Bepi De Marzi e la Pace

Bepi de Marzi è di casa in un chiostro. Sembra essere parte di una chiesa barocca, riempie i suoi spazi ed è tutt’uno con la sua architettura. Il 17 dicembre 2014, Bepi e il suo famoso coro I Crodaioli, si sono esibiti nella chiesa di Santa Maria in Araceli a Vicenza.

Questa Chiesa barocca, progettata da Guarino Guarini, fu cominciata nell’anno sacro 1743, circa 60 anni dopo. Ha perso un po’ di importanza durante il periodo napoleonico. La Chiesa fu restaurata negli anni ’90 d è in perfetta aderenza, spirituale e visuale, con Bepi de Marzi e il suo coro.

Il tema di questo concerto era la pace, pace contro gli orrori della Guerra. La pace è un elemento comune delle opere di Bepi, che sono spesso incentrate sui prati e sulle montagne del Grappa della Prima Guerra Mondiale. Con questo tema, dopo aver dato un’occhiata al programma, sembrava che la riflessione dovesse essere una parte della preparazione per le 400 anime presenti.

Tuttavia il silenzio, proprio come la pace, è probabilmente uno stato innaturale per gli esseri umani. Questo fatto è particolarmente evidente tra la gente di origine italiana, la cui più grande gioia è competere nelle comunicazioni, sempre e ovunque. Ma questo non scalfisce il loro desiderio di pace, un desiderio che sembra più presente nella società italiana che tra i poteri del mondo e in diverse nazioni vicine.

Forse il bisogno di chiacchierare nasce dall’infinita tolleranza delle madri e delle nonne italiane per il continuo parlottare della loro progenie, qualcosa che non accade tra i climi più nordici. La competizione oratoria si è placata non appena sono state lette le poesie sulla guerra e sulla pace. I Crodaioli sono emersi da dietro l’altare guidati da Bepi, un uomo che a prima vista ricorda Bilbo Baggins.

“La sua voce, mentre racconta le emozioni in ogni pezzo corale, è misurata, ispira e impone attenzione. Tuttavia qualcuno può aver sentito Bepi in altri luoghi e non ha idea di cosa sta per accadere.”

C’erano circa 26 uomini apparentemente ordinari, uomini di umiltà, vestiti in modo simile, la maggior parte di mezza età: le voci de I Crodaioli. Una voce nasce da uno nel coro, più voci la seguono e il coro crea un suono celestiale.

Come è possibile che questi uomini ordinari possano riempire la chiesa di accordi equilibrati?

Non si sente nessun altro suono. Uno può credere che queste 26 anime si trovino al cospetto del paradiso piene di gioia. Un racconto per 12 volte e per 12 volte un coro di ordinari angeli.

Ma la pace?

É probabile che quasi tutti i presenti a questo concerto di pace abbiano condiviso il desiderio di pace espresso nelle poesie, nelle storie e nei pezzi corali, e anche la repulsione per gli orrori della guerra. Ma come può tutto ciò impattare su una umanità così disperatamente avida e affamata di potere che è capace di commettere atrocità più basse dei peggiori orrori mitologici, e che nel nome di un bilancio in pareggio distrugge famiglie, villaggi, città, stati e nazioni?

Per questo scriba, incantato ancora una volta da I Crodaioli e dal loro speciale creatore, Bepi de Marzi, la risposta può essere solo di vivere in pace e votare con attenzione. Altri possono seguire oppure no.

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Pools and Hot Tubs

Il Didjeridoo è qualcosa di più di uno strumento musicale ed è avvolto da molte leggende.

Nasce fra gli aborigeni australiani migliaia di anni fa (sono state trovate pitture rupestri di 40.000 fa raffiguranti uomini con strumenti sulla bocca) e il suo suono aiuta a raggiungere stati di trance. E’ una porta per Il Tempo dei Sogni – Dream Time.

Con queste premesse, i suonatori di didjeridoo hanno un rapporto particolare con il loro strumento e pochi si permetterebbero di “reinventarlo”. Ci vuole molto amore per intervenire sull’oggetto del proprio amore e apportare dei cambiamenti.

