Il tesoro d’ ambra dello Juodkrante

Nel centro d'arte dell'ambra baltica a Vilnius e nei musei dell'ambra di Nida e di Vilnius e si possono osservare collezioni d’ambra antiche e moderne, vere e proprie opere d'arte.

La tradizione della produzione di gioielli d'ambra con figure antropomorfe e zoomorfe era nata già nel IV millennio aC. dal popolo di Narva. L'aspetto misterioso dell'ambra con le sue caratteristiche insolite (bruciando diffonde un piacevole profumo, presa in mano è sempre calda) faceva impressione ai vecchi cacciatori e pescatori della cultura di Narva.

Una delle collezioni di maggiore valore storico è quella del “Tesoro di Juodkrante“, 434 pezzi d'ambra del neolitico (III millenio AC) trovati fra il 1860-81 grazie ad una impresa che aveva iniziato ad estrarre l'ambra proprio nel paesino di Juodkrante nella penisola curlandese.

Per molto tempo nessuno ha capito l'enorme valore archeologico di questa collezione e i lavoratori delle cave li vendevano ai turisti come le peculiarità di Juodkrante.

Oggi parte della collezione è andata dispersa e molta è nel museo di Ribnitz Damgarden in Germania, ma da 30 anni i coniugi Kazimieras e Virginija Mizgiriai hanno dedicato la loro vita a ricostruire la preziosa collezione.

Il tesoro consiste in ambra grezza, pendenti di varie forme, animali scolpiti e bottoni doppi con superfici lisce o punteggiate (una parte era ben levigata, mentre all'interno c’erano 2 buchi a forma di V in modo che dall'esterno non si vedessero). Questi bottoni venivano utilizzati per scopi estetici: in alcune tombe sono stati trovati vestiti con oltre 300 bottoni.

Altri ornamenti erano costituiti da punti e da linee: simboli di vita, fertilità, corpi celesti e fenomeni naturali. Si usavano decorazioni con un disco lavorato posto sugli occhi dei morti per proteggere dal male.

Il tesoro di Juodkrante segna la nascita della cultura dell'ambra sulle rive del Baltico e ha dato l'inizio alla Via dell'ambra: un percorso che prima di tutto è di una integrazione culturale europea.

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Una nuova piantagione di gelsi per la bachicoltura

La bachicoltura e la tessitura della seta sono stati per molti secoli il motore dell’economia del nord est italiano. I paesaggi della pianura non erano prati come siamo abituati a vederli ma erano caratterizzati da alberi di gelso le cui foglie fornivano nutrimento ai bachi.

Cogliendo il vero significato della parola crisi, la cui etimologia greca vuol dire cambiamento, alcuni sono tornati a percorrere nuove/vecchie strade cercando opportunità nelle tradizioni locali. Seguendo questi sogni, da un paio di anni sono nate cooperative di bachicoltori e sono tornati ad allevare i “prodigiosi vermetti” che producono il più resistente, lucente e sottile filo che esiste al mondo.

Ci sono molti motivi differenti per cui si era interrotta la filiera della seta, e possiamo riassumere le principali cause del declino nella stupidità e avidità dell’uomo: guerra dei prezzi delle produzioni di massa e inquinamento dovuto ad insetticidi.

I bachi da seta, infatti, sono animali molto delicati e non amavano particolarmente un insetticida che per molti anni si è usato in agricoltura. Nonostante sia proibito da più di un decennio su tutto il territorio nazionale tranne la provincia di Bolzano, si è continuato a utilizzarlo illegalmente e solo ora l'utilizzo si è ridotto abbastanza da permettere di ripartire con nuovi allevamenti.

Tutto sembrerebbe semplice: coltivo un albero, prendo le foglie, nutro i bachi e aspetto che questi producano i loro bozzoli. Ma non è così. Dietro ogni azione c’è una profonda conoscenza e chi vuole avviare una attività deve farsi guidare da esperti che possano dargli i giusti consigli.

Ci sono molte varietà di gelso ognuna delle quali predilige certe aree climatiche e ci sono diverse razze di bachi in funzione del tipo di foglia di gelso e del tipo di seta che si vuole produrre.

