I promessi fidanzati siciliani di un tempo, “Lu zitu e la zita”

Quando il calpestio dei passi con le scarpe della festa risuonava per la piazza di Cattolica Eraclea, le persone che vi abitavano si affacciavano subito ai balconi per vedere cosa stesse accadendo.

Spesso si trattava di un corteo formato da fidanzati, che camminavano davanti, seguiti dalle coppie dei genitori e da una fila di parenti che si spostavano insieme alla coppia per poter controllare tutto.

Una volta, in tutte le loro uscite i due promessi erano seguito e spesso dovevano affrettare il passo per poter parlare senza essere ascoltati. Così si vedevano tutte le persone che li seguivano correre trafelate e affannate.

Prima del matrimonio la coppia non doveva avere nessuno spazio né per parlare né per allontanarsi da sola.

L’unione tra un ragazzo e una ragazza, tra l'altro giovanissima che non superava mai i sedici anni, era spesso vincolata da motivazioni ben diverse dall’amore.

I genitori, nella maggior parte dei casi, fidanzavano i propri figli per interessi economici o sociali. O più frequentemente per avere una bocca in meno da sfamare, dato che le donne non lavoravano e dovevano essere mantenute dai mariti.

Le ragazze promesse in matrimonio non potevano assolutamente opporsi alla volontà familiare ed erano quindi costrette a sposare l’uomo non amato.

Normalmente era la madre dello sposo che sceglieva la donna per il proprio figlio, chiamava a raduno tutta la famiglia e i parenti, si recava a casa della prescelta per fare la richiesta della sua mano al padre di lei.

Se il genitore accettava la proposta, la giovane avrebbe dovuto mantenere atteggiamenti riservati in pubblico e a casa.

 

Inoltre, alle promesse spose era vietato vestire abiti succinti e uscire da sole.

Il fidanzamento ufficiale avveniva prima del matrimonio e, in questa occasione, le famiglie dei due fidanzati rendevano “ufficiale” la relazione dei figli all’intero paese con un ricevimento fatto a casa della sposa.

Seguivano i contratti prematrimoniali, fatti alla presenza di un notaio, con l’elenco di ciò che le ragazze dovevano possedere al momento del matrimonio.

Spesso, durante questi incontri le famiglie litigavano e la figura della mamma dello sposo emergeva per la sua arroganza e per le sue pretese, distinguendosi dalla mamma della sposa. Questa sembrava più remissiva e più propensa ad assecondare la consuocera, manifestando la sottomissione della propria figlia nei confronti del suo figlio maschio.

Dopo i genitori si accordavano per il giorno delle nozze per inviti, invitati, festeggiamenti e pranzo. I matrimoni non si dovevano celebrare a maggio e a novembre perché c’era la credenza che non sarebbero durati, pertanto nessuno osava stabilire la data delle proprie nozze in quei mesi.

La suocera regalava alla nuora un abito nero, elegante, di velluto o di broccato, con le scarpe, la borsetta e i guanti. Questo era chiamato l’abito degli otto giorni, infatti la sposina doveva indossarlo per i primi otto giorni dopo matrimonio, quando usciva col marito a far visita a parenti e amici o a fare una passeggiata, per dimostrare che continuava ancora la festa delle nozze.

La coppia, per tutti gli otto giorni, era invitata a pranzo e a cena dai parenti.

Le famiglie più facoltose, invece, usavano regalare alle nuore due abiti completi di tutto, uno degli otto giorni e uno dei quindici giorni. Quest’ultimo era solitamente grigio o blu, ma sempre molto elegante.

In questo modo il periodo della festa di matrimonio durava una o due settimane in più.

Dopo riprendevano la vita normale di tutti i giorni, le donne preparavano da mangiare a casa loro, sbrigavano le faccende domestiche, facevano le visite ai genitori e ai suoceri, che chiamavano tutti e due ‘mamma’ e ‘papà’.

