Eva: l’artista degli anelli di Fidanzamento personalizzati

Eva Franceschini è una giovane orafa di Padova che ha iniziato una attività artigianale molto romantica: realizzare anelli di fidanzamento personalizzati per coppie che intendono giurarsi eterno amore.

La sua idea che ogni storia d'amore è unica - per cui unico dev'essere l'anello che la simboleggia – ha incontrato i desideri del pubblico che ora la cerca da tutto il mondo.

Come orafa, Eva nasce dieci anni fa quando incontra Lucia Davanzo e diventa la sua "garzone di bottega". Dopo un lungo apprendistato, ora finalmente Eva cammina con le proprie gambe e ha aperto un proprio piccolo laboratorio orafo dove si “diverte” a creare nuove forme.

Eva, cosa vuol dire “anelli di fidanzamento personalizzati”?

Creare anelli interpretando i sogni della coppia che li indosseranno. Studio la forma direttamente col fidanzato, o con gli sposi, e dedico molto tempo al mio cliente al punto che anche i tempi di esecuzione di un mio anello sono adeguati a questa filosofia.

Chi capita nel mio sito non sceglie da un catalogo ma racconta di se!

La mia idea è che un anello di fidanzamento personalizzato rispecchi la coppia. Il tempo che la coppia, insieme a me, dedica al progetto dell'anello che è il simbolo del loro amore, è il segnale che il loro è un sentimento sincero e unico.

Questa coppia sa ritagliarsi del tempo prezioso al di là del mondo frenetico di oggi, infatti le persone che generalmente entrano nel mio laboratorio vivono felicemente nel rispetto della natura e cercano prodotti etici, coerentemente col loro stile di vita.

Mi piace pensare che sia sempre così, forse è una visione un po’ romantica del mondo, che mi è stata fortunatamente confermata da molte coppie.

Cosa hanno di “elegante” i tuoi prodotti?

Credo di produrre dei gioielli eleganti, con forme semplici che si distinguono grazie alla tecnica esecutiva tipica della scuola orafa padovana, fondata dal grandissimo Mario Pinton.

La scuola padovana di rado utilizza modelli in cera, ma crea le forme saldando insieme lastre e fili d'oro, cioè formando e sbalzando questi elementi.

E mi piace mettermi alla prova partecipando a mostre o concorsi di gioielleria in giro per il mondo.

Quali sono le creazioni che ti caratterizzano?

Io non ho una vera e propria produzione, quindi non ho una singola linea o un prodotto da lanciare su vasta scala. Io creo pezzi unici e ho sempre mantenuto la mia piccola produzione di gioielli contemporanei, diciamo la mia linea più creativa e bizzarra ma sostenibile. Ad esempio compro solo diamanti etici canadesi certificati.

Quali sentimenti hanno ispirato la creazione di questi prodotti?

Passione per il mio lavoro, dedizione ed eticità. E un pizzico di romanticismo e amore per la vita.

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Nessuno spreco con le casette per bimbi MiDEA

MiDEA è il sogno di Emilio Milani. È la sua idea per portare felicità ai bambini attraverso creazioni costruttive nella loro casetta dei giochi. Che il cavallo sia arrivato prima del carro o no, Emilio sognava di convertire vecchi cassonetti della spazzatura in case giocattolo e permettere ai bambini di entrarci attraverso un buco nella realtà e giocare ispirati dalle decalcomanie e dagli accessori.

Che cosa sono queste casette? Sono i cassonetti per la raccolta differenziata della plastica, carta e vetro recentemente dismessi. Emilio li ha comprati e ci ha lavorato su per trasformali in qualcosa che fa sognare. Tutto è cominciato da un’idea specifica: educare e divertire insieme. La sicurezza è stata una considerazione primaria per i materiali, il progetto e la costruzione: tutte le casette sono certificate per la sicurezza.

Prima smonta il cassonetto rimuovendo il coperchio e il telaio d’acciaio. Poi lava con una idro pulitrice a caldo tutta la superficie per rimuovere ogni traccia di sporco e identifica con attenzione le eventuali crepe da riparare. Finite le riparazioni e ultimata la struttura con l’aggiunta di elementi di rinforzo, dipinge la superficie. Taglia poi porte e finestre e vi applica finiture a bordo liscio.

