un altro di questi uomini, un politico chiamato Graeme Campbell. Graeme è emigrato nel sud dell’Australia da bambino. Ha acquisito numerose capacità, incluso quella di pascolare e costruire recinti nel Nullabour (per centinaia di chilometri). Si è trasferito a Kalgoorlie verso i trent’anni. A 40 è stato eletto al Parlamento Federale come candidato del Partito Laburista e ha mantenuto la poltrona per 18 anni, aumentando i consensi ogni volta (indipendentemente da dove portava la marea politica altrove in Australia).

Ebbe grande interesse a criticare la difesa (specialmente lo sconsiderato e quindi finanziaramente e tecnicamente disastroso progetto sottomarino), le politiche sull’immigrazione, l’indipendenza australiana e le miniere: più è meglio. Ha anche visitato ampliamente il suo elettorato, cercando e rappresentando gli interessi degli elettori del più lontano angolo del Kimberley e del deserto, dall’Oceano del Sud fino al Mar di Timor.

A Campbell piaceva essere chiamato “un cane sciolto”. C’è solo una storia che rappresenta, secondo me, Graeme Campbell. Il Partito Laburista è sempre andato soggetto a lotte di fazione che fanno sembrare i politici italiani noiosi.

Graeme era stanco dei battibecchi e delle coltellate alle spalle così verso la fine degli anni ’80 ha deciso di formare la sua fazione, con le sue particolari politiche e regole, che ha chiamato “Fazione di Estremo Centro”. Quando gli è stato chiesto da un giornalista come ha eliminato i problemi con le altre fazioni, ha risposto: “limitando l’appartenenza a una sola”.

Naturalmente alla fine l’hanno fatto fuori, stava troppo in alto per loro.

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Shackleton: con il cuore tra banchi di ghiaccio

Nel 1901 è apparso un annuncio sul The Times di Londra, probabilmente messo da Ernest Shackleton per conto della suo futuro capo di spedizione nell’ antartico, Robert Scott.

“Si cercano uomini per un viaggio pericoloso. Salario basso. Freddo intenso. Lunghi mesi di oscurità completa. Pericolo costante. Ritorno sicuro dubbio. Onori e riconoscimenti in caso di successo.”

Questo annuncio raccoglie tutta la vita di Shackleton. Solo che lui non è morto per le disavventure come è capitato alla maggior parte dei grandi esploratori polari, anche se, certamente, per Shackleton, avere a che fare con un cuore oppresso può essere considerato una disavventura.

Forse, sua moglie e legittimo amore, Emily, con la quale sembra essere stato fortunato e ha avuto tre figli, ha capito il vero amore della vita di Sir Ernest. Ha dato istruzioni infatti che Shackleton venisse sepolto lontano dalle braccia di altri nella Georgia Australe, a una salto dalla fine della terra ferma: la fredda fine, e un posto, a quel tempo, abitato solo da balene morte e norvegesi dispersi.

Agli inizi della sua carriera Ernest Shackleton stava navigando verso casa da Capetown nel 1903, dopo essersi ammalato durante una spedizione scozzese. Allora lui disse di essere stato addomesticato da una ragazza, a cui si ispirò per dare un nome a una montagna (Monte Hope, Speranza), più tardi nel 1908 nel profondo dell’Antartico. Nel suo sforzo poetico ci ha lasciato un paio di righe che ricordano il suo coinvolgimento amoroso (cosa che non gli impedì di sposare Emily l’anno successivo).

La poesia finisce così:

“Anche se la morsa del gelo può essere crudele e inesorabile la sua presa di ghiaccio

Eppure lega i nostri cuori insieme in quel freddo buio e duro.”

Se questo sia in memoria della sua Lady Hope o un ricordo della “fratellanza” con l’equipaggio non lo sapremo mai. Abbastanza curiosamente i discendenti di Hope hanno riferito di lei che era una donna bohemien, quindi ci può essere stata un forte ragione che ha spinto Shackleton a condividere qualche memoria del viaggio di ritorno per mare verso l’Inghilterra.

Ma, come spesso accade nella tradizione inglese con gli esploratori, Shackleton è ricordato per le sue imprese nelle profonde acque Antartiche più che per le sue debolezze terrestri.

