L’inverno e la Polenta di Frattaglie Torre Cajetani

In inverno cambia l’alimentazione di tutti e il freddo ci porta a scegliere piatti caldi. Noi di Torre Cajetani abbiamo le nostre tradizioni e non possiamo, ovviamente, non ricordare la polenta.

Arrivò nella nostra regione grazie a Guglielmo Caetani, uno dei discendenti di papa Bonifacio VIII al quale fa riferimento il nome del nostro paese. Guglielmo tornò precisamente nel 1503 a Sermoneta, nella nostra regione, dall’esilio al nord portando con sé il seme del granturco da Mantova. 

Durante il suo soggiorno nel ducato vide che i signori del luogo utilizzavano la farina gialla ricavata dal mais per sfamare i braccianti che lavoravano per loro (con l’aggiunta dell’acqua abbiamo la polenta) e molto velocemente si diffuse nella zona dell’odierno agro pontino e Ciociaria.

Oggi è sicuramente uno dei piatti principe delle tavole dei nostri paesi durante il periodo invernale da mangiare sicuramente in compagnia. Una tavola con la polenta è una tavola con l’allegria (https://storicamentetorre.wordpress.com/2021/01/26/dagli-zocchi-alla-polenta-i-primi-torrigiani/).

 

Ricetta della Polenta con Frattaglie o con Spuntature 

Ingredienti per la Polenta:

  • 1 kg di farina di granturco (meglio quella a grana grossa),
  • acqua 3 lt
  • sale grosso q.b.

Ingredienti per la Salsa:

  • frattaglie (fegato, polmone, ecc.) o spuntature di maiale 500 gr
  • vino bianco 1/2 bicchiere
  • spicchi d’aglio 2-3
  • passata di pomodoro 700 gr
  • sedano
  • 4 cucchiai di olio di oliva
  • sale, pepe
  • peperoncino

Mettere l’acqua ed il sale grosso in un paiolo di rame e fare arrivare l’acqua ad ebollizione. A questo punto versare a pioggia la farina, molto lentamente per non creare dei grumi. Con un mestolo di legno mescolare in senso orario e, se la polenta si addensa troppo aggiungere acqua calda.

Cuocere per circa un’ora e vi accorgerete che la polenta sarà cotta quando si staccherà facilmente dalle pareti del pentolone.

Per fare la salsa, fare imbiondire nell’olio l’aglio e aggiungere le frattaglie tagliate a pezzetti e il sedano. Dopo qualche minuto unire il vino e fare evaporare. Condire con sale, pepe e peperoncino secondo il proprio gusto, aggiungere un bicchiere d’acqua, e cuocere a fuoco lento fintanto che l’acqua non sia evaporata, unire quindi la passata di pomodoro e cuocere ancora per mezz’ora.

Quando è tutto pronto si deve stendere la polenta su un piatto, possibilmente di legno, e versare sopra la salsa. Aggiungere pecorino o parmigiano secondo i gusti. Noi a Torre Cajetani avevamo il pecorino nella tradizione, il parmigiano è arrivato relativamente pochi anni fa in tutta Italia.

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Tempo di Cubbata a Cattolica Eraclea durante il Natale

Cosa c’è di più dolce quando all’approssimarsi delle feste natalizie a Cattolica Eraclea ci si sentiva avvolti da un’aria che profumava di Cubbata?

Ma non era l’unico dolce. Infatti in tutte le case c’era l’usanza di fare i biscotti per le feste e molte cucine erano in movimento dalla mattina alla sera. Si aprivano i vecchi ricettari per rispettare le tradizioni e per fare i famosi buccellati di pasta frolla ripieni di fichi secchi macinati o di marmellata di zucchine o di mandorle tritate.

Nessuno poteva permettersi di sbagliare le dosi degli ingredienti. Sarebbe stato un disastro!