Marcello Bellardini è un uomo che ama profondamente la cultura aborigena e il didjeridoo e ha trovato una sua via per diffondere questa cultura creando personali strumenti musicali.

Il suo amore è nato nel 2000 in un viaggio iniziatico di un anno in Australia dove è stato due mesi nella comunità Maningrida a contatto con la cultura aborigena. Quando è tornato in Italia, un pezzo del suo cuore è rimasto ancorato alle tradizioni e alla cultura aborigena rappresentata dal didjeridoo.

Ha iniziato a costruire i sui strumenti personali, utilizzando gli alberi Eucalipti italiani della sua area, Latina, lavorando sui rami e tronchi proprio come le termiti, ossia svuotandoli lentamente dal di dentro. Poi ha iniziato ad insegnare musica con corsi e seminari attraverso la sua associazione DiDj Italia. A quel punto si è accorto delle difficoltà dei principianti nel maneggiare uno strumento così pesante ed ha iniziato a pensare a soluzioni diverse.

Sono così nati strumenti in vetroresina traslucida e dipinta all’esterno in vari modi. Questi didjeridoo sono leggeri e possono essere comodamente alzati e sono oggetti belli da mostrare e da collezionare nei diversi disegni e tonalità.

Sono particolarmente indicati per musicisti che si esibiscono sul palco in band con altri strumenti. La cultura della contaminazione culturale si sta diffondendo e per gli amanti della musica si possono apprezzare suoni come il didjeri-blues di Florio Pozza.

Per chi volesse entrare nell’incantato mondo aborigeno, senza dover fare un lungo viaggio in Australia, forse la cosa migliore è di partecipare ad uno dei corsi e seminari di Marcello Bellardini e di essere guidati da lui attraverso la porta del Tempo dei Sogni.

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Il paradosso del team di Ad Hoc

Il termine ad hoc è un enigma, un paradosso che significa cose diverse in diverse occasioni. Nella sua forma più pura si riferisce ad una soluzione progettata per risolvere un problema specifico o un compito e non può essere utilizzata per altri scopi.

Ma Wikipedia ci ricorda che 'ad hoc può significare anche soluzioni di fortuna, l’utilizzo di contesti variabili per creare nuovi significati, una pianificazione inadeguata, o eventi improvvisati’. Nella scienza una teoria ad hoc è una che non è ancora supportata da prove concrete sufficienti - secondo coloro che non appoggiano la teoria. Così, Ad hoc può essere ad hoc.

Tuttavia, il termine “far rete ad hoc” è un sistema di elementi che si combinano per formare una rete che richiede poca o nessuna pianificazione. È qui che abbiamo colto il paradosso, in quanto è stato storicamente dimostrato che tutto ciò che richiede poco sforzo ha una stabilità di lungo termine.

Le squadre sportive sono l’esempio più comune del bisogno di disciplina, rispetto e di un impegno dedicato che possa miscelare il talento naturale di un gruppo di giocatori. E' solo una volta che questi tre elementi sono stati inculcati, che il 'gruppo di eroi' diventa una 'squadra eroica'. Molti giocatori potenzialmente grandi sono caduti al primo ostacolo della disciplina.

Molti altri falliscono la prova della dedizione, di dedicarsi ogni volta alla formazione, al team building e alla pianificazione di ogni partita. Altri, abituati ad essere adorati per le loro doti naturali, falliscono la prova del rispetto per i loro compagni di gioco e per gli aiutanti del team - il capo allenatore, i dirigenti e i formatori. Il rispetto è una strada a doppio senso per la costruzione del leader del futuro.

Qual’è l'elemento chiave per unire i giocatori in un team reale, una squadra in cui talenti lavorino per il bene di tutti e che possa far nascere i leader del futuro? Non è solo nella forza della filosofia, risuonano forti le parole di Vince Lombardi, il famoso allenatore dei Green Bay Packers degli anni '60:

"Le persone che lavorano insieme vinceranno, sia contro una complessa difesa di football che contro i problemi della società moderna"

"L'impegno individuale in una prova di gruppo – questo è quello che fa lavorare una squadra, una impresa, una società, una civiltà"

"Vincere non è una cosa a tempo perso, è un impegno costante. Non si fanno le cose per bene una volta ogni tanto ... si fanno nel modo giusto ogni volta nel tempo"