E ci sono pochi dubbi circa l’impressione avuta da Shackleton mentre attraversava le montagne ghiacciate della Georgia Australe per raggiungere la stazione baleniera e portare in salvo i suoi uomini lasciati a terra sull’Isola dell’Elefante a 800 miglia di distanza: Dio stava camminando con lui.

Raggiunere la Georgia Australe, partendo dal mezzo del nulla su una piccola scialuppa e navigando attraverso buie tempeste, è stata un’impresa incredibile per Shackleton e i suoi quattro compagni.

E certamente Dio, dopo aver deciso che Shackleton era stata una puntata vincente, è stato con lui fino a che il salvataggio fu portato interamente a termine.

E poi ha aspettato pazientemente, finché Sir Ernest non è tornato nella Georgia Australe, per prenderlo come uno degli immortali, lasciando che gli uomini seguissero la sua guida per il resto delle loro vite.

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A tavola con le ceramiche Sambuco di Deruta

Chiunque ami la ceramica conosce Deruta e ha almeno un’opera nella sua collezione. La brillantezza dei colori, in particolare il giallo, l'arancio, il "verde ramina", il “bruno di manganese” e il blu, la rendono riconoscibile ad ogni intenditore.

Deruta si adagia dolcemente nelle colline vicino Perugia e dal primo rinascimento è stata uno dei centri più importanti nella produzione di servizi di ceramica. I suoi piatti sono presenti in tutte le corti d’Europa e oggi in tutti i più importanti musei del mondo: il Metropolitan di New York, il Victoria & Albert di Londra, il Louvre di Parigi, l’Ermitage di San Pietroburgo, l’Ashmolean di Oxford, County di Los Angeles, ecc..

Abbiamo incontrato Lucio Sambuco, terza generazione alla guida dell’azienda di famiglia, che continua con amore e accuratezza questa tradizione di manifattura di ceramica di alta qualità. Lucio si distingue per la passione con cui descrive il suo territorio ed è personalmente impegnato nella promozione delle piccole imprese artigianali.

Lucio, come definiresti il tuo lavoro, la tua arte?

Realizzare, sviluppare, innovare prodotti continuando la tradizione storica e artistica che da sempre ha contraddistinto le manifatture derutesi. Ci piace realizzare prodotti funzionali al vivere quotidiano per appagare il personale desiderio dell’uomo del “bello”.

Siamo orgogliosi sia della qualità delle nostre produzioni per la tavola e l'arredo che seguono la miglior tradizione derutese, che delle nostre forme ed i nostri decori "innovativi". Nel nostro lavoro ci ispiriamo ai maestri ceramisti del Rinascimento e ai designer del Novecento.

Quali sono stati i tuoi maestri? Come hai imparato?

Mio nonno lavorava in fornace nel 1918, abbiamo conservato uno dei suoi mattoni, ma ufficialmente l’attività è iniziata negli anni cinquanta con i miei genitori. Oggi io e mio fratello Luca guidiamo l'impresa dove lavora anche mia moglie.

Ho imparato dai miei genitori e dai diverse maestri e artisti con i quali abbiamo collaborato nel corso della nostra storia. Sono nato nell'azienda e ho assorbito il mestiere giorno per giorno, imparando dalla quotidianità.

Lucio, mi sembri una persona serena: cosa ti rende così?

Credo che il nostro lavoro abbia qualcosa di magico. Potrei definirlo sostenibile nel senso migliore del termine: per la familiarità del lavoro artigianale e la manualità che portano ad una salute fisica e psicologica. Si lavora in un contesto dove si può colloquiare con i colleghi, è possibile ascoltare musica o radio, non si esegue un lavoro ripetitivo. La portata della creatività legata alla peculiarità delle nostre produzioni rende ogni giorno una piacevole sfida.

A proposito: una nostra opera è conservata al Museo Regionale della Ceramica di Deruta con la motivazione "La vostra opera, sia per la forma sia per il decoro, ha rispettato e riaffermato, attraverso un intelligente sforzo innovativo, la tradizione artistica derutese".

