L'ultimo produttore di telai a mano - la creazione di tessuti di lusso

Sulle rive del fiume Brenta, in una vecchia casa costruita con pezzi di mattoni e pietre levigate e modellate dal fiume, c'è una favolosa scuola dove le persone possono imparare il segreto dei tradizionali telai a mano - soprattutto dei telai Jacquard.

Il Brenta è il fiume che collega le Dolomiti a Venezia e questa zona era tradizionalmente conosciuta per la produzione della seta, per i tessuti di lusso e gli abiti preziosi. Venezia è stata la più longeva "democratica "Repubblica” (era una oligarchia elettiva), e per 800 anni le sue flotte hanno dominato le strade marittime mercantili e i suoi mercanti percorrevano la Via della Seta verso la Cina. Marco Polo è stato il primo uomo occidentale a "vedere" e scrivere un libro sulla Cina.

Il segreto della seta è arrivato a Venezia proprio dall'Oriente e in questa area per secoli gli abiti di lusso sono stati uno dei pilastri dell'economia locale. L'importanza della coltivazione degli alberi dei gelsi era così forte una legge diceva: “a chi taglia un albero di gelso sarà tolto un occhio”.

Nel 16° secolo Venezia era rinomata in tutto il mondo per i tessuti di lusso e in particolare i velluti di seta a doppia e tripla altezza. Così, oltre alla importante corporazione dei lavoratori tessili, fu istituita la corporazione dei lavoratori del Velluto.

Con queste premesse non dovrebbe essere una sorpresa che 45 anni fa un ragazzo di 15 anni di Cartigliano sia stato attratto dalla tradizione locale e si dedicasse alla creazione di telai a mano: il suo nome è Ilario Tartaglia.

L'entusiasmo di Ilario per la tessitura a mano, in realtà, nasce dalla letture del Mahatma Gandhi e della sua creazione del khadi, il cotone tessuto a mano che rappresentava il grido per l'indipendenza indiana.

Ilario ha studiato tecnologia tessile e ingegneria a Milano e poi ha scelto di prendersi cura delle tradizioni dei tessuti antichi. E’ diventato appassionato di progettazione e produzione di telai a mano, di macchine come il "tiralicci", ed è l'ultimo superstite in grado di produrre tessuti multistrato partendo dalla progettazione e la produzione dei complessi telai.

In passato c’erano molte giovani donne sedute al telaio e fare i tessuti per il loro corredo, ora sono i professionisti di tutto il mondo che stanno cercando di studiare e imparare di nuovo questo mestiere.

L’ultima richiesta per Ilario viene da New York, una serie di eleganti tendaggi, di progettazione complessa ma di facile realizzazione per questo maestro del telaio, da realizzare in una vetrina in mostra.

Per chiunque sia entusiasmato dal piacere artigianale di crearsi i propri tessuti, niente è meglio di cominciare a partecipare ad uno dei corsi di tessitura di Ilario, ascoltare le sue parole sulla storia, le tecniche ei progetti di macchine, e praticare il set- up e la tessitura su un telaio a mano.

Poi si diventa parte della rinascita di un grande artigianato.

Per saperne di più: www.tessituraamano.it

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Bachi da seta e fili d'argento

Quando si entra in Esapolis, il museo degli insetti (e di altre bestioline fastidiose), per prima cosa siete avvicinati da una coppia di gloriose, grandi, verde brillante 'mantide religiose' messe al sicuro in una teca con un camaleonte e notate che questi insetti, bachi da seta inclusi, sono poco minacciosi per gli esseri umani.

In realtà, anche lo scorpione gigante dalla Thailandia in un’altra vetrina di fronte, non è così velenoso come la sua dimensione implicherebbe. Non lontano troverete vetrine con centinaia di vasi di vetro simili, contenenti tutte le fasi del ciclo dei bachi da seta, dalle uova, al baco e al bozzolo fino alla falena, con particolare enfasi sui bozzoli di seta grezza, dal bianco all’oro pallido, alcuni addirittura blu e rosa tenue risultanti da esperimenti falliti di colorare la seta naturale tingendo le foglie.

Vi chiederete perché questo particolare colto istituto sia a Padova convinti che la storia risalga ai giorni della fondazione dell'industria della seta a Venezia con i bachi provenienti dalla Cina. Ma, apprendiamo da Silvia Cappellozzi che dopo una pestilenza massiccia iniziata in Francia che aveva distrutto gran parte dell’industria europea del baco da seta nel 1850, il governo francese aveva invitato Louis Pasteur a trovare una soluzione. Aveva scoperto che un fungo era entrato nel ciclo d’allevamento ed ormai ogni nuovo gruppo di uova era già stato infettato.