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3 Mar: "L'8 la Pandemia!! Donne che lottano per il bene comune"

Siamo quasi arrivati alla primavera, e ad uno degli appuntamenti più attesi di Marzo: la festa della Donna.

Una festa che vogliamo celebrare ancora di più ricordando la forza e la determinazione delle donne, soprattutto nell'ottica di questa pandemia che ha stravolto il mondo, e il nostro modo di vivere.

"L'8 la Pandemia!! Donne che lottano per il bene comune" è un evento organizzato dalla sezione Fidapa di Sciacca in collaborazione con il Comune di Sciacca e le tante entità locali che hanno come protagoniste donne forti e intraprendenti.

La nostra Claudia Bettiol è stata invitata a partecipare l'8 Marzo alle ore 17:30 su Meet, in un incontro virtuale per parlare del nostro lavoro per la valorizzazione dei territori e delle persone che li abitano, grazie a tantissime iniziative come il nostro Contest #DiscoverFoodAndWine.

Ci vediamo online, l'8 Marzo alle 17:30 su Meet!

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La Pasta alla Puttanesca e la Pasta alla Buttanesca Siciliana

La pasta alla puttanesca è uno tra i tanti piatti della cultura gastronomica italiana che non ha una ricetta precisa e codificata.

Non ha neanche una connotazione geografica "scientificamente" provata tale da essere rivendicata come esclusiva da un territorio rispetto ad un altro.

Possiamo però affermare che è un piatto di recupero, o meglio, una pasta facile da assemblare con i prodotti di conserva disponibili in tutte le cucine e, soprattutto, ha una preparazione trasversale a tutte le famiglie e ristoratori da nord a sud dello stivale.

Ma non per questo è privo di una sua identità gustativa!

Ma perché e da cosa nasce la pasta alla puttanesca? Con questo termine, non certo morigerato, che fa pensare al mestiere più antico del mondo o a quelle case di tolleranza così diffuse nella società italiana precedente alla Legge Merlin?

Si raccontano tante storie più o meno fondate o fantasiose sull'origine della pasta alla puttanesca. Tra queste, una riguarda appunto l'abitudine al piatto di pasta veloce, nelle pause pasto nelle case di tolleranza. Ma a me piace pensare che tutto ha avuto inizio dalla bizzarra esclamazione di un oste: "Puttana Eva" (espressione molto comune in Italia e usata spesso come intercalare durante momenti di ira).

Questo dovette esclamare il cuoco oste della locanda all'ingresso dell'ennesimo commensale, ma con la cucina già chiusa e tutte le pietanze terminate.

"E ora cosa gli cucino?"  si domandò, pur di non farselo scappare!

La fantasia e la creatività non gli mancavano di certo. Quindi, prese di un po' tra tutti i prodotti in conserva: acciughe salate, capperi, pomodoro secco e tonno in scatola, olive bianche e nere. L’aglio, così come il peperoncino, il pepe e l'olio non mancano mai in cucina.

Aggiunse un ciuffo di prezzemolo e di origano, un tocco di formaggio vecchio grattugiato e inventò la "Pasta alla puttanesca", una delle paste più gradite dai turisti in visita in Italia.

Sì, tra le diverse scuole di pensiero, questa è una delle ipotesi più credibili. Ma essendo, ribadisco, una tra le tante paste italiane famose non codificate, Cucinare per Passione la evolve in "Buttanesca siciliana", perché da noi, in Sicilia, l'oste avrebbe esclamato: "buttana ra miseria".

Quindi aggiungiamo gusto con zeste, succo di limone, polveri magiche di bottarga di tonno e pan grattato tostato e speziato e croccante di granella di mandorla tostata. Ed ecco che la puttanesca italiana non codificata diventa "Tagliolini alla Buttanesca siciliana alla moda di Cucinare per Passione”. Perché di tutti gli ingredienti necessari alla preparazione, la Sicilia è protagonista indiscussa, con i suoi prodotti storici e popolari.