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La scultura in Grecia oggi

La storia della Grecia è la storia della fondazione della grande scultura, architettura e della grande pesca. Energitismo è attratto dalla Grecia come il ferro a un magnete.
Non sono solo le bellissime isole e il mare blu, il sole e il favoloso pesce fresco, ma pressoché ovunque, sia nel continente che nelle isole, si trovano tesori archeologici e legami all’arte moderna, specialmente alla scultura. Tra gli scultori dei nostri giorni ce ne sono diversi che lavorano il marmo e la pietra replicando la bellezza espressiva dell’antichità, ma non è su di questi che vogliamo attirare la vostra attenzione.
Ad Atene, nella zona del mercato vecchio di Plaka, quello che si vede guardando in giù dall’Acropoli dove sta arroccato il Partenone, godendosi l’amore dei fedeli e la briosa ristorazione, troviamo Apostol e le sue sculture.
É uno scultore del bronzo con un amore per la storia greca, la musica e il mare che scorre nelle sue vene, amore trasfuso nelle sue opere con lo spirito del cristallo. La sua libertà creativa proviene dai giorni che passa seduto in riva al mare ad aspettare che il pesce abbocchi. Guardate i suoi pesci scolpiti con il bronzo e il cristallo e ascoltate le parole di saggezza nelle sue storie di pesca.
A metà strada verso Tessalonica, avvicinandosi al Monte Olimpo, troviamo la terza città greca, Larissa, al centro di una pianura, circondata da montagne in tutte le direzioni. Qui giacciono le spoglie di Ippocrate e vive Antonis Karakonstantakis. Antonis ha stabilito il suo spirito creativo a Larissa, portandoci la moglie e abbandonando la sua nativa Creta e la pesca quotidiana. Qui ha ricostruito l’antichità della terra e del mare con mosaici unici e sculture create con le pietre raccolte mentre girovaga per le montagne nei dintorni, guardando il Mar Egeo.
La strada ad est da Larissa ci porta in meno di un’ora all’antico porto di Volos, dove Giasone ha varato le sue navi con gli Argonauti in cerca del Vello d’Oro ( trovato 2500 anni più tardi sul dorso di una pecora merino in Australia). Volos è il ponte di lancio verso le Sporadi, inclusa Skiathos. Dal 28 marzo ospita la quarta edizione della mostra Dialoghi, che unisce artisti greci e italiani, dove Luciana Bertorelli, artista di Savona sul Tirreno, esporrà le sue sculture in ceramica.
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Il Premio Energitismo alla dolcezza di Gabry Cominale

Gabry Cominale, nata a Genova ma cresciuta a Savona, ha vinto il primo Premio Energitismo Scouting in un evento alla Galleria del Cavallo, in Quiliano, Savona, una raffinata mostra organizzata da QuiArte.

L’opera è rappresentata da tre busti di ceramica eretti con il supporto di barre di ferro che riflettono l’irreprensibile creatività di Gabry. Questi busti di ceramica sono un “lavoro-installazione” e sono stati indossati duranti una performance da modelle e danzatrici.

Una “ceramica da indossare” è un interessante esempio di come l’arte può diventare parte delle nostre vite.

I quattro contendenti finali, sorprendentemente comprendevano tutti lavori coinvolti in differenti aspetti della scultura. Questo non è per sminuire la qualità della pittura, quanto piuttosto per riflettere una personale attrazione esercitata sui direttori di Energitismo.

Fra i finalisti meritano una menzione Dolores De Giorgi, una scultrice/artista della ceramica e metallo, Giuseppe Lorenzi, uno scultore ironico dalle forme geometriche in metallo, e un giovane scultore “inspirational”, Fabio Taramasco, i cui lavori comprendevano un set di 6 barattoli di sardine sott’olio, e ogni sardina è una interpretazione in ceramica.

Franco Parisi e Luciana Bertorelli hanno allestito e curato la mostra che ha ospitato oltre 60 artisti predominantemente dalla regione, ma anche dal resto d’Italia e dalla Francia.

Gli artisti sono stati sfidati da Energitismo a presentare una sola opera che avrebbe potuto trovare consenso in clienti e che doveva essere rappresentativa dei lavori dell’artista, ed esprimere la sua individualità, il suo stile.