Era quasi un rito. Si riunivano famiglie legate da parentele e sfornavano biscotti di tutti i tipi. Per loro, per gli amici e da offrire a chi si recava nelle loro case, per porgere gli auguri.

Il Natale era sempre speciale. La notte del ventiquattro dicembre, alla messa di mezzanotte si svolgeva la pastorale, preparata con gran cura per regalare emozioni speciali.

Piano piano, accompagnati dal suono delle cornamuse uomini vestiti da pastori con agnellini sulle spalle entravano nella chiesa in fila. Erano seguiti da cacciatori con i fucili in spalla, dove era appesa della selvaggina, donne in costume siciliano con cesti di arance profumate, con formaggi e ricotta fumante, con pani caserecci e con piccoli capi di lana lavorati a maglia.

Al canto del ‘Gloria a Dio’ veniva giù il tendone che copriva il grande presepe dell’altare maggiore e una folla di bimbi vestiti da angioletto, con ali di fil di ferro rivestite da veli, circondavano il Bambinello cantando.

Il piccolo paese si riempiva di vita durante le feste natalizie, le strade erano piene di giovani che rientravano a casa per le vacanze. Chi viveva fuori per lavoro tornava a festeggiare con i familiari, e magari arrivavano anche degli ospiti per stare insieme agli amici più cari.

Il giorno di Natale e di altre feste solenni, era consuetudine sfoggiare per la prima volta abiti e scarpe nuove, per chi poteva permetterselo, per attirare gli sguardi di qualche giovane.

In quel periodo, infatti, nascevano spesso delle nuove coppiette durante il passeggio in piazza. Il passeggio consisteva nel percorrere in lunghezza la piazza, tornando indietro e ripercorrerla nuovamente per tante volte, fino a quando non ci si stancava, cosa prevedibile, vista la scomodità delle scarpe nuove e dei primi tacchi delle giovani.

Sulle tavole di Cattolica non manca mai il buon croccante di mandorle detto cubbata. Sono mandorle tostate e passate nello zucchero caramellato per legarle insieme alla frutta secca e profumati con scorze di agrumi.

Noi dovevamo sbucciare le noci facendo attenzione di conservarne i gusci che sarebbero serviti ad alimentare la brace degli scaldini sparsi per le stanze.

A tutti gli ospiti si offrivano generalmente croccante, arance e biscotti con la marmellata di fichi, accompagnati da spremute e da rosolio.

Nelle case tra l’odore delle mandorle tostate, quello dello zucchero caramellato per legare il croccante e quello delle bucce di agrumi bruciate, si avvertiva un vero e proprio profumo di casa, di famiglia. Si stava veramente bene!

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Il mio Sfincione di Pioppo, fra i monti vicino Palermo

La Sicilia è una terra di sole e di mare, non lo nego, ma anche di montagne. Si, di montagne talvolta trascurate anche dagli stessi isolani, ma che nascondono la vera essenza della Sicilia, per lo meno della mia.

Il mio paesello è Pioppo, una frazione di Monreale che custodisce la chiesa più bella del mondo. Sta in una vallata tra due catene di monti che va ad aprirsi sul mare formando la Conca d'Oro.

Da Pioppo si vede il mare e, nelle giornate nitide, anche le isole Eolie. In inverno c'è la neve e fino alla prima metà del secolo scorso sul monte Pizzuta c'erano le neviere dove si conservava il ghiaccio per tutta l'estate che poi veniva usato per i gelati nella vicinissima Palermo.

Sono vissuto nel paesello fino ai 26 anni, poi mi sono trasferito a Milano per lavoro.

Il paese l'ho odiato e amato con tutte le mie forze.

Certe volte lo penso con nostalgia, altre con tanta rabbia per tutte le sue contraddizioni che, come dice una antica incisione sul palazzo Pretorio di Palermo, Il Genio divora i suoi e nutre gli estranei.