Ci sono le uova del baco da seta da scegliere per far partire gli allevamenti ogni nuova primavera, le cure e i controlli sanitari per i bachi (nell’ottocento quasi tutti gli allevamenti europei del baco furono distrutti per una malattia di questi insetti) e infine le tecniche per la scelta e la selezione dei bozzoli.

La conoscenza e il “saper fare” sono la ricchezza di una persona e di una comunità e per fortuna nel Veneto questa conoscenza è stata custodita, accresciuta e ora è a disposizione di coloro che vogliono tornare ad allevare bachi e a produrre seta. Ci sono due istituzioni che sono un punto di riferimento internazionale in Europa: il CRA-API di Padova e Veneto Agricoltura.

Il CRA-API di Padova è un centro fondato nel 1871 proprio a seguito dei problemi sanitari nella bachicoltura europea ed è specializzato nello studio dell’intero ciclo. Conserva le uova di molte varietà e nel corso degli ultimi anni ha studiato forme di utilizzo dei bozzoli nella farmaceutica e cosmetica e nuovi “mangimi” per poter allevare i preziosi bachi anche durante i mesi invernali.

E’ il CRA-API che nel corso degli ultimi anni ha supportato tutti coloro che hanno riattivato le produzioni di bozzoli ed in particolare la Cooperativa sociale “Il Cantiere della Povvidenza SPA – società persona ambiente” di Belluno che oggi è pronta a sua volta a formare nuovi imprenditori agricoli.

Il secondo centro è Veneto Agricoltura che nella azienda agricola pilota di Villiago (70 ettari nel comune di Sedico) ha piantato 2600 alberi di gelso per avviare una produzione consistente e dare vita ad un centro di formazione e informazione di bachicoltura per tutti coloro che vogliono tornare a operare in una delle fasi del ciclo della seta.

Nell’antico borgo interno dell’azienda, infatti, potrebbe nascere un centro di bachicoltura dove riprendere a riprodurre i Bachi da seta e contemporaneamente diffondere la cultura della seta a nuovi futuri imprenditori.

Le richieste di supporto arrivano in continuazione, e non solo dall’Italia, e serve un luogo dove poter imparare e sperimentare tutte le opportunità offerte dalla coltivazione dei gelsi con l’assistenza di una guida esperta. Dalla seta alla tessitura, dalla cosmetica all’alimentare, dalla formazione al turismo.

Forse sono proprio vicini i tempi in cui il paesaggio del Veneto possa tornare ad essere caratterizzato da gelsi e il frusciare della seta italiana torni a far sognare le dame di tutto il mondo.

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ritratti a matita

AMaViS è rappresentativo del migliore stile italiano! Come molti altri grandi laboratori di stilisti e artigiani condivide l’inizio in una piccola cittadina, nascosta dal trambusto delle grandi città.

AMaViS è conosciuta attraverso le meraviglie dei social media, del passaparola, delle sfilate di moda, degli eventi e del web.

AMaViS è molto particolare in quanto combina gli elementi di Haute Couture con la 'banalità' del riciclo: in realtà è la più bella definizione di “Up-cycling”. Tutto ciò che AMaViS crea, utilizzando materiali riciclati, assume un valore di gran lunga più grande dopo l'iniezione dello spirito creativo di Ada Maria Vittoria Santarelli, la fondatrice e la sognatrice di tutto ciò che è AMaViS.

Per incontrare Mavi, come preferisce essere conosciuta, avete bisogno di viaggiare intorno al lago di Nemi, nei Castelli Romani, a Genzano. Per noi questo è avvenuto una sera di un freddo inverno, appena dopo Natale, quando abbiamo trovato Mavi circondata dai 'resti' di un Natale di successo in cima a Via Italo Belardi, la via della meravigliosa “Infiorata“.

Mavi ci ha mostrato, fra la sua vasta varietà di abiti, un abito da sposa creato da vecchie lenzuola e mosaici di specchi, per una sposa tedesca che ha raggiunto Genzano per selezionare il suo vestito. Il meglio merita di essere ricercato.

Mavi ha mostrato la sua Collezione e ci ha presentato la sua prima creazione che ha vinto numerosi premi, un abito lungo realizzato con scarti di pizzo e cinture di sicurezza di automobili, “upcycled” con un bel senso della prospettiva.

Un'altra meraviglia AMaViS è l'abito da cocktail creato con cravatte , molto sexy con un fantastico bilanciamento di colore.