Infine la casetta è decorata con decalcomanie personalizzate e mobili da bambini a seconda della destinazione d’uso: negozietto di frutta e verdura, robot, autorimessa, caserma dei pompieri.

Dove potete trovare queste casette vivacemente colorate? In spiaggia, in giardino, in piscina, a scuola, nel campo giochi in città, al parco, nei parchi divertimento, nelle sale giochi degli hotel o nelle arene sportive.

Emilio è ancora un sognatore, per i bimbi che giocano con le sue casette è un gigante, ma ha un cuore di bambino. Ha veramente valorizzato un rifiuto industriale con ingenuità e artigianalità donandogli una lunga vita per generazioni di bambini che verranno dopo di lui.

E ora cosa farà questo creatore di buchi nella realtà? Forse una casetta di Energitismo dove i bambini possono giocare creando opere d’arte come i grandi maestri. Per Emilio non c’è spreco nei cassonetti.

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La Gloriosa Merceria e Museo del Costume

Non lontano dal trambusto del business di Torino c’è una tipica doppia porta che dà su una corte e in uno dei campanelli si legge “Sartoria Artistica Teatro”, la più eccezionale e gloriosa merceria al mondo di Giovanni Benso.

Si entra a chiamata e dopo tre scalini sulla sinistra siete accolti da un uomo sulla cinquantina di un’eleganza sartoriale e teatrale.

Indossa una veste da salotto a righe che probabilmente non ha eguali. Passate attraverso la prima porta di sicurezza vecchio stile con le serrature di ferro e per il vicino teatro di Giovanni Battista Benso e siete piacevolmente “abbordati” da un magnifico completo per signora di epoche passate, probabilmente di 400 anni fa.

Ovunque guardiate fin su sul soffitto sono appesi articoli di costume da teatro e da opera, costumi che hanno visto cerimonie e performance di grande scala. Eppure questo è molto di più che un museo di costume, è un grande atelier di moda che fa sembrare l’haute couture ordinaria.

Giovanni Benso prova grande piacere a mostrare lungo il corridoio numerosi gruppi di cassetti dalle sartorie, ciascun cassetto organizzato meticolosamente con fili e rocchetti ordinati per materiale e colore. E appoggiata sopra uno di questi cassetti, ad altezza del tavolo, c’è un’antica macchina da cucire Singer, tuttora operativa e in uso. Attraverso la porta alla fine del piccolo corridoio si vedono a sinistra centinaia di scatole da sarta ciascuna con un elegante bottone cucito davanti.

Giovanni Benso dice con orgoglio: “Abbiamo più di 100.000 bottoni” e si realizza improvvisamente che lui non ne vuole vendere nemmeno uno. Ecco qui un grande collezionista, un uomo pieno di gioia nella sua gloriosa merceria. Orgogliosamente ci mostra bottoni di galatite, un materiale plastico, fatto a partire dal latte 100 anni fa e ora probabilmente estinto, e altri bottoni di madre perla intarsiati di bachelite lucida.

In cima a destra dietro di voi come entrate nella stanza c’è un’altra collezione, questa di fibbie attentamente categorizzate da un entusiasta visitatore tedesco. E poi ci sono piume, penne e boa e tutti gli accessori per l’adorno di una signora o di un dandy.

In ogni stanza ci sono pile e pile di berretti, cappelli, coppole, baschi, cappelli a cilindro (anche uno pieghevole), cappelli a larga tesa, borsalini, fez, cappelli di feltro, cappellini da donna, sombreri, cappelli da cowboy, elmetti, lobbie, Beefeater: tutte le fogge necessarie per un tea party con il Cappellaio Matto ma senza il mercurio velenoso nel magazzino dei feltri.

E questo genere di magazzino c’è, in un angolo nascosto dello studio, cumuli e cumuli di feltri e ogni tipo di materiale necessario a un modista per soddisfare il cliente più fastidioso.

E nonostante il Tesoro della merceria, la casa di Giovanni Benso è anche un museo di magnifici costume, alcuni dei quali possono essere affittati per speciali feste da ballo come a carnevale.