L’acciuga di Sciacca, il tonno e la bottarga di Favignana, l'aglio di Nubia, il pomodoro secco Siccagno, le olive in salamoia “e ciuruse", i capperi di Pantelleria, l'olio EVO "Val di Mazara", il peperoncino rosso fresco e secco, le mandorle dei monti Sicani, il pane siciliano, i formaggi freschi e stagionati degli altopiani ragusani o delle colline Sicane e Madonite, gli agrumi della Conca d'Oro e della Piana di Catania.

C'è solo l'imbarazzo della scelta. Ma nessun imbarazzo ad utilizzarli tutti, o una parte di essi.

Ricetta della Pasta alla Buttanesca siciliana

La ricetta completa e l'impiattamento in versione assaggio e in versione "panza" 1.

Ingredienti per due porzioni:

  • 200 gr di pasta a piacere (corta o lunga). lo ho utilizzato dei tagliolini semifreschi
  • aglio
  • peperoncino rosso fresco
  • filetti di acciughe
  • capperi salati
  • pomodoro secco
  • olive bianche e nere private dei noccioli (mi raccomando, non le orrende denocciolate da supermercato che sanno di soda)
  • prezzemolo
  • olio d'oliva evo
  • origano
  • tonno in scatola
  • pepe nero appena macinato
  • caciocavallo e pecorino grattugiati freschi
  • succo e zesta di 1 limone (io ho usato una lumia)
  • pangrattato aromatizzato
  • granella di nocciole tostate.
  • vino bianco per sfumare a piacere.

 

Niente sale aggiunto: ce n'è già abbastanza negli ingredienti.

Per iniziare, preparare un battuto grossolano di capperi, acciughe, peperoncino, aglio, olive e pomodoro secco e metterlo in una padella con 3 cucchiai di olio evo. Lasciare soffriggere per un paio di minuti a fuoco vivo.

Sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco a piacere (io non l'ho usato). Poi ammorbidire l'intingolo che tende ad asciugarsi con un mestolo di acqua di cottura della pasta e aggiungere il tonno in scatola, un pizzico di origano secco, un ciuffo di prezzemolo sminuzzato, una grattata di pepe nero appena macinato. Lasciare cuocere fino a quando avrà assorbito il mestolo di acqua.

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Pan di Fegato toscano nella versione 374 dell’Artusi

Imparai a cucinare questa pietanza circa dieci anni fa da una signora sui 75 anni, una donna forte e di poche parole ma con un cuore tenerissimo.

Ho conosciuto la Rita appena arrivata in Italia dalla Spagna e, vogliosa di conoscere la cucina toscana, iniziai a fare volontariato al piccolo circolo del mio paese di Cavriglia, vicino ad Arezzo. A quel tempo tutti facevamo volontariato per sostenere la squadra di calcio del paese.

Una sera Rita mi disse:

- Ti vedo molto decisa a imparare e ti insegnerò tutto. Tu devi ascoltarmi e fare “papale papale” come ti dico io. Domani ti darò una cosa.

Quella notte non ho dormito. La grande responsabilità e l’onore di essere la pupilla di Rita mi schiacciavano. Poi aveva detto che aveva qualcosa di molto importante da darmi.

L’indomani arrivò al circolo con un pacchettino coperto da una velina stampata con fiori di nasturzio giallo... adoro il nasturzio!

Quasi come in un rituale mi diede il pacchettino e mi disse: “dal ‘cuoco con i baffi’ ho imparato molto, ora tocca a te”.

Non vedevo l’ora di finire il servizio per incontrare ‘il cuoco con i baffi’. Aveva ragione, per me è stato un momento rivelatorio. Mi ha fatto dimenticare la cucina molecolare moderna con la quale avevo fatto un po’ di strada in Spagna. Mi sono spogliata di fronzoli e sono partita per questo viaggio della scoperta della cucina Toscana.

Perché ho scelto questa ricetta?