A quel punto c'erano due università in Italia che studiavano gli insetti, in particolare i bachi da seta, ed erano Padova e Bologna (entrambe relativamente vicine ai tradizionali centri industriali della seta d'Italia nel Veneto). Nel 1871, il Re d'Italia istituì un istituto Reale a Padova (CRA) per studiare le fasi della vita dei bachi da seta e per contrastare le malattie che riducono la produzione.

Esapolis è il museo creato all'interno del CRA, dove il gruppo di ricerca guidato da Silvia Cappellozzi cura amorevolmente i suoi vermi, insetti, falene e farfalle, ma soprattutto i suoi amati bachi da seta.

Curiosamente, la storia dell'istituto registra non solo l'introduzione e l'incrocio di bachi provenienti da altre regioni, ma anche la scoperta di 'seta artificiale' che è quella che chiamano 'nylon'. Questo richiama alla mente il confronto fra le corde musicali realizzate con il budello di pecora e quelle realizzate in nylon, dove la meraviglia della musica dipende dall'uso del materiale naturale. In modo analogo l’istinto ci dice che la seta naturale fornisce un tessuto superiore e più soffice rispetto a quello del suo cugino artificiale.

L'istituto ospita ampie stanze piene di vassoi su ciascuno dei quali questa massa lentamente pulsante di migliaia di bachi da seta passa il tempo nella macellazione rituale del gelso, consumando le verdi foglie fresche (raccolte dai 500 o più alberi di gelso nel frutteto) e convertendo questa bellezza in decine di migliaia di palline nere di ‘cacca’ di verme.

Ogni giorno, quando l' ammasso di foglie è stato divorato, una rete a maglia viene messa sulla parte superiore della massa di bachi da seta con nuove foglie fresche e i bachi si dirigono verso l'alto per attaccare il nuovo pasto. I fortunati ricercatori  e i curatori dei bachi possono poi smaltire i rifiuti alla base di un albero nel frutteto.

Cerco di conoscere il destino dei milioni di farfalle provenienti dai bozzoli preziosi, e scopro che c'è una popolazione di uccelli (che vive sugli alberi di gelso?) a cui ogni giorno è reso più emozionante dal rilascio dell’ultima partita di ridondanti falene.

Sostenibilità nell’eccellenza. Tu mi dai da mangiare, mi fai crescere e io sono il tuo cibo.

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Il colore celeste nella vita come nella ceramica

Leggendo e studiando in aree diverse, non solo l’arte nella ceramica, sono arrivato a capire che il colore celeste ha un valore e significati speciali. Un valore soggettivo, che noi uomini gli attribuiamo, e uno oggettivo, visivo e reale.

La nostra vita è ricca di celeste: si riesce a vederlo ovunque, anche dove non te lo aspetti, proprio lì dietro l'angolo. Così affermi, stupito:

“Addirittura, anche qui il celeste! Non ci posso credere, non me lo aspettavo! “

Bene, e per le mie ceramiche? Il “caro amico” celeste, così mi piace definire così questo colore, c'è sempre ma non si vede. Si nasconde fra gli altri colori, ma non per questo è meno importante. Forse è un po' 'timido' per qualcuno, per qualcun altro è poco importante, troppo 'delicato' e poco consistente.

Per me, invece, il colore celeste è di grande valore, 'delicato' sì, ma anche nobile e per nulla banale. Pensando ai miei lavori, ai paesaggi di Castelli, ai volti, alle scene con figure mitologiche, ai fiori, alle immagini moderne, dico che il celeste è un sostegno di cui non posso fare a meno.

Avrei molta difficoltà ad impostare un lavoro su ceramica, senza celeste. Il celeste per me è l'inizio di un lavoro: è traccia, definizione, contorno, ombra, volume, tratteggio e texture.

È fondamentale, mi guida, e mi permette di capire e immaginare, con largo anticipo, persino il lavoro finito. Facilita la lettura dell'immagine dipinta sulla superficie smaltata. La sua nobiltà, allora, è quella di offrirsi come base per tutti gli altri colori, che abitualmente vi sovrappongo. Tutto assume una sua precisa collocazione solo se c'è il celeste.