E come si soddisfa il dio del commercio? I capi d’abbigliamento più originali per uomini e donne distinti si possono trovare sui tavoli da cucire nella sartoria. Aspetteremo la prossima visita per descrivere l’emozione di assistere a questa creazione e raccontarvi di come i principi e le principesse del vecchio e nuovo mondo hanno trovato questa sartoria e di come sono soddisfatte da Giovanni Benso.

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arte concettuale

L'arte concettuale di Claudio Brunello, artista e designer “transfrontaliero”, uno che ama attraversare le diverse frontiere dell’arte nella ricerca continua di nuovi materiali, forme espressive e narrazioni.

Il suo desiderio di sperimentazione è nato dal contatto con importanti maestri e diversi artisti da cui ha imparato a narrare usando linguaggi diversi.

Nella sua storia ecclettica, Claudio Brunello si forma artisticamente nei primi anni ’70 a Torino, una città molto vivace e con importanti fermenti culturali, dove ha ricevuto il Premio Cairoli e si forma come vetrinista.

Il trasferimento a Bassano del Grappa è un tuffo in un mondo nuovo. Qui si consacra pittore, ma anche organizzatore di mostre e promotore di incontri culturali.

Claudio quali opere dell'arte contemporanea ti hanno influenzato?

Ogni periodo artistico ha un suo fascino e io sono attratto dall’uomo e dai mille modi in cui riesce a comunicare le emozioni.

Mi sento legato a molte correnti del ‘900: dall’Optical art, dal periodo informale, dal graffito rupestre finché alla fine sono approdato ad un astrattismo dalla forte connotazione religiosa.

Negli ultimi anni sono riuscito a fondere le mie diverse ricerche in un “fare arte” dalla forte connotazione astratta e con un uso concettuale di diversi materiali.

Nelle tue ultime realizzazioni di designer sperimenti il plexiglass, come nascono i tuoi “Identity Containers”?

I contenitori in plexiglas sono un esperimento narrativo. Sono nati da precedenti installazioni artistiche, tra cui una realizzata nel 2014 dedicata alla caduta del Muro di Berlino.

Gli “Identity Containers”, questo il loro nome, hanno un linguaggio immediato e hanno subito riscosso il favore dei visitatori. Questo mi ha stimolato a spingermi nella ricerca dell'unione fra bellezza e concetto.

Con i contenitori d'identità ho creato uno spazio solido ma visivamente trasparente, a cavallo tra scultura e scrittura, nel quale posso inserire messaggi diversi ma tutti finalizzati ad emozioni positive, ad un benessere interiore che dovrebbe essere la condizione perpetua dell'uomo. E’ un continuo divenire creativo.

Quali sentimenti vuoi trasmettere con le tue opere?

Bellezza, Eleganza, Sostenibilità: in un certo senso le mie opere sono ‘eleganti’ perché sono costruite su un preciso pensiero circoscritto in una semplice costruzione geometrica. Mi sento un artista ‘sostenibile’ in quanto spesso uso materiali dismessi, sempre mettendo in evidenza la traccia del loro vissuto antecedente.

Sia come pittore che come designer inneggio alla Bellezza, il centro del mio messaggio è un sentimento di ‘positività’ e cerco di stimolare interesse per ciò che c’è oltre l’opera.

L’essere artista ti regala l’opportunità di uscire dalla realtà nota per inventarne una propria dove accogliere chi vuole sperimentare e conoscere qualcosa di diverso, come un omaggio alla vita.

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Roberto Lanaro: il filosofo del ferro

“Il ferro non si scolpisce, si plasma. Non si lavora per sottrazione di materiale ma seguendo e liberando le sue enormi energie”, con queste parole lo scultore Roberto Lanaro ci racconta del suo amore per il ferro.

L’amore per i metalli gli viene dalla sua famiglia, che a Molvena ha un laboratorio, e Roberto inizia creando opere funzionali, ossia aggiungendo arte ad oggetti di uso comune. Seguono gli studi all’Accademia di Venezia e di Salisburgo. Ma la sua vita di artista è impregnata di filosofia, dall’amicizia con il filosofo Dino Formaggio ha sempre approfondito la riflessione tra pensiero e forma.

Roberto, come la filosofia ha influenzato il tuo essere artista?