Ma il paesello rimane sempre dentro di me. E quella terra sa offrire molte prelibatezze culinarie. Potrei riempire pagine intere con le nostre specialità: carduna bruricati, u semifreddo ru zzu Teteddu, cacocciuli a viddanedda, mulanciane ammuttunate, pasta o furno, spitini ra signorina Maria...ma qui mi si impone di sceglierne una soltanto.

Combattuto tra la pasta al forno di mia zia (non si offenda mamma, ma come la fa la zia non la fa nessuno) e lo sfincione che invece in famiglia sanno fare tutte in modo squisito.

Ho scelto quest'ultimo, per un motivo semplicissimo: so farlo anche io e lo faccio spessissimo nella mia adottiva, ma pur sempre mia, Milano.

Cosa è lo sfincione?

Una pizza, anzi a metà tra una pizza e una focaccia. Preciso subito che lo sfincione non è una esclusiva pioppese ed esiste in tutta la provincia di Palermo e oltre (esiste anche a Catania dove non è una pizza ma un dolce).

Ma sono tutte versioni diverse: lo sfincione "principale" è di Palermo, città che io lo adoro, ed è più alto e spugnoso e molto più unto.

Qui vi parlerò di quello pioppese, e non di uno pioppese in generale ma della versione fatta dalla mia famiglia. Perché si sa, le ricette locali non sono mai precise e ogni brava mamma ha una sua versione che piace ai suoi e che diventa un piatto del cuore.

Inizio col dire che lo sfincione mi sa di compagnia e di festa, anzi di vigilia. Infatti spesso si mangia il sabato sera ed è sicuramente è presente in tutte le tavole il 7 dicembre, vigilia della festa di Maria Immacolata (la festa più sentita a Pioppo), e alla cena del 24 dicembre della vigilia del Natale.

In queste occasioni è accompagnato dalle tipiche verdure pastellate e fritte. Primi fra tutti i cardi bruricati (seppelliti), cioè sotterrati e fatti crescere per vari giorni sotto terra per dare una particolare dolcezza e tenerezza.

È un piatto "sbrigativo", infatti anche i panifici lo fanno e puoi andare a prenderne una teglia se arrivano ospiti all'improvviso, e va mangiato rigorosamente con le mani.

Ricetta dello Sfincione

Ma andiamo al sodo, pronti per sporcarsi le mani. Le dosi sono quelle che uso per 3 persone molto affamate:

  • 500 g di semola rimacinata di grano duro, meglio se italiano, meglio ancora se siciliano
  • 450/500 ml di acqua, meglio se di Pioppo ma fa lo stesso
  • 2 g di lievito di birra secco in polvere (questa è una mia innovazione, mamma e zie infatti ne usano 7 g, tutta la bustina, o 25 g di quello fresco, e lo lasciano lievitare 2/3 ore, io preferisco 2g e lo tengo per 24 ore a lievitare)
  • Sale qb
  • un pizzichino di zucchero
  • Olio EVO in abbondanza
  • Passata rustica di pomodoro, o pomodori pelati
  • Tanta tanta tanta cipolla (va a gusto, a mia mamma per esempio non piace e ne fa una teglietta per lei senza, ma io lo definisco un affronto)
  • Origano qb
  • Pangrattato, meglio se rustico
  • Caciocavallo pioppese fresco, che è molto simile al ragusano
  • Acciughe sottolio.

Qualcuno aggiunge anche delle olive, a mio avviso non guastano.

Impastare acqua, farina, lievito e un pizzico di zucchero, fino ad ottenere un impasto poco meno liquido di una pastella cercando di non far fare grumi. Il trucco è di impastare con le mani aggiungendo l'acqua poco a poco, facendola assorbire dalla farina di volta in volta.

Nella fase finale dovete impastare sbattendo la pasta come fossero uova usando la mano per frusta.

Dopo aver "sbattuto" la pasta per almeno 10 minuti, aggiungete il sale e continuate a sbattere per altri 5/10 minuti per mescolarlo bene. Mi raccomando: assaggiate sempre l'impasto.