Ma non è solo la mia impressione! Osservando le opere degli antichi ceramisti castellani, ma anche quelle degli artisti più recenti, non posso fare a meno di notare come il celeste è una costante imprescindibile.

E parlando con una amica mi ha fatto notare come il colore celeste è usato come sfondo in molti effetti speciali cinematografici e televisivi con una tecnica chiamata “blue screen”. Si girano le scene in uno studio con pareti e soffitti blu e in post-produzione si aggiunge lo sfondo. Che siano le previsioni del tempo o le scene degli effetti speciali di Matrix o quadri surrealisti, quello che cambia è il contesto ma il valore del celeste sarà sempre universale, nel passato come nel futuro.

 

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Arte - Interpretazioni e improvvisazioni

La vita è semplice nella sua bellezza e sempre così complessa nella sua analisi. L'essenza della vita, la doppia elica, è un elemento di naturale bellezza, l'intreccio delle eliche infinite che contengono in dettaglio la storia dell’umanità.

Ci siamo seduti sul luogo di nascita della cibernetica, lo studio della macchina che è l'uomo, la villa di Silvio Ceccato a Montecchio Maggiore, appena sotto i castelli di Giulietta e Romeo, e meditiamo sulla realtà oggettiva come noi la guardiamo oltre il Veneto centrale, sparsa qui sotto sulla pianura. Siamo nelle mani generose e gentili della nipote di Silvio, Riccarda Silicani Ceccato per sperimentare la realizzazione di questo paradosso della semplicità della bellezza e della complessità nello studio.

L'occasione è l'inaugurazione di una mostra dell’ultimo cosiddetto artista schizofrenico della scuola di Art Brut, Carlo Zinelli. Tutte le opere sono state dipinte mentre era stato istituzionalizzato a seguito di esperienze nella guerra civile spagnola, la moltitudine dei suoi lavori rappresenta i suoi disperati mezzi di comunicazione con il mondo, la sua visione della complessità e della bellezza ripresa praticamente ogni giorno per oltre 10 anni, una volta che era stato liberato dalla sua prigione psicologica dalla possibilità di dipingere - per disegnare come hanno fatto gli aborigeni e altri antichi - creando un suo proprio linguaggio geroglifico.

'Parole, parole, parole', senza senso solo e soltanto capite se si può vedere e sentire il quadro intero. Questo non è il compito di un analista da solo, ci sono 3000 immagini e le registrazioni audio che non raccontano le emozioni di questa macchina umana o quali collegamenti sono stati attivati.

Alcuni possono non chiamare questa espressione di una mente, questo linguaggio, arte? Ma, da quando l'impressionismo ha tolto il bisogno di realtà fotografica e ancor più per coloro che apprezzano l'"arte" di Pollack, questa arte di Zinelli è un capolavoro intellettuale. Se proviamo ad analizzarla, perdiamo il suo impatto dimensionale con l'applicazione di formule matematiche rudimentali simili ai tentativi di convertire un frattale in una forma possibilmente misurabile.

Dopo aver abbandonato la mia analisi ingegneristica di Zinelli e avendo concluso che non è il mio giudizio che conta, ma quella di ogni mente libera, è stata un'esperienza ispiratrice quella di ascoltare una interpretazione musicale dell'arte di Carlo Zinelli, le sue dichiarazioni letterari interpretate in improvvisazioni da Florio Pozza sulla chitarra, e geroglificamente, con il didjeridoo e dalla incredibile e sensibile voce recitante dell'attore Nicola Brugnolo. Come la serata si è raffrescata, e le signore si sono avvolte ai loro scialli per la loro preservazione, la performance ha catturato le emozioni del pubblico che sedeva affascinato sulle loro sedie da giardino nel cortile della villa.

Bravo! Questo per me è stata “arte”, la creazione musicale con una intensità emotiva accoppiata con la libertà.

È stata un'esperienza unica, una parola e una jam session di musica surreale, che non può essere mai ripetuta e non oggetto di analisi soggettiva. Ora capisco un po' più di Zinelli, e prometto di non misurare.

Siate abbastanza liberi per visitare Villa Ceccato prima del 5 ottobre e provare un'esperienza.

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Originali sculture di mosaico moderne

Le nuove creazioni di Antonis Karakonstandakis sono state presentate nella mostra "Scouting" al Museo di Larissa (Moschea Geni). L'esposizione comprende tre moduli (Horizons - Candele - Landscapes) realizzati con l’originale tecnica dell'artista di sculture di mosaico su rocce naturali.