E’ racchiusa in tutte le mie opere: la loro matrice comune è l’esaltazione degli opposti, mettere assieme il razionale con l’irrazionale. Io sono attratto dagli opposti, perché il loro dialogo rispecchia la vita.

La geometria rappresenta la ragione, mentre la curva l’imprevisto e l’emozione. Le mie opere sono segni che suggeriscono messaggi, sono aperte a diverse interpretazione a seconda dei sentimenti con cui una persona le guarda. Questa è la bellezza dell’arte contemporanea!

Quali sentimenti vuoi trasmettere attraverso le tue opere?

Ho realizzato sculture funzionali ed artistiche come la porta della Basilica di Sant’Antonio a Padova. In tutte cerco di trasmettere i rapporti esistenti nella vita, ma è difficile sapere ‘perché’ creo. Il fulcro è proprio quello di non saperlo: per me creare è una necessità.

Roberto, le tue opere nascono nella tua mente ma alla fine diventano un ‘bello sconosciuto’…

Il mio processo creativo ha seguito 3 fasi: l’arte figurativa, la fase di interpretazione della realtà e ‘le fratture-torsioni’ che hanno avuto inizio negli anni ’80. Se agli albori creavo animali, in seguito ho cominciato a lacerare il metallo come a voler conoscerne l’anima. Con le torsioni e le pieghe il metallo si stabilizza nello spazio.

Spesso da un progetto iniziale si arriva ad un’opera ‘altra’ perché il metallo si curva, si muove, segue l’istinto. In quel momento mi accorgo che ciò che nasce è un valore, perché la diversità è un valore. Se questa diversità è un’imperfezione la elimino, se invece è una ricchezza l’accetto.

Nella vita non c’è niente di assoluto e l’opera è sempre diversa dallo schizzo.

Perché il ferro, che cosa ha di unico questo metallo?

Tramette forza, ha il fascino di poter apparire crudo. Il ferro non lo lucido ma lo lascio rude appositamente. Preferisco l’opera piena e non vuota: nell’opera vuota non si vede all’interno, mentre in quella piena c’è sostanza e posso trasmettere un messaggio di verità.

Non pensavo al bello finché non ho iniziato a scolpire gioielli che devono essere indossati e abbellire le donne. I gioielli mi hanno aperto un mondo diverso. Li realizzo impiegando tutti i materiali, soprattutto, quelli poco preziosi, nobilitandoli con l’esaltazione degli opposti: crudezza e bellezza.

Penso che le mie sculture siano innovative e rappresentino l’unicità nel momento in cui le creo, non ce ne sono in quell’attimo altre di uguali.

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Franco De Re: l’imprenditore dei due mondi

Per molti secoli Sacile è stata una cittadina aperta agli scambi economici ed i suoi abitanti erano abili commercianti, quindi per Franco De Re, un imprenditore nato in Australia, è stato naturale iniziare a viaggiare e a cercare opportunità per la sua impresa con sede a Sacile.

Questo essere a cavallo di continenti diversi lo ha portato a ricercare linee e design che fossero la fusione di oriente e occidente. Una filosofia che si esprime in linee pulite, essenziali ma raffinate. Uno stile di vita occidentale immerso in una eleganza orientale.

Franco De Re ama il mondo ed ha visitato più di 80 paesi per far promuovere e far conoscere le creazioni della sua impresa, ‘Elite, to Be’, che realizza arredi per esterni ed interni tra cui una linea speciale dedicata al vino. Una particolarità quest’ultima che ci ha portato a parlare subito di vino con Franco De Re quando lo abbiamo incontrato nella sue impresa a Sacile (fra l’altro i vini friulani sono fra i migliori al mondo!).

Cosa le ispira il vino, quali emozioni?

Curiosità verso la bottiglia, verso il gusto e l’emozione che mi dà ha detto Franco De Re. L’effetto del rosso è più corposo e più voluttuoso, di spessore. Il bianco è più sofisticato e raffinato. Entrambi meritano di avere un posto speciale nelle nostre case.

Dove trova la creatività? Come nasce una nuova linea?

Il luogo creativo è dappertutto….casa, ufficio…nel momento in cui prendo in mano un oggetto, qualcosa…. amo la materia, la devo toccare e sentire le sensazioni che mi da.