A questo punto lasciatelo lievitare per un ora e mezza a temperatura ambiente coperto con un telo e poi date una seconda rimestata. Coprite nuovamente e mettete a lievitare per 18/20 ore a temperatura non troppo alta: in inverno io lo lascio fuori con i riscaldamenti al minimo, in estate lo metto nel ripiano più alto del frigo.

Dopo circa 16 ore se lo avete messo in frigo lo tirate fuori per farlo ambientare. Trascorse le 18/20 ore di cui sopra, bisogna versarlo nella teglia, ma prima occorre mettere nella teglia una bella quantità di olio.

Attenzione: non deve essere unta, lo sfincione deve proprio navigare nell'olio. Versate la pasta, stendetela con le punte delle dita unte, coprite con un telo e lasciate riposare per altre 2 ore circa.

Adesso potete andare al condimento. Soffriggete con olio EVO la cipolla, tanta, tantissima cipolla, tagliata come volete (solitamente a spicchi), quindi aggiungete il pomodoro e lasciate cuocere.

Passate le due ore, ungete la pasta della teglia (sempre che non si sia già unta con l'olio della teglia durante lo stendimento) e mettete il caciocavallo tagliato a cubetti. Lo dovete premere sulla pasta in modo tale che si "incastoni", poi mettete le acciughe con la stessa tecnica, quindi cospargete tutta la superficie di pangrattato (qualcuno mette anche una spolverata di caciocavallo stagionato grattugiato).

Sul pangrattato mettete abbondante pomodoro e cipolle che nel frattempo avete preparato e sopra una bella spolverata di origano.

Nel frattempo, preriscaldate il forno al massimo della temperatura e, quando è caldo, infornate nel ripiano di mezzo e abbassate immediatamente la temperatura a 200°. Potete usare forno ventilato o statico, come preferite.

Quando inizia a colorarsi di sopra è quasi pronto, ma consiglio sempre di controllare il sotto aiutandosi con una spatoletta. Il tempo dipende dal forno ma non meno di mezzora.

Buon appetito e se vi va, visitate Pioppo!

 

 

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Il deputato John Avoli premiato come Town Ambassador per Trivigliano

Un piccolissimo ma grazioso borgo della Ciociaria come Trivigliano e la Camera dei Deputati della Virginia hanno qualcuno in comune: John Avoli.

Come è possibile?

Magia della professionalità, generosità e caparbietà delle persone della Ciociaria e della bellezza degli Stati Uniti dove per molti si è avverato il loro sogno americano.

Ma ripercorriamo la storia della famiglia Avoli per arrivare al punto di oggi.

Era il 1954 e il padre di John lasciò da solo il borgo di Trivigliano per andare negli Stati Uniti dove mise su una piccola impresa di calzature. Un duro lavoro e una vita di risparmi per riunire la sua famiglia e solo nel 1959 lo raggiunsero sua moglie e i suoi figli.

John Avoli era nato a Trivigliano grazie ad una sia zia che era ostetrica e ci restò fino a 9 anni quando si imbarcò con la mamma per raggiungere il padre. Era gennaio, in inverno, appena dopo Natale e faceva molto freddo.

Curiosamente la nave si chiamava Cristoforo Colombo e il viaggio fu talmente burrascoso da ricordare proprio le peripezie di Colombo partito alla scoperta delle Indie.

Il bel tempo e la fine del mal di mare li trovò solo al suo arrivo al porto di New York, a quel tempo Ellis Island era già chiusa e John raggiunse subito il padre a Pittsburgh in Pennsylvania. Poi si spostano a circa 8 ore di distanza in una miniera di carbone a Weirton in Virginia.

L’industria del carbone era talmente grande che aveva attratto persone da ogni parte del mondo. C’erano talmente tante persone, lingue e culture che sembrava proprio di sperimentare quello che molti anni dopo McLuhan definì come il ‘melting pot’, crogiolo di razze (prendendo a prestito il nome da un romanzo di Israel Zangwill del 1908).

