Cellino San Marco. Chiesa di San Marco Evangelista e Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto

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La chiesa di San Marco Evangelista e Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto era la più importante di Cellino San Marco ed era una chiesa collegiale in quanto retta da un collegio di 6-7 preti.

La sua costruzione risale al XVIII secolo ed è stata poi restaurata molte volte nel corso dell’Ottocento.

L’interno della chiesa è a tre navate.

In quella sinistra si può ammirare l’altare di San Giuseppe, una imitazione barocca del secolo scorso con un dipinto del XVI secolo che rappresenta ‘l’annunzio della fuga in Egitto’.

L’altare principale, invece, è in marmi policromi del XVIII secolo ed ha un dipinto di Giovanni Scatigni del 1754 che rappresenta San Marco.

La chiesa ha una cupola centrale a base ottagonale con i ritratti dei 4 evangelisti.

All’esterno la cupola è rivestita di maiolica policroma e le conferisce un particolare stile che si contrappone all’austerità della facciata.

Accanto alla chiesa, nella parte posteriore, si trova un campanile in pietra dalle linee semplici costruito nel 1863 in sostituzione di uno precedente.

Sotto la chiesa si trova una galleria che lo collega al Palazzo Baronale.

Veniva usata per la sepoltura dei morti.

Solo un editto di Napoleone durante l’occupazione francese obbligò alla creazione di cimiteri esterni al centro abitato.