Antonis Karakonstandakis usa la poesia per creare immagini di parole delle sue sculture a mosaico in pietra. Per la sua ultima mostra a Larissa, capitale della Grecia centrale, i suoi versi descrivono l'influenza della forma d'arte del mosaico.

Art Form,
that initiates us
to the obvious and to the self-evident,
approaches harmony,
transposing circumspection in parallel,
with Doric austerity
that defines it,
composes and endorses,
the anticipated,
while at the same time,
recalls and releases memories,
that remain vivid
activating the senses,
to a continual and transparent Rearrangement.
Apocalypse.

Per Antonis, come per ogni scultore, la pietra e la roccia con cui lavorano, hanno una vita. La pietra ha una storia. Dall’Arte minoica al Partenone, al lavoro magistrale del periodo bizantino, la pietra esisterà fino a quando esisterà la civiltà. Perché resiste e racchiude al suo interno la memoria e l'esperienza: la vita nel suo cuore.

Perché la pietra ha un cuore! Questo è proprio la "tela" su cui Antonis Karakonstandakis si esprime. Il cuore di pietra è il cuore delle sue creazioni si sculture di mosaico.

Antonis dice: "C'è grande ansia quando si taglia una pietra. C'è il pericolo di ferirla o addirittura distruggerla. Ma il culmine, il momento dell’apocalisse è il taglio. In ogni pietra che si apre, si vede il cuore. Ognuno è unico nel suo genere ... "

Su questo cuore primordiale della pietra, Antonis fa la sua rappresentazione pittorica, con tessere colorate, "pietra in pietra, un mosaico nel cuore della pietra su cui si basavano le civiltà". Tuttavia, è la roccia di base che definisce la proposta dell'artista. Per Antonis "la tessera di per sé è priva di significato. È una cellula vivente, parte di un tutto. E’ solo prendendo il suo giusto posto nella composizione, che porta fuori il tutto e porta in vita ciò che si nascondeva dentro la pietra e origina le sculture di mosaico".

"L'artista deve cercare di espandere la sua arte. Attraverso ‘l'apprendistato' con il materiale e lo studio delle sue creazioni precedenti, l'artista arriva a concetti nuovi. Solo il tempo dirà se ne è valsa la pena".

“Open Horizon
A provocatively Unknown,
Open Horizon,
calls us to transcend,
the melancholic snugness of the settlement,
the grind of olive trees,
the sureness a lighthouse emanates,
as a place safe to sail,
the surface journeys and
to follow the flight of birds,
flying free,
opposite a new moon,
and an escape to areas and places,
where our inmost being was trapped,
unfulfilled desires.”

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Imparare dall’Arte e Imparare dal Cuore - sculture di foglie dal loro stesso legno

Possiamo immaginare che Toni Venzo abbia immaginato le sculture di foglie mentre passeggiava tra gli alberi, vedendo la luce screziata attraverso le foglie fruscianti e calpestando dolcemente il tappeto di foglie sotto i suoi piedi.

Forse una foglia è svolazzata a terra vicino a lui, una foglia che lo ha ispirato a ricreare la sua bellezza dal legname del suo stesso “albero madre”. Qualunque sia stata l'ispirazione, il risultato è un lavoro prezioso: una foglia con il profumo del suo stesso albero.

Le opere che nascono da questo processo non sono solo un esempio eccellente di scultura del legno, ma formano un libro aperto per insegnare ai bambini, alla famiglia e gli amici il valore della natura nelle foreste e negli alberi.

La classificazione delle piante risale ad Aristotele e ai greci mentre i primi erbari con classificazioni  sistematiche di foglie cominciano nel 1500 dC circa. Si tratta di importanti opere, conservate in biblioteche o musei e raramente esposte per poter essere apprezzate come opere di uso comune.

Eppure vorremmo che i nostri figli sapessero almeno riconoscere gli alberi! La verità è che troppi di noi sono confusi e incapaci di trasmettere questa conoscenza essenziale. Allora possiamo provarci con l’arte. Con le emozioni è più facile imparare e memorizzare per sempre.

Una creazione è il risultato di emozione e tecnica che si uniscono per creare forme, colori e profumi percepibili dagli altri. Senza questa combinazione di emozione e tecnica, l’arte non è possibile. Per questo l'ispirazione che nasce deve essere libera dagli orpelli della vita ordinaria; non ci devono essere identificazioni o emozioni negative.