Non è stata una scelta facile. La mia passione è fare la pasta, passione che ho avuto la fortuna di trasformare nel mio lavoro. Ma ugualmente mi piace mettere in luce ingredienti poveri e dare loro nuova vita. Credo fortemente che le cose semplici si legano più forte al cuore. In tutti gli aspetti della vita. Grazie Artusi!

La ricetta che ho riportato è esattamente quella dal libro dell’Artusi, la ricetta numero 374.

 

Ricetta ed ingredienti del Pan Di Fegato

  • Fegato di vitella 0,5 kg
  • 4 fegatini di pollo
  • Mollica di Pane toscano un pugno,
  • Burro 70 gr
  • Parmigiano grattugiato due cucchiai
  • Marsala un bicchierino
  • Uova, uno intero e due tuorli
  • Alloro tre foglie
  • Sale e pepe.

Pulite a dovere il fegato e rosolatelo nel burro con una foglia d’alloro per pochi minuti. Sfumate con la Marsala per 4-5 minuti, poi mettetelo da parte.

Nel sugo rimasto nella padella rosolate la mollica di pane e lasciate raffreddare.

Se non avete un mortaio abbastanza capiente, usate un comune frullatore nel quale mettete il fegato, la mollica di pane, il parmigiano, le uova, il sale e il pepe. Sminuzzate tutto bene e mettete in uno stampo rettangolare a bagnomaria per mezz’ora a fuoco medio.

Quando sarà “diaccio”, si può impiattare a proprio gusto.

Come contorno ho scelto di usare dei cipollotti di Certaldo che una cara amica mi fornisce ogni estate, perché́ sono dolci e teneri. Ho usato un buon aceto balsamico per dare un po’ di carattere alla cipolla, sale e due foglie di alloro. Tutto tirato in un buon olio di oliva finché diventa quasi una marmellata.

Per completare, ho fatto delle schiacciatine croccanti con:

  • farina 250 gr
  • acqua tiepida 120 ml
  • lievito di birra 3 gr
  • olio di oliva 3 cucchiai
  • un cucchiaino di miele o malto
  • Sale

Si fa un impasto normale come per pane e si stende con il matterello in una sfoglia sottile. Poi tagliate a piacere e infornate a 180 gradi per una quindicina di minuti.

Buon appetito e ricordatevi che “Il miglior maestro è la pratica sotto una guida capace”.

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Erbazzone di Reggio Emilia tra tradizione e innovazione

Nei quasi trent'anni passati a Reggio Emilia, ho imparato ad apprezzare la tradizione culinaria di questa città e sono rimasta piacevolmente sorpresa da come l'amore per una semplice ‘torta salata’ coinvolga cosi tante persone.

Ogni reggiano si riconosce subito attraverso una fetta di Erbazzone che gusta in qualsiasi momento della giornata: dai bambini a ricreazione fino agli anziani al bar, dalla prima colazione fino al tardo aperitivo. In un banchetto festoso di un matrimonio, di una festa di laurea o di un compleanno, è richiesta in egual misura alla ben più nota pizza.

L'Erbazzone è una torta tipica della provincia di Reggio Emilia dal sapore antico di ingredienti semplici. È così connesso alla quotidianità della città che è considerata parte della cultura gastronomica italiana.

Questo piatto nasce vicino l'Appennino Emiliano dalla lavorazione di erbe selvatiche e prodotti locali come Parmigiano Reggiano, lardo e strutto.

La versione classica della ricetta prevede un ripieno a base di spinaci o bietole e cipollotti, mentre la sfoglia avvolge completamente il ripieno e viene poi ricoperta di lardelli, che sciogliendosi lentamente nel forno danno all'Erbazzone il suo tipico sapore.