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Negli anni ’90 Civitavecchia è stata al centro dell’interesse dei fedeli cattolici per un evento inspiegabile e miracoloso che ha suscitato l'attenzione perfino del Santo Padre. 
Dal 2 Febbraio 1995, in occasione della Festa della Presentazione di Gesù al Tempio e della Purificazione di Maria, una piccola statua della Madonna cominciò a piangere sangue. La statua era nel giardino di una famiglia nella parrocchia di S. Agostino e rappresentava la Regina della Pace e proveniva da Medjugorie.
Da allora, la statua ha pianto altre 14 volte in presenza di molte persone che hanno rilasciato la loro testimonianza giurata davanti alla Commissione Teologica istituita dal Vescovo. L’eco della Madonnina di Civitavecchia è arrivato fino al Papa che ha istituito una commissione.
La statuetta è stata esaminata scientificamente da molti esperti e non sono stati riscontrati trucchi o apparecchi nascosti. Le lacrime sono state analizzate ed erano di sangue umano. 
La Parrocchia di S. Agostino è oggetto di pellegrinaggio.
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La Chiesa dei Santissimi Martiri Giapponesi ha un suo sobrio stile neoclassico con la facciata che ricorda un tempio greco ma al suo interno nasconde un sorprendente stile unico nel suo genere che rappresenta una confluenza fra oriente e occidente.
La chiesa prende il nome da San Pierbattista e dai suoi 25 compagni martirizzati a Nagasaki nel 1597 mentre cercavano di evangelizzare il Giappone. La loro storia era iniziata nel 1549 con tre gesuiti partiti dalla Spagna per il Giappone dove incontrarono il daimyo di Kagoshima. Dopo un primo appoggio alla creazione di una missione, sotto la pressione dei monaci buddisti, il daymo ritirò il suo consenso.
Tutto questo processo va inquadrato nella espansione coloniale in Asia di Spagna e Portogallo e nel desiderio dei governanti giapponesi (Shogun e imperatore) di limitare il potere dei monaci buddisti.
In questa lotta di potere, il 5 febbraio 1597 a Nagasaki vennero martirizzati tramite crocifissione 26 missionari cattolici: 3 gesuiti giapponesi, 6 francescani europei e 17 terziari francescani giapponesi. 
Nonostante il mancato appoggio governativo, la missione ebbe comunque un certo risultato convertendo 300.000 cristiani ma nel 1630 la religione cattolica venne bandita dal governo e i pochi fedeli furono costretti a rimanere nell’ombra.
La chiesa è stata compromessa dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e dopo la sua ristrutturazione è stata affrescata dall’artista giapponese Luca Ryuzo Hasegawa. Luca è il suo nome dopo il battesimo cattolico in onore di San Luca patrono dei pittori.
E’ il pioniere della tecnica degli affreschi in Giappone ed è il fondatore della Associazione degli Artisti Cattolici Giapponesi.
Tra il 1951 e il 1957 ha decorato la chiesa di Civitavecchia con una serie di affreschi che raccontano la storia dei martiri e la loro crocifissione e una splendida Madonna con il Bambino che ha tratti del viso orientali e indossa un Kimono del XVI secolo.
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La chiesa dell’Orazione e Morte è stata costruita a Civitavecchia nel 1685 come sede della Confraternita della Morte e Orazione, una organizzazione nata nel 1500 per dare sepoltura ai cadaveri trovati fuori delle mura o riportati a riva dal mare. La Confraternita ancora custodisce la chiesa, che ha restaurata completamente nel 1702, e i suoi membri partecipano ogni anno vestiti di nero alla Processione del Venerdì Santo.
La Confraternita era conosciuta anche con il nome dei ‘Fratelli della Buona Morte’ per il lavoro che svolgeva e il suo stemma era un teschio con due tibie incrociate su sfondo nero e alla sua base due clessidre, che segnano il trascorrere del tempo, il Sacro Monte e una croce cristiana.
L’edificio all’esterno si presenta con una semplice facciata squadrata, arricchita da sole tre aperture semicircolari e da un piccolo timpano. Da un portone centrale si accede in un ambiente interno caratterizzato invece da linee morbide e curvilinee. 
L’interno della chiesa ha un tipico stile barocco con una pianta a croce greca che delimita una zona ellittica che ricorda la forma di un teschio. In questa zona si trovano tre altari in tre cappelle: uno in corrispondenza di quella centrale dell’ingresso e gli altri nelle cappelle laterali dedicate al SS. Crocefisso e ai Beati Benedetto e Anna. 
Nell’antico Oratorio o Cappella di San Michele, il protettore della Confraternita, si trova il Breve di Papa Pio VI che nel 1775 aveva dato alla Confraternita il diritto di liberare ogni anno (in occasione della Pasqua) un galeotto che non si fosse macchiato delle colpe di omicidio o furto. Sull’altare si trova anche una statua in legno dell’Arcangelo Michele che risale al XVIII secolo.
Originariamente questa cappella era ornata con scheletri ed era collegata ad un piccolo cimitero esterno.
L’edificio è caratterizzato da una splendida cupola ellittica decorata con affreschi del Cavaliere Giuseppe Errante di Trapani che è anche l’autore dell’affresco di una ‘Madonna con Bambino’. Fra le altre opere si segnalano due statue in legno che rappresentano Gesù Crocifisso e Gesù Risorto.
Una vera particolarità è il parapetto sopra l’ingresso che sembra la cantoria e che è stato ricavato da una poppa della nave ammiraglia della flotta Pontificia nella battaglia di Lepanto dove la Santa Alleanza riuscì a fermare l’avanzata Turca (e quindi Musulmana) in Occidente.
La chiesa ha un campanile barocco che risale al 1698 che termina con una particolare cupola a forma di bulbo.
La Chiesa dell’Orazione e della Morte è oggi la più antica chiesa di Civitavecchia tra quelle scampate al disastroso bombardamento della Seconda Guerra Mondiale che quasi rase al suolo la città.
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L’abbazia è il cuore e il centro lungo la Via Francigena attorno al quale si è formato il centro di San Martino al Cimino, compreso nel territorio di Viterbo, dalla storia fascinosa.

Un centro nato nel IX secolo vicino ad una piccola chiesa dei benedettini, su un terreno donato all’Abbazia di Farfa nel 838, che poi venne spostata.

La costruzione della abbazia venne favorita da papa Eugenio III che era un cistercense e la affidò ai monaci dell’ordine di origine francese.