Mavi comunica il senso della sua Collezione su una t-shirt di cotone upcycled “Give me a second chance” !

Chi è Ada Maria Vittoria Santarelli ?

Una bambina di Roma, infanzia trascorsa nel piacere di creare abiti per bambole con ritagli sartoriali e poi la propria moda, ovunque gli interessi della sua famiglia l'hanno portata. Era necessario tuttavia crearsi una carriera nel lavoro, nonostante la sua passione.

Quindi non è sorprendente che sia arrivata ad essere una manager nell’Haute Couture. Tuttavia la sua anima era nella creazione, non nella gestione, e la sua passione è sempre stata quella della sostenibilità e del riciclo.

Appena avuta l'opportunità, è saltata nell'abisso di AMaViS, un nome formato nella sua infanzia, dalle sue iniziali.
Seguite AMaViS e Mavi, ovunque vadano. Sarà certamente in un ciclo verso l’alto!

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La storia del valore della seta

Per quasi venti secoli la Cina ha protetto i segreti della seta in ogni modo, anche con la pena di morte, per mantenere il monopolio della produzione di questa preziosa stoffa per “vesti imperiali” e un alto prezzo della seta.

Nonostante queste misure eccezionali, il primo “furto” avvenne proprio ad opera di una principessa cinese che, per dovere politico, si sarebbe dovuta sposare con un principe tibetano. La leggenda racconta che quando il principe la informò dell’assoluta impossibilità di produrre il prezioso filo, a causa della mancanza del baco da seta, lei decise di passare all’azione.

Per la principessa, infatti, era impensabile non vestirsi di seta, così trafugò dai giardini imperiali delle uova e dei semi di gelso nascondendoli nella sua elaborata acconciatura nuziale.

Successivamente all’ introduzione dei gelsi e dei bachi, anche in Tibet, per alcuni anni, si adottò la strategia delle pene severissime per evitare la diffusione degli allevamenti nelle regioni confinanti e, in effetti, per secoli la produzione serica rimane custodita fra pochi regni.

I greci ne avevano una conoscenza imperfetta e solo dopo la conquista di Alessandro Magno, quando la civiltà Greca e Persiana vennero a contatto, si delineò il primo ramo di quella che nei secoli successivi diventerà la Via della Seta.

Roma adotterà le vesti di seta solo dopo le campagne in Asia occidentale, facendo derivare il nome Sericum da quello dei Seri, il popolo che la produceva, situato in una vasta area dell’Asia centrale allora chiamata Serica. Tuttavia, la rarità e il prezzo di questo tessuto lo resero disponibile esclusivamente all’élite romana, anche se abbiamo poche indicazioni riguardo al costo della seta.

Su un reperto storico, una striscia di seta originariamente attaccata ad un rotolo, viene riportato quanto segue: “Rotolo di seta da K’ang-fu nel regno di Jen-ch’eng (regno effimero, sorto all’incirca nell’85 d.C. e situato nell’attuale provincia dello Shandong) largo 2 piedi e 2 pollici, lungo 40 piedi, con il peso di 25 once, prezzo 618 pezzi di moneta”. Questo significa che, anche nel caso in cui le monete fossero i più piccoli pezzi di argento, si ha comunque una cifra rilevante.

Un altro indizio del valore della seta è la storia dell’imperatore Aureliano che nel 275 d.C. negò alla propria consorte un mantello di seta tinto di porpora per il suo eccessivo prezzo. Mentre nel 301 d.C., Diocleziano con un editto imperiale stabilisce il prezzo della seta bianca a più di mille denari aurei per libbra.

Queste storie rendono perfettamente l’idea della preziosità della seta in oriente come in occidente e del valore di questa raffinata “materia prima”, ancora oggi desiderata da ogni persona al mondo.

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Transfigurativismo e Transconcettualismo

Ho seguito molto attentamente la presentazione della Mostra su Transfigurativismo e Transconcettualismo e il desiderio degli artisti di andare sempre oltre per conoscere alle determinazioni concettuali a cui si è giunti.

E questa è l’Essenza della Filosofia, come cammino verso la verità a cui non si giunge mai, ma a cui si tende sempre. Mi soffermo sul Transconcettualismo, che ha aperto scenari d’arte certamente molto importanti ma contemporaneamente svelato orizzonti interpretativi ugualmente significativi.