 

Ingredienti della ricetta tradizionale dell’Erbazzone

Ripieno:

  • bietole 500 gr
  • spinaci 500 gr
  • parmigiano 120 gr
  • pesto di lardo 150 gr
  • olio EVO 50 gr
  • cipolla 150 gr
  • 1 spicchio di aglio
  • prezzemolo 20 gr
  • pan grattugiato 50 gr
  • sale 10 gr

Sfoglia:

  • farina tipo 00 300 gr
  • strutto 50 gr
  • sale 10 gr
  • acqua circa 100 ml

La sfoglia preparata si deve presentare omogenea e va fatta riposare affinché i liquidi idratino gli amidi e sviluppino il glutine rendendola elastica.

Deve essere stesa con il mattarello facendo un primo strato sottile per la base.

Il ripieno (o pesto) viene preparato con una base di soffritto al quale vengono aggiunte le erbette precedentemente lessate, ben strizzate e tritate grossolanamente. Una volta raffreddato vengono aggiunti gli altri ingredienti e amalgamati bene insieme. Il ripieno deve risultare color verde intenso, abbastanza asciutto, sgranato ma compatto.

Il pesto si adagia sulla base dell’Erbazzone. Sopra al pesto deve essere poi adagiata un'altra sfoglia sottile, avvolta nel mattarello e lievemente increspata con le dita per creare le pieghe tipiche del vero Erbazzone.

A questo punto si bucherella con la forchetta la pasta di copertura e l'Erbazzone viene infornato ad una temperatura di 200 gradi per circa 45 minuti. Appena sfornato, la sfoglia deve risultare croccante e ricordare un sapore intenso di lardo.

Questa la tradizione, ma sull’Erbazzone ho presentato una tesi di master alla Culinary Nutrition Academy e ne ho creata una versione più equilibrata adatta a tutte le persone e con studiati valori nutritivi. Ne ho cotti senza glutine, vegani, vegetariani, senza lattosio, tradizionali, nutrizionali, semplici o con la pasta colorata.

Li ho studiati e cucinati tutti, forse sono l’unica cuoca di origini straniere che abbia mai studiato così tanto una ricetta della gastronomia italiana.

Una fetta tradizionale di Erbazzone è di circa 80 gr che corrispondono a 200 kcal, mentre nella mia ricetta ci sono solo 84 kcal.

Infatti un eccessivo quantitativo di grassi saturi e un alto contenuto di sale potrebbe causare problemi di salute. Mangiare bene è sinonimo di equilibrio fisico e psicologico, ci si sente più leggeri, si sta meglio, si rende di più e si tiene bilanciato il peso e la salute.

Ho mantenuto tutti gli ingredienti previsti dalla ricetta tradizionale e dopo sei mesi ho trovato un giusto equilibrio diminuendo le materie grasse e il sale, introducendo tante fibre creando quel triangolo di equilibrio nutrizionale tra protidi, glucidi e lipidi per poter mangiare anche due porzioni senza nessun senso di colpa.

Cucinare è arte, l'arte è amare, amare è aiutare gli altri...

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	 Come avvicinare i bambini alle verdure e la Parmigiana di Melanzane di Agrigento

Può un ortaggio divenire oggetto di desiderio?

Si perché io e la melanzana abbiamo instaurato un rapporto idilliaco che è iniziato nel periodo della mia infanzia e non è ancora terminato.

Dal primo momento è stato un susseguirsi di scoperte succulenti ed esperienziali tali da voler continuamente rinnovare l'approfondimento del gusto nella sua varietà gastronomica.

Il gioco del colore

Quando ero piccola, come tutti i bambini non amavo le verdure: mi facevano puzza e mi lamentavo ogni volta qualche piatto contenesse qualcosa di vegetale.

Poi, un giorno, mia nonna materna mi propose un gioco colorato. Come tutti i bambini fui attirata dalla novità del gioco e soprattutto di mettere le mani su cose che di solito non potevo toccare come alimenti, pentole e padelle.

Così, felice ed eccitata, indossai il mega grembiule della nonna e salii sullo sgabello per mettermi all'opera.