Il Premio Energitismo, valutabile circa €2.000, include una vetrina in Our Discoveries, la pubblicazione di quattro articoli, la promozione in una newsletter individuale ad oltre 15.000 lettori ed un ingresso dell’artista agli eventi di Energitismo.

Le opere di Gabry saranno presto mostrate in una sua vetrina in Our Discoveries, e una selezione delle sue opere sarà disponibile negli Energitismo On-Line Atelier. L’intenzione di Energitismo è di invitare altri artisti fra gli eccellenti scultori e pittori della mostra di Savona.

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Giovanna Zanella: scarpe magiche a Venezia

Giovanna Zanella ha l’oro nelle mani! Entrare nella sua bottega a Venezia, dove l’abbiamo incontrata, è come entrare in un luogo magico senza tempo. Gli occhi vengono rapiti da calzature inconsuete, scarpe magiche, le cui forme tradizionali diventano inusuali perché abbellite da colori accesi, da penne e lustrini che creano uno spettacolo per tutti i cinque sensi!

Dalle mani di Giovanna prendono forma calzature ricercate, celebrate in riviste internazionali di settore fino al New York Time! Ognuna di loro incarna un’idea artigianale e la loro semplicità, oppure stravaganza, fa sorridere un osservatore attento a coglierne il messaggio.

Giovanna raccontami come ti sei avvicinata al settore delle calzature artistiche e come nascono le tue ispirazioni.

E’ sempre stato un sogno! Non trovavo mai le scarpe che mi piacevano ed avevo sin da giovane il desiderio di potermele fare. Grazie al maestro Rolando Segalin, un artigiano della calzatura molto noto a Venezia, è partita nel 2000 questa mia avventura.

Al tempo avevo già questa mia bottega, dove mi dedicavo all’abbigliamento e all’accessorio fuori tendenza. Ho sempre avuto una buona manualità e ho frequentato la scuola di modellismo. Il maestro Segalin è stato la mia guida: mi ha affiancato per 6 anni trasmettendomi il suo sapere. Provenendo dalla moda sapevo che il piede è una parte del corpo che va vestita con le sue rotondità, ma il mondo delle calzature artistiche è così complesso! Ho imparato in fretta però e il maestro rimaneva stupito dalle mie prime creazioni!

Le mie calzature nascono da qualsiasi particolare io veda, che mi rimane impresso e prende forma sotto forma di calzatura. Ho una ‘scatola delle idee’ che raccoglie le idee che non realizzo. Sono tutte dentro di me, nessuno le conosce ed io le realizzo solo quando sono da sola in bottega e mi chiudo dentro.

Giovanna chi sono i tuoi clienti?

Sono soprattutto europei dal Nord Europa e americani di livello sociale medio-alto ed altissimo. Alcuni ritornano a Venezia solo due volte l’anno, altri hanno la casa qui e tornano più spesso. Di ogni cliente conservo le misure per 10 anni, catalogando gli stampi con nomi diversi. Il primo paio lo ordinano qui da me, poi per mail mi chiedono le ultime novità. Sanno che possono modificare ogni paio con le loro richieste. Io li accontento: sono prima di tutto una calzolaia!

Avere un negozio a Venezia è come avere una vetrina sul mondo! Il mio essere artista nelle calzature ha molto di Venezia: qui ci sono influenze di tutti i tipi ed io so che sono apprezzata da clienti di tutto il mondo proprio perché sono a Venezia. Questa città ha plasmato la mia creatività ed io a Venezia regalo un tocco di originalità con le mie creazioni!

Quali sentimenti riflettono le tue scarpe Giovanna? E cosa è necessario avere per essere noti in questo settore?

Penso che ciò che realizzo ora è ciò che ho vissuto nell’infanzia, immersa nella natura. La natura ti mostra l’evolversi della creazione. Questo è un lavoro che richiede dedizione, tempo e molta professionalità. Quando io consegno un paio di scarpe ho l’ansia! Il segreto è la combinazione tra la bellezza e la comodità della scarpa, come un abito!