Sono un uomo curioso e questo mi è stato utile quando ho iniziato a frequentare le fiere in cui osservavo e ascoltavo ciò che mi veniva detto. Ho una forte memoria figurativa delle persone e della materia ed ero sempre attratto dal modo in cui questa viene plasmata da persone con culture e storie diverse.

Che cosa rende i vostri prodotti diversi dagli altri presenti nel mercato?

La fortuna di “Elite”, prima, e oggi di “Elite, to be” è di credere nel concept, ossia nel modo di concepire i prodotti. Sono tutti uniti da un’unica filosofia che è racchiusa nella parola “to be”, “ per essere”. Offriamo al cliente un lifestyle che va dai mobili all’oggettistica, dall’illuminazione all’assistenza totale. Questo è ciò che ci rende differenti

Per avere successo è necessario, secondo lei, essere sempre “ brave”?

Credo che oggi manchi molto il buon senso e l’umiltà per avere successo. Il successo lo devi cercare e volere, allora arriva.

Come dice un detto australiano, “i segreti del successo sono 3: don’t give up, don’t give up, don’t give up!”.

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Il mio lavoro con la musica e i ragazzi

Nelle ultime cinque decadi, ho creato centinaia di performance con ragazzi che cantano in lingue straniere. Più di due dozzine di ragazzi sono venuti nel nostro teatro dell’opera a Città della Pieve, in Italia, per cantare in sei delle nostre undici premieres. La scorsa estate abbiamo creato AZA’IO, la nostra prima opera italiana con dei bambini, con 16 ragazzi, nessuno dei quali aveva mai studiato l’italiano.

Il mio personale amore per le lingue (canto in 8) è cominciato non appena ho potuto fingere di essere francese. Ero una ballerina senza tregua già all’età di 4 anni, e dopo che la mia attitudine per la musica è stata confermata in un concorso a livello locale, ho cominciato a studiare pianoforte.

A 8 anni ho ricevuto una borsa di studio della Settlement Music School e a 12 ho cominciato le lezioni di canto. A 16 anni insegnavo musica ai bambini del vicinato e da allora ho sempre cercato di includere i ragazzi nelle nuove opere che mi venivano commissionate dopo la mia carriera sul palcoscenico in Italia e il mio master in musica.

Ho sempre creduto che il miglior modo per diffondere l’amore per l’opera sia quello di insegnare ai ragazzi a parteciparvi.

Per quanto ne so, la nostra compagnia è l’unica al mondo a includere regolarmente bambini di fianco ai cantanti professionisti adulti nelle prime mondiali in Italia.

Intona, sintonizza, accendi: questo è il mio metodo in tre parti!

Intona: trovare bambini che amano cantare. Programmare un’esibizione entro sei settimane! Questo crea incentivo e dà motivazione.

Tu sei un paziente aiutante. Faciliti l’apprendimento dei bambini da soli e insieme. Spalanca la porta dell’apprendimento linguistico! Accendi quel gene del linguaggio! Noam Chomsky, famoso linguista del MIT, dice che la comprensione delle lingue è nei nostri geni. Ricordate bambini! È nei vostri geni! Ricordatelo tutti!

Charles Yang, noto linguista, ex professore di Yale, attualmente insegnante alla University of Pennsylvania, autore di “The Infinite Gift: How Children Learn and Unlearn Languages of the World” (lo raccomando vivamente) dice che siamo nati con la capacità di parlare tutte le lingue. Per imparare la nostra lingua madre, dobbiamo dimenticare le altre lingue.

Ricordo ai ragazzi che tutto quello che devono fare è ricordarsi l’italiano che hanno imparato a dimenticare!

Ora: trova un madrelingua con una buona immaginazione e una buona pronuncia italiana. Poi: trova un aiutante. Nella nostra compagnia, l’aiutante sono io! Lo garantisco: se lavori sulla pronuncia prima, l’italiano diventerà familiare alle loro orecchie e questo faciliterà l’apprendimento del vocabolario in futuro.

Chiedere al madrelingua di registrare un nastro con la parte di ogni ragazzo. Dare la registrazione al ragazzo. Quindi chiamarlo al telefono o su skype. L’aiutante deve avere un buon orecchio ma il madrelingua deve spaccare veramente. Deve essere un nativo italiano!