Mi mise davanti una grande ciotola strapiena di pomodoro rossissimo e mi disse di asciugarlo bene perché aveva fatto il bagnetto. Se restava bagnato prendeva freddo e si ammalava.

Allora facendo appello alla crocerossina dentro di me, cominciai ad asciugare accuratamente il piccolo pomodoro bagnato. Lei intanto sbucciava, affettava e friggeva le melanzane, ma io ero troppo presa dal mio compito per accorgermi di ciò.

 

Appena finii, la nonna mi disse che il pomodoro che avevo asciugato adesso lo dovevo schiacciare.

“Come schiacciare??? Ma si sporcherà tutto, tu lo hai lavato e io l'ho appena asciugato!”

Protestai, e mia nonna mi spiegò allora che i pomodori avevano il pancino pieno di "ariddri" (semi) e stavano male se non li facevamo uscire.

E poi non dovevo dirlo a nessuno, perché era una cosa così divertente che le mie zie sarebbero state gelose del fatto che io avevo preso il loro posto in questa operazione delicatissima.

Annuii guardandomi le spalle in cerca delle mie zie, che mi volevano tanto bene ma che questa cosa qua se l'erano tenuta per loro.

Insomma mi divertii come poche altre volte in vita mia.

Mi sporcai non solo il grembiule ma anche i capelli, la faccia e le scarpe.

“Che avrebbe detto la mia mamma????”

Così imparai a fare la salsa di pomodoro e poiché dovevo controllare una volta se era giusta di sale, un'altra se era cotta, scoprii che la salsa di pomodoro con basilico fresco, quello appena raccolto dalla piantina, mi piaceva tantissimo.

Era dolce e armoniosa al palato, e nello stesso tempo delicata. Volli sapere tutto, cioè come potevo mangiarlo oltre che come condimento degli spaghetti.

Mia nonna fece un gesto che è intraducibile, ma che sostanzialmente significa "unnegghè" cioè ovunque e con tutto.

Mi mise davanti un piatto di una pietanza che mi sembrò pasta, ma lei ne prese un po’ con la forchetta e mi disse: “Chiudi gli occhi e gusta bene, vediamo se scopri l'ingrediente misterioso!”

E amore fu.

Non ringrazierò mai abbastanza gli arabi, quando mi capiterà di vederli, è merito loro che nel lontano XV secolo portarono in Europa le melanzane dall'India.

Quel boccone che mia nonna con il gioco e la sorpresa mi fece assaggiare, mi piacque così tanto che diventò il mio piatto preferito.

Quel sapore dolce del sugo fresco, combinato con quello deciso ed amarognolo delle melanzane fritte, intercalate con una generosa spolverata di parmigiano, e il profumo inebriante del basilico appena raccolto, mi conquistò per sempre.

Parmigiana di melanzane, piuttosto che melanzane alla parmigiana

Parmigiana, non viene, come sembrerebbe da Parma e dal parmigiano, ma dalla parola siciliana "palmigiana" cioè persiana, la finestra per intenderci. Quelle imposte in legno fatte di tante listarelle che si sovrappongono e che sembrano tante fette di melanzane una sull’altra.

Ne esistono diverse versioni, ma io la preferisco al crudo, cioè assemblata appena pronte le melanzane fritte e "accutturato" (ristretto) il sugo. Puoi farla a forno con mozzarella, prosciutto, uovo, funghi...e chi ne ha più ne metta.

Ognuno scateni la propria fantasia culinaria e si lasci ispirare dalla sua  creatività! Ma prima assaggiatela come me ne sono innamorata io, nella sua sublime semplicità e con l'amore che mi ha trasmesso mia nonna.

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Cassoeula, la regina della cucina tradizionale Milanese

Quando mi sono trasferito a Milano, una delle cose che mi ha veramente impressionato è che qui, a differenza di Palermo, puoi mangiare di tutto.