L'emozione positiva nasce dal profondo dell'anima dell'artista, dai rapporti con il mondo circostante, che spesso iniziano durante l'infanzia, con familiari, amici o animali domestici. Questi sentimenti rinascono o rivivono quando i sensi dell'artista sono pronti e sanno riconoscere quelle sensazioni che avevano creato le emozioni positive anni prima.

Questi erbari in legno scolpito da una parte ci fanno tornare bambini e dall’altra ci guidano gentilmente alla conoscenza degli alberi e del bosco.

Per saperne di più: www.opere.tonivenzo.it

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Hefei dal nulla

Nel 1930 Hefei era un’arretrata città regionale nella centrale provincia di Anhui con circa 30.000 residenti.

Era lontana dal trambusto di Shanghai, lontana appena 500 km di distanza, e ancora più lontana nel tempo dalla sua importanza come barriera nelle guerre tra il nord e il sud nelle tante dinastie della Cina medievale. Era stata esclusa dal collegamento ferroviario al porto di Shanghai così il suo futuro era incerto. Tuttavia, un collegamento ferroviario nel 1936 e la decisione presa circa 10 anni dopo di fare di Hefei la capitale della provincia di Anhui ha aperto le porte a una rinascita del tranquillo centro amministrativo.

Se mai il ruolo dei governi nella crescita fosse messo in dubbio, Hefei dovrebbe essere una lezione. Come molte città cinesi si siano ‘metamofizzate' in città giganti, non è ben noto al di fuori della Cina e di alcune comunità di scienziati specializzati. Fuori la Cina, la provincia di Anhui è praticamente conosciuta solo per Huangshan, il magnifico scenario della Montagna Gialla.

Negli anni sessanta, Hefei aveva una popolazione di circa 300.000 abitanti e una importante industria chimica. Ma è stata ancora una città di provincia fino all'apertura del suo aeroporto nel 1977, anche se oggi il nuovo aeroporto di Hefei è classificato solo 35° fra i più trafficati in Cina.

Quando sono arrivato a Hefei nel 1999 circa, non ero sicuro se fossi in una zona di costruzione o in un parco di demolizione. C'erano ancora solo circa 500.000 abitanti e tre alberghi per i visitatori internazionali. Molto spesso l'aereo non poteva atterrare a causa dello smog, assistito dalla nebbia associata alla elevata umidità dal grande lago di Hefei.

Autostrade calcestruzzo iniziavano e finivano in budella fangose di strade sterrate piene di buche. Il calcestruzzo si fermava appena prima di un crepaccio che terminava nel fango, per fortuna in quel momento gli stranieri non guidavano. Le tecniche di guida per i locali erano ancora molto più simili all'India, dove i 3 criteri di sopravvivenza sono: buoni freni, buon clacson e soprattutto buona fortuna.

Eppure c'era un paradosso. Su un'isola nel lago era stato stabilito forse 15 anni prima, un istituto dell'Accademia Cinese delle Scienze, uno dedicato alla ricerca sulla fusione, ma anche curiosamente, aveva una divisione dove si svolgono attività di ricerca sul fotovoltaico.

Questo era il mio obiettivo quando concordammo di collaborare su celle solari basate sulla fotosintesi artificiale. Dopo aver lasciato le piste sterrate abbiamo passato una serie di fornaci con fabbriche di mattoni tradizionali, progressivamente chiuse (e oggi questo è il posto degli appartamenti in torri), eppoi scoperta una strada ben asfaltata e alberata che conduce al cancello di sicurezza con un cartello che ricorda il ruolo del World lab dalla Svizzera per iniziare la capacità di fusione in Cina.

E oggi, dopo molte visite di ritorno? Hefei, secondo The Economist nel 2012, è la città in più rapida crescita dell'economia metropolitana del mondo. Ci sono 7 università. Il settore high-tech è in forte espansione. Ci sono forse 100 alberghi internazionali. I guidatori generalmente rispettano le regole, le strade sono di prima classe, ovunque ci sono mini-città di piacevoli appartamenti in torre così diversi dalla noia di molte altre città, i condomini costruiti solo 25 anni fa sono stati distrutti dalle mazze per essere sostituiti da costruzioni con aria condizionata e servizi standard internazionali, le automobili sono in forte espansione.