Spiega al ragazzo tutti i passi che sta per eseguire e dì qualcosa per farlo ridere. Cerca di impegnarti nel fare questo. È importante!

Il bambino deve ripetere le parole che sente sulla registrazione dopo ogni segmento di ascolto. Determina la lunghezza del segmento a seconda dello sguardo del ragazzo. Se ha il panico dipinto in volto, forse il segmento è troppo lungo! C’è un articolo recente nello Scientific American che conferma l’ultima ricerca. Nuove sinapsi tra l’apparato uditivo e quello fonetico sono stimolate. Tu vuoi più sinapsi. Il ragazzo vuole più sinapsi.

Convinci il ragazzo che è come un bimbo piccolo che torna nel processo di apprendimento della lingua. Fai finta che tu sei linguaggio e che il ragazzo ti abbracci.

Se questo non funziona, prova a imitare un animaletto. Seriamente, lavora per rendere il processo divertente. Crea giochi, sii spensierato. Alcuni ragazzi possono trovare difficile non sapere cosa stanno dicendo. Digli che i bambini non sanno quello che dicono, ma alla fine lo fanno e questa costituisce la loro esperienza. Prova a pensare a un modo divertente per dirlo.

Non appena il ragazzo acquista uno stato d’animo positivo, rilascerà le tensioni delle precedenti esibizioni, specialmente se sei bravo a raccontare barzellette (trova buone barzellette)!

Ricorda la Teoria delle Uova Strapazzate: mescolando piano si fanno uova più gustose. Colpi duri fanno uova dure. Un gentile incoraggiamento ottimista porta a risultati migliori.

Aspetta la prossima newsletter per saperne di più su come insegnare l’italiano attraverso la musica!

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Candele per illuminare Candelara

Nel dolce rollio delle colline marchigiane, un borgo si distingue dagli altri per una celebrazione unica al mondo: il piccolo villaggio di Candelara, il paese delle candele. Durante il mese di dicembre, per alcuni fine settimana, si abbandona l’illuminazione elettrica e gli abitanti usano le fiammelle di migliaia di lampade a olio e candele.

Candele di ogni foggia, dimensione e storie nazionali invadono questo piccolo borgo medievale sulle colline attorno a Pesaro che forse deve il suo nome proprio a questa tradizione.

Infatti sulla derivazione del nome Candelara ci sono due ipotesi: una dal latino “festum candela rum”, il rito delle candele (dei fuochi) tramandato dal paganesimo alla cristianità, supportata dal fatto che nello stemma del comune vi sono tre candele. Per la seconda ipotesi deriva dal termine “candidaria” a sottolineare la salubrità del clima locale.

La scoperta del fuoco è uno dei passaggi più importanti nella storia dell’uomo che fin dal momento di questa scoperta accidentale ha cercato il modo di conservare la fiamma efficiente, viva e pronta all’ uso tramite torce, lampade, lucerne e candele. L’uso di cere per candele e lampade a olio è stata una delle prima attività che ha differenziato la vita dell’uomo da quella degli altri animali.

A ricordo di questo, durante le feste del Natale, migliaia di candele rischiarano la campagna di Pesaro, rendendo ancora più suggestivo il panorama collinare e illuminando gli ormai famosi mercatini.

Artigiani della cera si cimentano nel loro prezioso e antico lavoro di manipolazione e forma delle candele, come avveniva nel Medioevo, fatte solo di cera d’api.

Candelara è uno dei paesi-castello del Comune di Pesaro, dal quale si possono ammirare gli Appennini e il mare. Era già abitato nell’epoca romana e nell’ XI secolo (1176) diventa luogo di rifugio per l’imperatore Federico Barbarossa.

Ma la storia di Candelara è legata alla famiglia Malatesta e nel 1445 ci fu l’assedio al castello di Candelara condotto da Federico da Montefeltro. Tuttavia la sua storia è stata, come per gran parte delle Marche, relativamente pacifica, fino alla creazione del concorso annuale di candele.

E ora la gente cala da tutte le nazioni per stare tra le luci di Candelara e godere dei tradizionali mercatini di natale in quei pochi weekend dell’anno.

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