Nel senso che ci sono persone provenienti davvero da tutto il mondo, e locali in cui puoi gustare i piatti di tutte le città italiane e di tutti i paesi del mondo.

Girando per la città era addirittura più facile riuscire a trovare un buon panino con la milza, o una ottima pizza fritta, piuttosto che una buona cotoletta o, nome per me impronunciabile, la cassoeula.

Forse perché, come dicono alcuni scherzando: "i milanesi non esistono, sono una invenzione dei meridionali per cercare di tenere lontana la gente della provincia".

Così, almeno per i primi mesi, niente cucina tradizionale milanese fino a quando non abbiamo conosciuto lei, Ilaria.

Ilaria ha la nostra età ed all'apparenza è uguale a tutte le giovani donne sulla trentina, ma nasconde un segreto. Ilaria è milanese da generazioni e oltre ha sfatare il mito di cui sopra, ha nonna Elvira che cucina rigorosamente milanese, e lo cucina benissimo.

Così una domenica in cui ero di turno, mi arriva una chiamata della moglie che annuncia:

- Stasera cassoeula!

- Ma come ‘casso’ si chiama? Non la sappiamo fare, e poi so che va fatta il giorno prima!

- No, fidati, stasera cassoeula!

Tornai a casa incuriosito e intimorito, ed effettivamente trovai la tanto sognata prelibatezza in un porta pranzo con tanto di polenta gialla per accompagnamento.

- Sai mi ha chiamato Ilaria dicendomi che sua nonna aveva preparato la cassoeula e che se volevo assaggiarla potevo andarla a prendere. E mi hanno fatto la schiscetta (la gavetta, ma questa è un’altra storia!) anche per te".

Che dire? Una esperienza indimenticabile!

Certamente perché è un piatto buono, anzi buonissimo, ma soprattutto perché era pieno zeppo del condimento dell'accoglienza che tanto fa bene a una coppietta di sprovveduti appena arrivati.

Inutile dire che dopo qualche tempo anche io ho tentato di preparare la mia versione della cassoeula, certo con risultati assai inferiori rispetto a nonna Elvira ma abbastanza accettabili.

Soprattutto perché ogni volta che la preparo penso ad Ilaria che ci chiama per farci assaggiare la cassoeula di sua nonna, e mi sale un sentimento di gratitudine e mi sovviene in mente quel proverbio che dice "Milan col coeur in man", questo si, assolutamente vero!

Ricetta della cassoeula alla milanese

Ingredienti:

  • Vari tagli di carne di Maiale (costine, cotenna, piedini, musetto)
  • Verzellini (salsiccette di maiale tipiche del milanese)
  • Trito di carota, sedano e cipolla
  • Alloro
  • Olio EVO
  • Verza
  • Brodo vegetale
  • Sale e Pepe
  • Vino Rosso (Barbera o Bonarda possibilmente).

 

Si inizia col pulire per bene la verza e strappare le foglie a pezzi, pulire le cotenne e il piedino di maiale per bene, raschiando e bruciando eventuali setole presenti.

Quindi in un pentolone far bollire per alcuni minuti la carne di maiale per sgrassarla leggermente.

A questo punto occorre una casseruola molto capiente, dove in abbondante olio evo far rosolare, il trito di carota, sedano e cipolla. Poi aggiungere tutta la carne precedentemente scolata, i verzellini e alcune foglie di alloro, far dorare la carne e quindi sfumare con abbondante vino rosso.

Quando il vino è evaporato aggiungere la verza, mescolare il tutto, coprire con il brodo vegetale e lasciare andare a fuoco lento fino a quando il brodo non si ritira.

Ricordarsi che la cassoeula deve risultare densa e non brodosa.

Quando è pronta lasciar riposare in luogo fresco e asciutto fino al giorno dopo. Quindi riscaldare e servire accompagnata con polenta gialla.

Buon appetito e, se venite a Milano, assaggiate la cassoeula che è calda e saporita come il cuore dei Milanesi.