A Venezia siamo rimaste in tre donne in questo settore, tra cui un’austriaca. E’ un settore ora tutto al femminile! Io penso che la notorietà si raggiunge credendoci e volendo trasmettere un messaggio che non sia la banalità. Tanti clienti mi dicono che le mie scarpe trasmettono vita, che entrare nella mia bottega è come immergersi nella cromo-terapia. Ciò che voglio io è trasmettere divertimento, passione, gioco!

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Carlotta Gabbiani: una vita nella bellezza del vetro

Carlotta Gabbiani sorprende! Giovane, sorridente, solare eppure profonda e creativa nella sua attività di designer di vetro artistico e di guida dell’azienda di famiglia. Già questa descrizione riempirebbe una vita, ma poi parlando con lei si scopre che è anche veterinaria e ama profondamente gli animali. Incredibile!

Carlotta è una giovane designer cresciuta in una nota famiglia Veneziana, i Gabbiani, in cui ha appreso l’amore per il vetro e la sua magia. La madre Marina Ravagnan è un’artista ed è stata la sua maestra: da lei ha appreso la sapienza con cui toccare e vivere il vetro, così “fragile e delicato come Venezia”.

Abbiamo incontrato Carlotta Gabbiani a Palazzo Bragadin, storica residenza in cui trovò rifugio Giacomo Casanova una volta evaso dai Piombi, di fronte all’antica casa di Marco Polo. Tra le meraviglie del Palazzo si radica una parte dell’attività artigianale della famiglia Gabbiani, mentre l’altra è a Murano dove i forni danno vita alle creazioni in vetro.

Carlotta tu provieni da una famiglia di lunga tradizione nel vetro artistico e la tua formazione è molto eclettica ...

La nostra famiglia lavora il vetro da oltre 50 anni. Se la famiglia di mio padre era nel commercio di spezie dall’Oriente, quella di mia madre è sempre stata una famiglia di artisti. Io ho respirato l’arte sin da piccola crescendo con mio fratello più in un Museo, che in una casa per bambini.

Mio fratello avrebbe dovuto seguire la tradizione di famiglia così io sono diventata veterinaria a Bologna con una specializzazione in ago-puntura. Poi lui si è trasferito a Shanghai 15 anni fa, ed io sono entrata in azienda ricoprendo vari ruoli.

Quello di designer mi è venuto naturale: dalla prima collezione di bijoux in vetro, ora mi dedico alla decorazione e alla illuminazione, che è il fulcro dell’azienda.

Ho disegnato parte dei lampadari dell’ultimo Catalogo in stile classico e moderno. Mia madre li ha approvati e questo mi ha dato una grande soddisfazione!

Carlotta, dove nascono le tue creazioni?

Dall’inattività: quando sono seduta in vaporetto e il mio cervello è libero di spaziare. Registro l’idea, faccio i primi schizzi, mi confronto con chiunque e lascio ai maestri vetrai i miei disegni che sanno interpretare abilmente.

Venezia è un luogo magico per essere artisti nel vetro. Venezia è per definizione vetro: è l’essere umano che si rispecchia nell’acqua! Questa è una città ‘trasparente’, un insieme di riflessi e colori, ma fragile come il vetro.

Per me, unire l’amore per gli animali con quello per il vetro, è significato vivere tra l’effimero e il terreno. L’apertura mentale che ho acquisito mi guida nel creare opere che rispecchiano le mie intuizioni. Alla fine, la creazione mi trasmette sempre sentimenti forti.

Cosa hanno di speciale le creazioni Gabbiani in vetro artistico?

Per noi il vetro di Murano è prima di tutto passione per la tradizione. E’ complesso portare avanti un’azienda come la nostra oggi, perché è tutto fatto a mano!

Quando i clienti visitano una fornace a Murano rimangono esterrefatti! Solo allora capiscono il tempo e le energie impiegate per creare le nostre opere, tutte personalizzabili e alcune intramontabili nel tempo! Le nostre realizzazioni le trovo aggraziate nell’abbinamento dei colori. Regalano un momento di pace perché uniscono “Eleganza e Bellezza”.

Ecco, io desidero vendere questo ai clienti: il sogno di sapere che un’opera è stata realizzata per te e per le tue esigenze e non in una fabbrica qualsiasi!

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