Per me fare arte è fare filosofia, intesa nella sua perfetta definizione di “amore per la conoscenza”, e farla è voler conoscere la realtà in cui stiamo. In pittura si dirà impressionismo ed espressionismo, ma in filosofia siamo al semplice dualismo Io-Altro.

Io guardo al rapporto Arte e Filosofia e come filosofo ascolto e rifletto. Transconcettualismo dunque, dato da trans, prefisso che indica attraversamento, mutamento, passaggio da un luogo a un altro.

L’arte con il concettualismo ha seguito una linea di progressive "riduzioni" o "privamenti", aprendosi nuovi territori di ricerca "privandosi" di qualcosa che sembrava appartenere indissolubilmente al significato stesso di arte. S’inizia con il fare a meno del "naturalismo" e della "mimesi" (post-impressionismo, espressionismo), poi facendo a meno della "prospettiva" (cubismo), del "passato" (futurismo), del "valore venale" dell’opera (dadaismo), della "realtà" (astrattismo), della "forma" (informale), fino a giungere a fare a meno dell’"opera d’arte".

Si è così rotto l’ultimo tabù, poiché un’arte che si manifesti senza opere era decisamente l’ultima frontiera che restava da conquistare. Sinteticamente, si può definire il "concettuale" come "un’arte che riesce a fare a meno delle opere d’arte.

Andare oltre il concettualismo è quindi un dato fondamentale ed essenziale per capire dove porta il significato d’arte. Se il significato di concetto è “Pensiero, poiché concepito dalla mente, più in particolare idea, nozione esprimente i caratteri essenziali e costanti di una data realtà che si forma afferrando insieme i vari aspetti di un determinato oggetto che alla mente preme aver presenti nel suo complesso”, si capisce chiaramente che oltre al concetto in sé non può esserci se stesso nella medesima forma, ma qualcos’altro.

E qui vengo alla bella definizione di Arte come modalità esplicativa dell’Anima di guardare e concepire sempre nuove frontiere in cui guardare e porsi. Ma oltre al concetto che è espressione del Pensiero che cosa possiamo trovare?

Oltre al concetto o esplicazione del pensiero c’è solamente il Sentire, e da esso per emanazione il Sentimento, ma sentimento è Emozione e questa è emozionalità. In questo sillogismo partiamo da un dato e arriviamo al suo opposto, perché a questo punto il Transconcettualismo porta inevitabilmente al Sentimento che in arte è l’espressione dell’Anima a cogliersi come Coscienza Esistenziale verso il Sacro, inteso questo nella sua accezione di derivazione latina (sakros), come ciò che è “a parte”, un essere "altro" e "diverso" rispetto all'ordinario, al comune, al profano.

Nell’arte e nell’artista che fa Arte il Sacro è dentro la sua Anima che si manifesta. Ma manifestare la “propria Sacralità” necessita porsi in un contesto interpretativo diverso che si distacca dal semplice segno o dato impresso su tela o altro, perché ricerca in significato di senso che è per un verso “concettuale” ma che è superato dal sentimento di volerlo interpretare come “simbolo” a cui si delega l’espressività dell’opera.

Il Transconcettualismo, allora, può divenire le nuove frontiere dell’arte quando farà del “concetto pensato” la rappresentazione dell’“emozione sentita”, in un fenomenologismo interpretativo proprio della filosofia contemporanea - Fenomenologia esistenziale - che è sintesi fra filosofia e psicologia-psicanalisi.
Io guardo l’arte in questa prospettiva e credo anche che il Transconcettualismo li possa guardare.

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Gjergj Kola: il pittore dei ritratti

Fotografia, pubblicità e photoshop hanno dato una nuova prospettiva al ritratto, ma alcuni artisti come Gjergj Kola mantengono immutato il desiderio e il bisogno di cogliere le emozioni e le essenze delle persone.

In fondo “la figura umana è la creatura più eccellente che Dio ha creato e per millenni è stata il primo soggetto di ogni artista, a partire dai dipinti rupestri primitivi”, ci dice Gjergj quando lo abbiamo incontrato in una mostra di pittori Transfigurativi e Transconcettuali all’Alexander Hotel Museum di Pesaro.