Da accompagnare con un Oltrepo’ Pavese: Barbera o Bonarda. O Buttafuoco.

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Il Premio Town Ambassador di Sante Marie ad Alessandra Rosati

Il Premio Town Ambassador alla australiana Alessandra Rosati per il piccolo borgo di Sante Marie, vicino L’Aquila in Abruzzo.

Alessandra è una vera abruzzese ed è nata a Scanzano, una frazione del suggestivo comune di Sante Marie in Abbruzzo.

“Se non conosci Scanzano, non conosci la geografia”

Questo è il motto di Alessandra. E questo riassume perfettamente il senso del premio perché Alessandra racconta a tutti gli australiani del suo paesino in Abruzzo.

Ogni anno viene a Sante Marie dalla sua famiglia per respirare i profumi e i ricordi della sua casa del cuore. In genere durante i mesi da dicembre a febbraio, quando in Australia ci sono le vacanze estive, i suoi figli Matilde e Samuele frequentano la scuola di Sante Marie per studiare l’italiano e stare con i loro coetanei.

Avere amici in Italia e poi mantenere i rapporti anche a distanza grazie ai social media è il segreto per gettare ponti fra i nostri due paesi:

“È fondamentale per me che i miei bambini abbiano legami con le radici e che ne conoscano la cultura e le tradizioni”.

Non solo Alessandra è una Abruzzese DOC, ma anche suo marito ha radici italiane, anzi sono abruzzesi anche le sue. I genitori del marito sono emigrati in Australia in periodi diversi della loro vita e si sono innamorati e sposati lì, dove hanno creato la loro famiglia.

Da poco tempo, proprio perché le radici sono dentro ognuno di noi, i suoceri di Alessandra sono tornati in Italia dalla loro famiglia a cui sono profondamente legati.

“Per gli italiani, la famiglia è tutto e il legame con le origini è forte, i miei suoceri avevano bisogno di tornare alle loro origini e ne abbiamo anche noi”.

Alessandra si è trasferita a Brisbane, nel nord dell’Australia sulla Gold Coast, con il marito e due figli per lavoro e questo è l’unico motivo che la tengono ancora lì, perché la nostalgia della sua Italia è sempre viva in lei.

Per mantenere acceso il ricordo piacevole dei profumi e dei sapori Italiani si ingegna in cucina:

“Amo la cucina italiana, quella vero: la polenta con il sugo di spuntature, la pasta all’uovo con cui preparo gustosi primi piatti conditi all’italiana e le minestre con fagioli e ceci. Tutto rigorosamente come mi ha insegnato la mia mamma.”

Alessandra e suo marito in Australia hanno frequentato corsi di inglese per entrare nello spirito del paese e poi hanno trovato lavoro. Alessandra lavora in un ipermercato e il marito nella Città di Brisbane dove si occupa della costruzione e della manutenzione delle infrastrutture urbane.

Nel tempo libero, Alessandra aiuta una fotografa iraniana che fa shooting per bambini (con abiti preziosi) e ai matrimoni.

“Per il mio comune farei di tutto, vorrei che tutti lo visitassero perché ne vale la pena. Grazie alla vostra iniziativa di Town Ambassador mi spingete ancora di più a far conoscere la mia terra e forse di visitare Scanzano, Sante Marie e tutto l’Abbruzzo che è bellissimo!”.

Spero che il mio amore e la doppia cultura che sto facendo vivere ai miei figli possano contribuire a mantenere vivi i ponti fra Italia e Australia e le relazioni fra questi bellissimi popoli.

L’Australia ci ha accolto e valorizza le nostre competenze, l’Italia è il centro culturale del mondo e il mio personale punto di approdo.

Per questo suo impegno di mamma che cresce i bambini creando continui ponti fra Italia e Australia, il sindaco Lorenzo Berardinetti e tutta la giunta di Sante Marie hanno aderito al premio Town Ambassador ad Alessandra Rosati.

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