Eppure, nascosto in alcune piccole alcove, potete ancora trovare negozi e un paio di bancarelle e le biciclette a tre ruote che trasportano montagne di vecchia plastica o cartone, o che traghettano i locali in scatole di sudore a 40° gradi d'estate. Mi chiedo quanto tempo ancora li vedremo in questa città più grande di quasi 8 milioni di abitanti.

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Il panegirico di una scultrice sulla Pangea

L'arte e la scultura di Luciana Bertorelli si sono evolute in grandezza di espressione, mantenendo un tema che la ha accompagnata durante tutta la sua vita artistica: descrivere attraverso il sé interiore dell'uomo, ciò che viene dalla sua anima.

Luciana si esprime nella scultura sia con una varietà di materiali plastici e di tecniche che con differenti finiture di smalti e ingobbio. Ha spesso applicato tecniche Raku che comprendono la tempra delle opere direttamente dal calore rosso in un’atmosfera povera di ossigeno, una tecnica che produce colori a volte sorprendenti e texture diverse a seconda del rivestimento superficiale.

Pangea, il nome del super-continente, deriva da due radici Pan e Gaia, dove Gaia significa Madre Terra. Luciana ha iniziato la sua relazione con una piccola Gaia (Pangea) dove ha sviluppato la sua sensibilità per il colore, la forma e l'equilibrio. La prima grande Pangea è stata la “Rossa”, che ha avuto una lunga gravidanza mentre Luciana era alle prese con le immagini provenienti nella sua mente finchè non ha capito che questo progetto doveva essere il suo panegirico, una dedica a Madre Terra, a Gaia.

La Pangea Rossa è allora diventata la più piccola di sei seguenti grandi Pangee ed è il modello da cui derivano le altre. E’ la figura di una madre accovacciata, con la maggior parte del suo corpo sotto la vita, che porta sulla schiena un bambino piccolo, l’umanità, in uno zaino. I suoi gomiti poggiano sulle ginocchia e le sue mani coprono il suo volto in un istintivo gesto di protezione, o forse di abbandono. La colorazione rossa rappresenta il paradosso di un grido di dolore, il colore del sangue e della violenza, smentito dalla potenza dell'Amore.

Dopo la mostra di questa prima grande Pangea a Gubbio nel 2013, Luciana è stata incoraggiata a completare la sua serie di primordiali Pangee.

La Pangea Fuoco porta un vulcano sulla schiena mentre emette cenere e lava rovente che simboleggiano le immense ricchezze contenute nelle profondità della Terra: oro, argento, platino, pietre preziose e calore perpetuo. Tutte rubate dall’uomo senza alcuna considerazione e rispetto. I colori di questa Pangea cambiano dal nero all'ocra e oro.

La Pangea Acqua è una giovane donna che porta sulle spalle una grande anfora in cui i suoi lunghi capelli cadono formando una cascata fluida - l'acqua, i mari, i fiumi ... in una serie di verde, turchese, blu e verde acqua. I suoi alluci alzati suggeriscono leggerezza e sensualità.

La Pangea Petra è rosata e cambia colore come le pietre di un fiume, con i rossi sbiaditi e una patina di leggero muschio. Il suo zaino è gonfio pieno di pietre pesanti che formano una propria scultura.

La Pangea Flora ha una delle mani sopra il viso nascosta da un fiore che la copre quasi completamente. Il suo zaino porta fiori e foglie che appaiono come scolpite nella pietra, delicatamente ammorbidito da colori di un leggero rosso e un arancio brillante lampeggiante sulla superficie e distribuito lungo il suo collo.

La Pangea Aria è l'ultima e domina tutte le altre in dimensione. Le sue gambe e le ginocchia sono strettamente unite e una tendenza verso un movimento in alto è suggerita dalla sua testa inclinata a sinistra. I piedi sono più grandi e lo chignon di capelli è avvolto in veli che nascondono il fruscio dei molti uccelli che volano fuori dallo zaino.

Ogni Pangea ha un buco in ogni orecchia che lascia osservare il gioco tra gli spazi vuoti e i pieni all'interno delle opere. Le sei Pangee sono tutte nella stessa posizione, sedute con il viso coperto, ciascuna portando le sue diverse ricchezze che la Terra offre all'umanità.

Luciana dice che l'insieme delle Pangee rappresenta un grido di dolore da Madre Terra: un urlo che costringe ad essere ascoltato! Solo una artista donna poteva capire il sentimento della Madre Terra.

Per saperne di più: www.lucianabertorelli.com

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