FOTO CLAUDIO PASQUAZI
Valmontone. Palazzo Doria Pamphilj

Originariamente Palazzo Doria Pamphilj era il palazzo baronale dei Barberini costruito su una precedente fortezza a Valmontone.

La sua forma attuale viene dalla ristrutturazione del principe Camillo Pamphilj che nel 1651 voleva creare una città ideale, la cosiddetta Città Panfilia, che comprendesse non solo il palazzo, ma anche la vicina chiesa e altri edifici, come stalle, magazzini, abitazioni. Il palazzo ha 365 stanze, molte delle quali affrescate.

Durante la guerra il palazzo ospitò i cittadini di Valmontone. Oggi è sede della vita sociale del paese e ospita il Museo storico di Valmontone.

Gli Affreschi del Palazzo

Il ciclo di affreschi che si possono ammirare al piano nobile di Palazzo Doria Pamphilj rapiscono il visitatore tenendolo con il naso all’in su e fanno del grande palazzo, insieme alla monumentalità della sua struttura, una delle testimonianze più rappresentative del territorio oltre a rappresentare un momento fondamentale della pittura romana del Seicento.

Camillo Pamphilj, nipote di papa Innocenzo X, aveva acquistato dal cardinale Francesco Barberini il feudo di Valmontone nel 1651 e già a partire dal 1657 iniziarono i primi interventi pittorici.

L’impresa pittorica, riguardò le quattro Stanze maggiori ed i quattro Camerini del piano nobile. La superficie dipinta interessava quasi esclusivamente le volte ad eccezione del Salone del Principe in cui vennero dipinte anche le pareti a trompe l’oeil.

È il maestro Pier Francesco Mola che esegue gli affreschi rappresentanti l’America, l’Africa e l’ormai perduta Aurora e sempre lui iniziò l’affresco dedicato all’Aria che, a causa di una controversia riguardante il pagamento pattuito con Camillo Pamphilj, fu terminato dal Mattia Preti.

Vari e vani furono i tentativi di riportare il maestro a Valmontone, tanto che Camillo, offeso dal comportamento dell’artista, fece distruggere nel 1659 da Francesco Cozza (altro artista chiamato ad intervenire nel cantiere pittorico) l’affresco incompiuto.

La prima stanza affrescata che si incontra salito lo scalone sul lato meridionale del palazzo è la Stanza del Fuoco. Gli affreschi sono opera dell’artista Francesco Cozza. Appena al di sopra della cornice che lo contiene inizia l’affresco che non presenta divisioni o ripartizioni.

La fascia basamentale dell’affresco è un susseguirsi di figure di uomini intenti nella lavorazione del metallo all’interno della fucina di Vulcano mentre al centro della volta capeggia Venere, compagna del dio del Fuoco. Nella grande composizione si alternano numerose figure di eroi e divinità.

La successiva Stanza dell’Aria è stata affrescata in soli 16 giorni da uno degli ultimi artisti che prendono parte alla fabbrica di Valmontone: Mattia Preti.

Le tradizionali partizioni architettoniche, rintracciabili nelle Stanze dell’Acqua e della Terra e probabilmente nell’originario disegno del Mola per questa stanza, vengono eliminate: le figure rappresentate fluttuano liberamente nello spazio come se stessero realmente volando nell’aria. Al centro della scena viene raffigurata la personificazione dell’Aria, circondata dalle Ninfe e dai Venti; agli angoli si trovano le figure allegoriche del Tempo, dell’Amore, della Fama e della Fortuna.

L’incessante alternarsi delle fasi del giorno è scandito dalla presenza, ai lati, dei carri astrologici: Aurora anticipata da angeli sparge i fiori, Apollo sul suo carro scintillante trainato da cavalli bianchi sono l’allegoria, rispettivamente, della Mezzanotte e del Mezzogiorno. Diana che si allontana da Endimione dormiente è la Sera, la Notte è una bellissima figura assopita sul suo carro, ai piedi del quale il pittore si ritrae mentre si riposa dopo le fatiche della giornata.