Gjergj Kola è di nascita Albanese ma ha vissuto gran parte della sua vita fra Grecia e Italia trovando il tempo di partecipare a mostre nei Balcani, in Italia e negli Stati Uniti. Quando parla non sa mai quale lingua utilizzare ma questa ricchezza di esperienze gli ha permesso di imparare a leggere le persone oltre le parole. Lui le coglie con il pennello e imprime la loro vita sulla tela. Nei suoi tratti si coglie una vitalità ed una gioia non comuni.

Che cosa è per te il ritratto, cosa provi?

All’inizio mi sento preoccupato per l'interpretazione della figura umana che è la creatura più complicata, interessante e bella di questo mondo. Da una parte l’estetica della delicatezza, della bellezza e della freschezza ma dall’altra anche l'intelligenza, le sofferenze e le gioie. Sono tutti questi fattori insieme che formano il complesso della persona e che devono trasparire da un dipinto.

E’ arte che si esprime con la figura di un ritratto in cui devo poter trasmettere il carattere e la forza usando la ricchezza dei materiali e dei colori: e questa non è una sfida facile. Sono sempre alla ricerca di un nuovo alto livello interpretativo che possa trasmettere le particolarità di ogni persona.

Entri in relazione con la persona che ritrai? Cosa vedi in loro?

Mi piacerebbe che le persone che ritraggo fossero tutte splendide. Quando ho davanti una persona per un ritratto non faccio una fotografia ma cerco di dare una interpretazione artistica. Cerco un mondo dove si armonizzino le due personalità: quello del modello e quella del creatore che provengono da due universi diversi.
Cerco armonia ed equilibrio estetico per cogliere gli aspetti più positivi: cerco sempre di rendere le persone nella loro luce migliore.

Ho visto molti quadri della tradizione albanese, greca o turca. Quali sentimenti ti ispirano?

Anche in questo caso mi confronto con la figura umana perché il folclore è chiaramente un aspetto umano. La cultura popolare è creata da persone in un certo luogo, con certe condizioni naturali, geografici e storiche. Sono valori che si trasmettono da padre in figlio e sono un grande patrimonio dell’umanità.

Io sono semplicemente uno di questi artisti e cerco di trasmettere questi valori e, poiché sono nato e cresciuto in Albania, conosco meglio e interpreto la cultura e il patrimonio del mio paese e dell’area balcanica.

Sono andato via dall'Albania quando avevo 24 anni e ne ho trascorsi altri 24 lontano dalla mia terra. Quando vivi lontano senti una nostalgia e un rispetto più grande, ti concentri e analizzi di più i valori e i lati positivi. Per questo cerco di non considerare la politica e la corruzione ma, con le mie opere, spesso ritorno ai valori e alle tradizioni folcloristiche che ancora sono poco conosciuti.

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Il magico laboratorio di Andrea Zelio

Salendo per le strette scalette che portano al laboratorio di Andrea Zelio, proprio al centro di San Donà di Piave, non si può proprio immaginare in che luogo si sta entrando. Quando la porta si apre, lo sguardo non sa dove posarsi tra installazioni che pendono dal soffitto, quinte di scene teatrali, quadri, stampe e libri.

Andrea Zelio è un artista con uno spirito “antico”, nel senso che non si limita ad una espressione artistica ma ha una curiosità che lo porta a sperimentare ogni modo di comunicazione.

Parlare con lui è piacevole ed il suo modo “affabulatorio” di raccontare le sue creazioni fa venire in mente i narratori del secolo passato che passavano di borgo in borgo narrando storie per intrattenere le persone. Storie che nascondevano sempre insegnamenti e tramandavano le tradizioni popolari.

Andrea, nel tuo studio ho visto molte diverse forme d’arte. Quali preferisci? Come comunichi meglio?

Le diverse forme hanno la capacità di compenetrarsi, di completarsi. Non c’è una favorita. Mi mancano se non le pratico e per questo sento il bisogno di sperimentare sempre soluzioni nuove ed iperboliche.

Cerco di rappresentare qualcosa di irreale ma che potrebbe essere anche reale, una storia fiabesca ma che potremo anche trovarci a vivere.

Nonostante questa varietà espressiva, la tua personalità esce ben delineata da tutte le tue opera. Come definiresti il tuo stile?

Saudade-chic. Credo che le mie creazioni trasmettano una eleganza che mi proviene direttamente dal luogo in cui sono nato e vivo, ai confini della laguna di Venezia, in un’area famosa da secoli per la sua raffinatezza. Forse per questo amo Leonardo e Giorgione.