"Una volta che un uomo si è impegnato in uno stile di vita, mette la sua forza più grande dentro di lui. E' qualcosa che chiamiamo il potere del cuore. Una volta che un uomo ha preso questo impegno, niente gli impedirà di avere successo"

"Non conta se vieni buttato a terra, conta se ti rialzi (queste parole sono poi diventate parte del manifesto di Nelson Mandela)

Con la risonanza di detti ispiratori, il duro lavoro di team-building inizia con la disciplina, la dedizione e il rispetto stabiliti sotto la guida del capo allenatore, che deve avere il sostegno incondizionato del 'personale e dei dirigenti'. Quando, come accadrà, un membro del team non riesce ad accettare questo impegno, lui ha perso la squadra.

Quando un giocatore o un gruppo di giocatori stanno contro l'allenatore, uno di loro deve andarsene. Questa è la più grande sfida che deve affrontare una squadra, soprattutto nei giorni precedenti il successo, dove i sacrifici devono essere fatti da tutti prima che si ottengano i benefici.

In quei pochi casi in cui il significato puro di ad hoc sopravvive, e non nei sui significati entropici, la squadra … "vincerà, sia contro una complessa difesa di football che contro i problemi della società moderna". Il risultato è la comprensione - quella rara combinazione di conoscenze e di cuore - e un sorriso tranquillo di realizzazione - mescolato con un applauso caloroso della squadra.

Sembra proprio che il gruppo Ad-Hoc Consilia, creato da Giordano Agrizzi in Veneto, potrebbe aver compreso tutto questo.

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lavorare la seta

Che si tratti di lavorare la seta o automobili di qualità, bastano 2 anni per perdere il know how industriale ma ce ne vogliono venti per ricostruirlo.

Saper fare è diverso da avere le conoscenze scientifiche e chiunque abbia letto un libro di economia sa che, ad esempio, l’impegno per la creazione di un brevetto corrisponde a meno del 20 % del lavoro per la sua trasformazione in prodotto industriale.

Per questo esiste una differenza marcata fra università e impresa ed è difficile farle collaborare e comprendersi reciprocamente. Entrambe sopravvalutano la loro importanza e sminuiscono il valore della controparte, al punto che ognuna cerca di fare il lavoro dell’altra a discapito dei risultati finali.

La storia della seta in Italia ha seguito un percorso simile. A meno che non siate un baco da seta, fare la seta non è una operazione semplice, e trasformare questo filamento naturale in un filo di seta per la tessitura è particolarmente impegnativo, soprattutto se l’ambizione è quella di competere con la seta nel mercato dell’alta gamma, dell’eleganza e del lusso.

L’Italia era stata per anni leader nella realizzazione di tessuti raffinati, i broccati di velluto di seta erano il “petrolio” della Repubblica di Venezia. Poi quaranta anni fa le filande hanno smesso di lavorare la seta, l’ultima filanda si utilizzò solo come esempio di archeologia industriale. Questo fino all’arrivo di Salvatore Gulli.

Salvatore viene dalla Sicilia e si è innamorato della seta durante una gita scolastica. All’epoca della scelta dell’università opta per ingegneria dell’automazione con il sogno di lavorare in una filanda e lavorare la seta. Nessuno può più insegnarglielo e per la tesi di laurea va sette mesi in Giappone per recuperare il sapere tecnologico.

Salvatore, come è stata la tua esperienza in Giappone?

Molto interessante, ho imparato molte tecniche fondamentali per lavorare la seta, sia manuali che automatiche e so che il cammino verso la perfezione non sarà facile e breve, ma la strada sarà emozionante e penso che possiamo tornare a lavorare seta di grande qualità in Italia.

L’incontro con la cultura giapponese per alcuni versi è stato traumatico, la lingua e la ritualità dei gesti non mi sono ancora familiari, ma la loro tecnologia per lavorare la seta è fra le migliori ed era l’unico modo per capire come funzionano le filande.

Su cosa stai lavorando ora?

Con l’impresa orafa D’orica, il supporto del CRA di Padova e con il cappello di Energitismo abbiamo rimesso in funzione una filanda e tessuto i primi bozzoli italiani.