Un forte impulso è stato poi dato da Innocenzo III molto attivo nella zona di Viterbo per cercare di riunire le comunità monastiche sparse e favorire il riavvicinamento dei numerosi eremiti.

Innocenzo III è il papa che ha incontrato San Francesco e ha dovuto ricreare un legame con tutti coloro che predicavano contro le ricchezze della chiesa.

L’abbazia di San Martino è stata consacrata nel 1225 ma già nel 1300 iniziarono i primi problemi e il complesso venne in parte abbandonato anche per le condizioni metereologiche del posto.

Il massimo splendore si ebbe poi sotto papa Innocenzo X Pamphilj che nominò sua cognata Olimpia Maidalchini principessa di San Martino al Cimino.

Olimpia diede vita ad un rinnovamento urbanistico e architettonico di tutto il borgo e alla costruzione di un magnifico palazzo dove un tempo si trovava il convento dell’abbazia.

Risale a questa fase il passaggio dai monaci ai preti che ancora la gestiscono.

La facciata della chiesa presenta quindi dei caratteri Seicenteschi con due grandi torri campanarie, con orologio e meridiana, ai lati dell’ingresso in stile gotico. Le due torri avevano anche una certa funzione statica di supporto.

Sopra la porta di ingresso si distingue immediatamente lo stemma di Papa Innocenzo X.

La pianta della chiesa è a croce latina con tre navate di cui quella centrale è illuminata da un grande finestrone gotico centrale scolpito ed arricchito da un prezioso rosone. 

La chiesa presenta ancora i caratteri austeri dei monaci cistercensi uniti in alcune zone con alcuni stili successivi.

Al suo interno è custodito lo Stendardo Giubilare per l’anno santo 1650 fatto realizzare da Donna Olimpia dall’artista Mattia Preti e qui sono seppelliti Donna Olimpia e suo nipote Gerolamo Pamphilj, ultimo discendente della casata e morto nel 1760.

Di tutto il convento, in gran parte trasformato nel palazzo Doria Pamphilj, resta la Sala Capitolare che si presenta ancora con i caratteri tipici degli archi ogivali gotici dell’architettura cistercense. Anche se ha un pavimento in marmo bianco e nero realizzato dal Borromini e gli affreschi del Seicento.

Questa è la sede della Confraternita del SS. Sacramento e S. Rosario.

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La chiesa di Santa Maria delle Farine si trova fuori Viterbo lungo la via Cassia.

La sua edificazione risale al 1320 per volere del Capitano del Popolo Silvestro Gatti, come è riportato in una targa sulla facciata.

Probabilmente la chiesa è stata edificata su un tempio pagano dedicato alla Dea Furina, protettrice dei ladri, da cui poi deriverebbe il suo nome.

Secondo altri studi il nome Farina viene dal latino ‘refarinae’ (furto) che indica che l’area era abitata da ladri.

La facciata è molto semplice in pietra peperino ed è arricchita da un rosone centrale scolpito in pietra del XIV secolo e da un tondo in maiolica policroma.

Nella facciata si distinguono disposizioni diverse delle pietre che rivelano come le facciate siano frutto di ampliamenti successivi.

Quella di sinistra è stata aggiunta nel Novecento.

L’interno è molto semplice in stile gotico italiano e l’altare è impreziosito da un bel baldacchino in peperino. 

La chiesa termina con un campanile a vela con due campane affiancate del 1612.

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Il santuario di Santa Maria della Quercia si trova nella frazione di Viterbo detta La Quercia.

Qui si sono verificati due miracoli dai quali è iniziato uno dei culti più sentiti d’Italia, quello della Madonna della Quercia.

Tutto inizia grazie a miracoli da cui si origina tutto il culto.

Nel 1417 il fabbro Battista Juzzante chiese al pittore Martello, detto Monetto, di dipingere una Madonna su una tegola da mettere su un ramo di una quercia a protezione del suo terreno.