Contemporaneamente sento una certa malinconia ed i soggetti che scelgo anche un pizzico di nostalgia: come i piccoli rimandi alle giostre medioevali che sono riconoscibili in molte opere o l’uso del carboncino nelle molte serie surreali delle “lettere dell’alfabeto” o dei “mesi dell’anno”.

Quale è tua prossima sfida? Cosa stai realizzando?

Le sfide sono importanti e spesso mi arrivano direttamente da una committenza che viene da me per trovare qualcosa di originale. In questo momento sto lavorando ad un libro per ragazzi, “Il Re dei giocattoli” in cui curo testi ed illustrazioni.

Mi dedico a queste attività per dare un senso più limpido e rotondo alla mia vita, creando ho come la sensazione di entrare in risonanza con l’universo, di armonizzarmi.

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Pitture Murali e splendide ville decorate da Paolo Bellò

L’area di Venezia è famosa per le sue ville fastosamente decorate e la scuola delle pitture murali ha avuto grandi maestri, a partire dal rinascimento di Paolo Veronese fino al tardo barocco di Gian Battista Tiepolo. Paolo Bellò è la continuazione di questa raffinata tradizione e decora ville e palazzi con uno stile raffinato ed elegante.

Paolo Bellò ha iniziato la sua carriera “a bottega” del maestro Ennio Verenini di Bassano del Grappa e crescendo si è avvicinato al mondo della decorazione e delle pitture murali che lo ha “stregato”. Si è così specializzato in varie tecniche tra le quali la difficile arte dell’affresco murario, che richiede una grande concentrazione, preparazione, abilità e rapidità per poter realizzare un’opera in un tempo molto limitato.

Lo abbiamo incontrato nel suo laboratorio di Solagna, dove esegue tutti gli studi preliminari e le ricerche, per poter soddisfare i clienti più esigenti, e dove si dedica alla sua passione per la pittura figurativa.

Paolo, come ti sei avvicinato alle pitture murali?

Attorno al 1995 ho iniziato a sperimentare seriamente la pittura. Nella decorazione ero arrivato ad un punto che non sapevo più quale fosse il limite tra i motivi decorativi e la creatività artistica, per cui ho sentito l’esigenza di ampliare le conoscenze.

La pittura figurativa era poi funzionale al mondo decorativo, in particolare alla pittura murale di tradizione veneta, e con il tempo è diventata un’altra espressione di me. Amo dipingere il corpo umano perché ti permette di raffigurare qualsiasi cosa: la brutalità, la bellezza, i sentimenti umani e lo puoi fare con tecniche diverse.

Hai accennato alle ville venete, consideri le tue realizzazioni uniche ed eleganti?

Sì, ritengo ciò che faccio opere ‘uniche’. Non amo ripetere ciò che realizzo e come decoratore e pittore mi piace creare un’opera che dia piacere agli altri. L’artista non dovrebbe sentirsi addosso degli schemi, ma deve aver presente la sua responsabilità sociale. Con le sue opere lancia un messaggio al pubblico ed è giusto che si interroghi su ciò che decide di rappresentare. Io lo faccio sempre.

Amo il concetto di bellezza ‘condivisa’ perché penso che la bellezza sia funzionale allo ‘star bene’ non debba essere fine a se stessa: è positività, calore, bontà. Diventa ‘visiva’ per la pittura e ‘pratica’ per la decorazione. Le mie realizzazioni le considero sicuramente eleganti e soddisfo i miei clienti proprio unendo eleganza e raffinatezza.

Cosa significa eseguire una decorazione di una villa? Quale è il tuo rapporto con i clienti?

Quando qualcuno mi commissiona un restauro, pitture murali o una decorazione di una abitazione importante iniziamo un cammino che può durare anche un paio di anni. E poiché entro nelle mura domestiche, le persone sono molto esigenti anche se con diverse modalità. Ci sono 3 tipi di committenti: quelli che sanno ciò che vogliono, quelli che non sanno veramente ciò che vogliono e quelli che si affidano al decoratore.

Certamente, in una casa trascorro molto tempo e quindi devo “esserci ma non comparire”, anche se vengo comunque coinvolto nella vita familiare.

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