Lasciata quella dell’Aria si passa alla Stanza dell’Acqua, dipinta da Guglielmo Cortese, allievo di Pietro da Cortona. Proprio all’impostazione impartita dal grande maestro del primo Barocco si può ricondurre lo schema di ripartizione in finti stucchi che divide la volta in cinque riquadri: in quelli laterali vengono rappresentati le divinità legate all’acqua come Nettuno, mentre in quello centrale ci sono Amorini che scoccano frecce ed un fanciullo che si affaccia versando acqua da una conchiglia.

La successiva Stanza affrescata da Giambattista Tassi è dedicata alla Terra la cui personificazione impugna scettro e globo e guida un cocchio trainato da leoni cavalcati da un putto.

Infine la grande Sala del Principe sulle cui pareti è ricreata una architettura illusoria composta da un colonnato che sorregge un terrazzo con giardino pensile da cui si affacciano delle figure riconducibili a personaggi della corte dei Pamphilj. Nella volta, imponente, lo stemma della famiglia alla quale si devono queste impareggiabili opere.

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Torre Caetani
Torre Caetani

Il borgo di Vallepietra si è formato attorno ad un castello di cui oggi è visibile soprattutto la grande Torre Caetani, proprio nella piazza principale del paese, le porte di accesso e alcuni tratti di mura. L’antico castello, poi trasformato in palazzo nel rinascimento, è invece andato distrutto durante il terribile terremoto della Marsica del 1915.

Il suo nome riprende quello della importante famiglia Caetani che ha dato i natali a papa Bonifacio VIII e che durante il medioevo è stata fra le più importanti in Europa. I Caetani hanno sistemato il castello e governato Vallepietra in un periodo compreso fra il 1267 e il 1670.

La torre ha una base quadrata e una altezza di circa 24 metri e dalla sua sommità si gode di una vista su tutta la Valle dell’Aniene e la catena dei Monti Simbruini. Alla sua base è stata realizzata una fontana che forniva l’acqua al borgo.

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Trevignano Romano. La Rocca

La rocca di Trevignano Romano sorge su una ripida altura di tufo vulcanico in parte difesa naturalmente dai pendii a strapiombo, come il castello di Bracciano.

La rocca probabilmente risale alla metà del XIII secolo e ha visto vari passaggi di proprietà.

Alla fine del XIV secolo andò in mano agli Orsini che entrarono in possesso di tutto il territorio del lago.

Nel Cinquecento, Gian Giordano Orsini fece smantellare la rocca che venne abbandonata ed utilizzata sporadicamente in modi differenti nei secoli successivi e lasciata degradare lentamente.

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Palazzo Baronale è noto anche come Palazzo Savelli, dal nome della casata che nel XII secolo governava Torrita Tiberina.

La famiglia Savelli trasformò le originarie torri di segnalazione in fortezza con cinta muraria, fossato e ponte levatoio.

Di proprietà comunale, è oggi divenuto albergo e ristorante.

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Subiaco. Ponte sul fiume Aniene

Il ponte medievale di San Francesco è immerso nel borgo medievale di Subiaco e attraversa il fiume Aniene.

È realizzato in pietra color ocra e ha una struttura con un arco che si sviluppa per 37 metri di lunghezza e 20 d’altezza ed è dotato di un’alta torre di controllo quadrangolare.

La sua costruzione risale 1356 a seguito di una battaglia tra le fazioni di Subiaco e i tiburtini.

Il ponte sarebbe stato costruito dall’abate Ademaro con il riscatto pagato dai tiburtini per il rilascio dei propri prigionieri.

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Chiesa di San Michele Arcangelo
Chiesa di San Michele Arcangelo

La chiesa di San Michele Arcangelo si trova nella piazza principale di Saracinesco e risale al XIII secolo. Arrivando nella piazza si incontra il lato lungo della chiesa e il campanile con due ordini di arcate.

La facciata è semplice con tetto a capanna e all’interno la chiesa ha una sola navata che termina con un altare. Ai lati dell’altare si possono vedere due affreschi del Cinquecento che rappresentano San Michele Arcangelo e San Pietro Apostolo.

Sopra l’ingresso della chiesa si può riconoscere l’antica cantoria dove un tempo si trovava l’organo.

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