L’idea è di realizzare gioielli oro e seta combinando le sferette d’oro caratteristiche di D’orica con seta 100 % italiana e di presentarli a gennaio alla Fiera dell’oro di Vicenza, una delle più importanti del settore.

Pensi che sia possibile tornare a lavorare la seta in Italia in modo industriale?

Devo ammettere che non immaginavo quanto interesse sarebbe nato attorno alla prima seta lavorata; sentendo i commenti e le richieste di informazione che ricevo, penso ci sia un grande desiderio di tornare a completare l’intero ciclo produttivo: partendo dalla coltivazione dei gelsi, dall'allevamento dei bachi da seta e dalla produzione dei bozzoli fino alla tessitura e al capo finito, campo in cui l’Italia svolge ancora un ruolo di primo piano sul panorama internazionale.

A chi volesse maggiori informazioni su come lavorare la seta suggerisco di rivolgersi ad Energitismo o al CRA di Padova per avere indicazioni su quali sono i primi passi da compiere per intraprendere la produzione della seta.

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La storia di Murano e l’antincendio di classe

Il fuoco è stata la prima rivoluzione dell’umanità ma ha anche condizionato molte sue scelte e l’uomo ha dovuto darsi alcune regole urbanistiche per contrastare lo sviluppo di incendi. Alcune conseguenze di queste normative sono veramente poetiche: antincendio di classe!

Forse la storia più interessante degli effetti delle legislazioni antincendio la troviamo a Venezia, in una particolare isola della laguna: l’affascinante Murano.

Murano è famosa per la lavorazione del vetro e per le sue botteghe dove ancora oggi i maestri soffiatori e i loro apprendisti creano capolavori dell’arte vetraia. Ma molti non sanno perché è nata una simile concentrazione di fornaci. Un caso o una azione preordinata?

Nonostante Venezia fosse circondata dall’acqua, anche lei doveva gestire il problema del fuoco e in particolare degli incendi causati da alcune lavorazioni artigianali. Molte attività hanno bisogno del fuoco: tutte quelle che riguardano il cibo e la ristorazione ma anche le lavorazioni dei metalli e del vetro.

Nel passato tutti questi fuochi utilizzavano la legna che arrivava dalle alpi attraverso i fiumi e che doveva essere immagazzinata in cataste per essere asciugata e pronta all’uso. Per tutti gli esperti di sicurezza e di antincendio è facile comprendere come queste cataste rappresentassero un carico potenzialmente pericoloso.

E infatti anche a Venezia si verificavano molti incendi finché la Repubblica emanò nuove norme antincendio e decise di delocalizzare tutte le attività relative al vetro in una isola lontana dal centro abitato. Nasce così Murano che, per gli amanti delle scuole economiche, rappresenta forse il primo distretto industriale della storia, dove sapere tecnologico e maestria artistica hanno raggiunto alte vette.

Negli anni la concentrazione delle attività di soffiatura e lavorazione del vetro sviluppa tecnologia, un sapere e un’arte così raffinata che ancora oggi le opere dei maestri discendenti da quelle famiglie artigiane sono contese e i turisti fanno la fila per visitare le loro botteghe e guardarli mentre lavorano il vetro.

Murano nasce quindi come effetto della legislazione sulla sicurezza ed è particolare il connubio di oggi con Lucio Marin chi si occupa di “antincendio di classe”. In terraferma, poco lontano dalla laguna, da oltre venti anni Marinstyle ha iniziato a guardare alle normative sull’antincendio in modo differente cercando di renderle “eleganti” e meritevoli di essere mostrate.

Tutte le segnaletiche delle normative sulla sicurezza sono realizzate su supporto di vetro di Murano lavorato con particolari tecniche e Lucio collabora con la famosa scuola del vetro Abate Zanetti per elaborare soluzioni per antincendio di classe sempre più speciali e personalizzate.

Le sue segnaletiche e i suoi estintori di design si trovano nei migliori musei, alberghi raffinati e palazzi monumentali.

Murano nasce come effetto della mancanza di normative antincendio e diventa la capitale dell’antincendio di classe.

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Il fattore vincente: il legno del Cansiglio

Spesso i fattori chiave del successo si trovano in dettagli che sono sotto gli occhi di tutti ma non vengono “visti”: è il caso di Venezia e del legno del Cansiglio.