Si dice che più di qualcuno in paese avesse tentato di rubare la tegola, ma la Madonna sarebbe sempre tornata fra i rami dell’Albero che si era piegato in modo tale da proteggerla dalle intemperie.

Nel 1467 avvenne il primo miracolo: un cavaliere inseguito da bande rivali si rifugiò sotto le fronde della quercia e improvvisamente divenne invisibile ai suoi nemici.

Il secondo miracolo, sempre lo stesso anno, è quello di aver fatto cessare la peste dopo che circa 30.000 persone si erano radunate a pregare sotto l’albero.

Al termine della peste iniziò immediatamente un grande pellegrinaggio e papa Paolo II decise subito di costruire una chiesa che fu affidata ai padri domenicani che la elessero a loro protettrice.

Grazie al grande arrivo di offerte, dopo due anni la chiesa venne rifatta completamente con un progetto disegnato dal grande architetto Giuliano da Sangallo.

Un altro episodio che ha contribuito a far crescere l’interesse religioso attorno alla Madonna della Quercia è stata la proclamazione di papa Pio V che la aveva eletta protettrice della armata cristiana nella battaglia di Lepanto del 1571.

La battaglia combattuta vicino una isola greca è stata decisiva per bloccare l’avanzata turca e musulmana in occidente. Al ritorno dalla battaglia, il comandante della flotta cristiana Giovanni d’Austria depose una cassettina con due bandiere turche ai piedi della Madonna.

Se la storia inizia a Viterbo, la sua importanza nazionale nei secoli si deve ai frati Domenicani, che la hanno custodita per secoli e la hanno eletta a loro protettrice, e alla Confraternita dei Macellari i cui membri erano mercanti di carne maremmana.

Questi commercianti erano soliti andare a Roma a vendere le loro carni e decisero di traferire la propria sede in una piccola chiesa al centro di Roma trasformando quella di Nicola de Curte di Campo dei Fiori dedicandola al culto della Madonna della Quercia.

Nel tempo i Macellari decisero di ricostruire la chiesa e grazie al papa domenicano Benedetto XIII iniziarono i lavori nel 1727.

Un altro evento ritenuto miracoloso è poi avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale quando tutte le bombe cadute su Viterbo e le aree limitrofe lasciarono intatto il santuario.

Nel 1873 il santuario, già eletto a basilica, fu dichiarato Monumento Nazionale dallo Stato Italiano.

La chiesa presenta notevoli differenze di stile fra l’esterno sobrio rinascimentale e l’interno barocco riccamente.

La facciata dei primi del Cinquecento è in bugnato e ha le semplici forme con tre porte di ingresso, un rosone centrale e un timpano di chiusura dove è riportato un bassorilievo con la quercia e i leoni (che rappresentano Viterbo).

Sulle tre porte si trovano tre lunette in ceramica realizzate dal grande Andrea della Robbia, ovviamente quella centrale riporta la Madonna della Quercia e quelle laterali San Tommaso d’Aquino e San Pietro.

Al lato destro della chiesa si staglia un campanile piuttosto basso con tre ordini di aperture realizzato da Ambrogio da Milano, con due campane originarie del 1578 e del 1655.

Mentre su un lato della facciata si può vedere un balconcino dal quale il papa mandava la benedizione ai fedeli, che risale al 1483 per opera dell’artista Vincenzo da Viterbo.

La chiesa ha tre navate divise da colonne con archi a tutto sesto e un prezioso soffitto dorato a cassettoni disegnato da Antonio da Sangallo. Ma tutta l’attenzione viene catturata dalla edicola centrale in marmo realizzata da Andrea Bregno nel 1490 e che custodisce la tegola con l’immagine della Madonna.

Un magnifico coro intarsiato del 1514 e un prezioso organo del 1613 completano l’immagine della chiesa.

Anche l’annesso convento è un capolavoro architettonico con i suoi due chiostri del XV e del XVI secolo e un refettorio disegnato da Antonio da Sangallo il Giovane. 

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