Qualche mese fa ho potuto comprendere il valore delle corde musicali di budello, ed ho potuto apprezzare la vera musica barocca, e di recente ho imparato il valore dei remi durante i secoli della navigazione prima dei velieri e del petrolio.

L’occasione è stata la presentazione del marchio “Legno Veneto” nato per valorizzare l’uso di essenze locali, provenienti da coltivazioni certificate e controllate, nei mobili realizzati dai prestigiosi mobilifici del Veneto.

Ad un certo punto Giustino Mezzalira, di Veneto Agricoltura, elogiando il lavoro svolto dagli imprenditori che sono tornati ad usare le essenze locali, usa alcune paroline magiche per descrivere il legno del Cansiglio: “i remi della battaglia di Lepanto”.

Come tutte le famiglie di emigrati, quando tornavamo nelle nostre terre di origine compivamo dei rituali fissi, ed uno di questi era la visita al Cansiglio e ai Laghi di Misurina e Santa Croce. Le parole di Giustino mi hanno aperto una finestra su un mondo che dovevo approfondire, e questa mi porta direttamente al cuore di Venezia.

La storia della Repubblica è affascinante e centinaia di circostanze avverse hanno contribuito a creare una delle città più magiche del mondo. Per secoli la potenza navale di Venezia ha dominato il mediterraneo orientale e tutti i traffici con l’Asia. Ma come ha potuto una piccola città insulare diventare il centro vitale di scambi commerciali per così lungo tempo?

Un segreto è stato sicuramente la capacità industriale dell’Arsenale, il luogo dove si realizzavano le imbarcazioni, e l’altro nella coltivazione intelligente delle foreste da cui proveniva il legname per realizzare queste imbarcazioni e per tutti gli altri usi urbani (dalle fondazioni delle case all’alimentazione delle fornaci del vetro).

La coltivazione dei boschi nel triveneto inizia intorno al 1200 circa e per quanto riguarda il Cansiglio, dal 1548 la Repubblica di Venezia nominò un Capitano Forestale per la sua gestione che monitorava ogni singola specie del bosco.

L’altezza, la linearità e l’assenza di nodi dei grandi alberi di faggio che crescono su questi terreni carsici erano ottimali per i remi delle galee veneziane (lunghi più di 10 metri) ed erano uno dei segreti della potenza e velocità delle navi della Repubblica.

Forse anche fra i segreti della vittoria sui Turchi a Lepanto per il controllo delle rotte verso oriente.

Il Capitano Forestale del Cansiglio doveva annotare l'età di ogni albero e fare una previsione del suo taglio punendo severamente tutti i trasgressori. Il ruolo della foresta era così importante che per legge la figlia del guardaboschi del Cansiglio, pur non appartenendo alla nobiltà, poteva sposarsi con un membro dell'aristocrazia veneziana.

La corporazione dei “remeri”, poi, coloro che trasformavano i tronchi in insuperabili remi, era una delle più importanti di Venezia. Fu sciolta solo da Napoleone, ed ancora i discendenti degli artigiani realizzano le gondole ed i remi secondo le antiche tradizioni veneziane.

Gli artigiani veneti che usano il legno del Cansiglio raccontano in modo originale una parte della storia di Venezia e la fanno conoscere anche a chi passa sui canali per trascorrere un week end romantico senza domandarsi come è potuto avvenire il miracolo della potenza di una città nata per incanto su qualche isola della laguna.

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Intarsi di vita nei gioielli di mosaico

Una pietra può raccontare le storie più antiche e incredibili. Storie che sono stati intrappolate e nascoste al suo interno. I nuovi gioielli di mosaico scolpiti di Antonis Karakonstantakis rivelano ancora di più: sono i gioielli. Piccoli, opere d'arte uniche, destinate ad adornare, come dice lui, «i seni delle donne".

Alcune pietre sono protette nelle viscere della terra, altre si perdono nelle alte montagne, in luoghi inaccessibili, sotto il mare più profondo, mentre altre sono vicino a noi.

Ciascuna di loro è unica e si porta la propria memoria e propri segreti. Antonis Karakonstantakis cerca di capire questi segreti, completa la storia e ci trasferisce il messaggio nel suo modo unico, intarsiando le tessere per creare gioielli di mosaico di pietre.

Quanto è fortunato quando, durante il taglio della pietra, è il primo che legge la storia e sente l’impazienza - e forse l'aspettativa - di essere ascoltata. Non so se l'artista si rende conto, ma lui è un co-creatore della natura. Semplice, sottrattiva, egli opera tanto quanto dovrebbe sulla pietra, che è una tela colorata con armonia e combinazioni che solo la natura può dare.

Ogni singola pietra è unica, ogni tessera è unica, ogni gioiello di mosaico è unico, l'ispirazione dell'artista inesauribile e il risultato è un pezzo d'arte che non può essere copiato, qualcosa che non esisteva in passato e non esisterà in futuro.

Il suo lavoro è difficile e impegnativo. Dalla ricerca delle giuste pietre, che non è così semplice in quanto la superficie esterna è diversa dalla tessitura all'interno della pietra, alla visualizzazione del lavoro per creare i gioielli di mosaico, al taglio preciso e all’intarsio per la rifinitura finale, mettendo in evidenza la trama ed i colori per i gioielli di mosaico.

La pietra è un materiale duro, richiede una lavorazione accurata. Allo stesso tempo è così dura ma così fragile, e una mossa sbagliata può distruggerla.

Ciò che è richiesto è un lavoro preciso su una tela unica. Il risultato però compensa perché tanto è fredda la pietra come materia prima in natura, così è calda una volta lavorata. E quando questa visione è unica, da persone come Karakonstantakis, si trasforma in un pezzo unico di gioiello di mosaico d’arte.

Karakonstantakis, con le sue mani e la sua visione, mescola i luoghi, il tempo, le storie, perché anche le tessere sono fatte di pietra. I suoi temi sono illimitati, proprio come la natura è infinita, senza confini. Le sue opere d'arte sono sempre accompagnate da poesie che permettono di capire come è carismatico e come, in poche righe, da voce all’emozione.

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gioielli in corallo

Tutti i gioielli raffinati hanno qualcosa di speciale, ma quelli in corallo incorporano maestria, storia e alcune curiosità dovute alla loro natura vivente di microorganismi marini.

Attorno al corallo sono state narrate molte storie ed è sempre fascinoso pensare che qualcuna di loro possa essere vera. Che il corallo nasca dal sangue della testa di Medusa gettata in mare o che sia solo frutto di una combinazione di reazioni biologiche, quello che è certo è il suo magnetismo. Raffinati gioielli di corallo hanno adornato tutte le regine del mondo.

Visitando il Museo Ascione di Napoli si trovano alcuni esempi della bellezza di questi gioielli realizzati dalla maestria dei maestri di Torre del Greco che sono esperti nella lavorazione del corallo dai primi dell’800.

Furono i Borboni ad aprire le prime scuole di lavorazione e scultura del corallo che prima era pescato nelle acque intorno a Napoli e venduto grezzo. Da allora la fantasia e l’abilità degli artigiani hanno creato gioielli in corallo personalizzati a seconda delle esigenze e dei sogni di molte donne eleganti.

L’atelier Ascione si trova nel centro storico di Napoli, proprio di fronte al Teatro San Carlo. Qui si possono trovare gioielli in corallo con stili molto differenti fra loro. Dal liberty che richiama le forme sinuose della natura alle linee più moderne con sfumature magenta e rosa, dalle sculture floreali della tradizione alla perfezione delle sfere monocolore.

Da qualche anno la famiglia Ascione ha ripreso la tradizione di realizzare capi in seta e cashmere più elegante tessuti inserendo perline o parti lavorate di corallo di vari colori. Nel museo è in mostra l’abito da sposa di una loro antenata in pizzo lavorato a mano e parure di gioielli raffinati di corallo. Nell’atelier sono riproposti questi modelli e anche creazioni moderne che abbinano stole, accessori e soluzioni personalizzate per donne eleganti e fuori dal comune.

Immergetevi nella storia e godete delle opportunità offerte dal presente, da chi ha continuato le tradizioni di famiglia ed è maestro nell’arte di adornare le donne.

 
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