John era incantato da questo mondo così diverso da quello del piccolo borgo ciociaro, ma dovette imparare subito ad inserirsi in un simile contesto. Era gennaio, la scuola era già cominciata e lui non sapeva una parola di inglese.

Ogni giorno una lotta diversa per inserirsi, ma poi tutto cambiò quando gli altri cominciano ad apprezzare le sue doti sportive e lui diventò uno dei pilastri della scuola nella squadra di Football Americano.

Non esisteva una vera comunità del suo paese di Trivigliano, ma gli italiani avevano creato un loro gruppo e con tutti gli altri immigrati si aiutavano a vicenda. Era come ‘vivere avendo tante mamme e tanti papà, tutti controllavano i figli degli altri ed erano pronti ad aiutarli a crescere’.

E grazie allo sport, John vince una borsa di studio per l’università di Richmond e inizia così la seconda parte della sua vita con un buon bagaglio di prospettive e opportunità.

Diventa un insegnante di inglese e un coach sportivo e si sposa con una insegnante. Continua a studiare e crescere nella sua professione.

L’educazione all’interno della comunità e l’adolescenza in una ‘famiglia allargata’ gli avevano lasciato il desiderio di continuare a fare qualcosa per gli altri. Un terreno fertile che spinge un uomo alla vita politica e così John diventa consigliere e poi sindaco di Staunton.

Un sindaco molto amato se i cittadini lo votano per 16 anni!

Contemporaneamente si impegna anche nella cultura e diventa direttore del Frontier Culture Museum della Virginia di Charlottesville . Il suo lavoro al museo lo porta ancora di più a favorire gli scambi interculturali e l’integrazione delle differenze e il museo diventa un punto di riferimento per persone da molti stati americani.

Oggi John Avoli è il rappresentante del XX distretto alla House of Delegates, uno dei due rami dell’Assemblea Generale della Virginia insieme al Senato.

Ma quale è il suo rapporto con Trivigliano e cosa lo unisce ancora a questo piccolo paese posto su un cucuzzolo di un monte dal cui belvedere si domina tutta la Valle Anticolana e il Lago di Canterno?

Sua sorella non si era spostata in America e il loro legame è sempre stato rafforzato da viaggi reciproci. I suoi genitori, poi, negli anni ’80 erano tornati a vivere a Trivigliano dopo la loro pensione.

È così che inizia ogni anno ad organizzare viaggi culturali in Italia e dagli anni ’90 fino alla sua pensione nel 2017 ha portato circa 3.000 americani a Trivigliano.

Infatti ogni viaggio alla scoperta dell’Italia terminava con un soggiorno di circa 4 giorni a Trivigliano dove le persone potevano provare il vero stile di vita italiano, quelle dei piccoli paesi così ricchi di tradizioni.

Potevano sperimentare il calore delle persone che si conoscono e che vivono la giornata come una sola comunità.

Forse proprio questo senso di comunità è quello che ha caratterizzato tutta la vita di John e che lo ha fatto integrare in America. Forse questo senso comune di persone che spendono la loro vita insieme, è quello che accomuna Italia e America fuori dalle grandi città.

Per tutti questi motivi e per aver sempre costruito ponti fra Trivigliano e gli Stati Uniti, John Avoli ha ricevuto il premio Town Ambassador dal sindaco Ennio Quatrana e da Discoverplaces.travel.

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Albano Laziale ricorda l’imperatore Settimio Severo il 4 febbraio

Ogni 4 febbraio ad Albano Laziale celebriamo il grande imperatore Settimio Severo, nato nel 193 e morto in questo giorno del 211 d.C. ad Eburacum (oggi York) in Britannia, a cui dobbiamo la nostra stessa storia.

Pochi saprebbero collegare il nome di questo importante imperatore romano con la città di Albano Laziale,  eppure esistiamo nella nostra attuale forma urbanistica (e forse sociale) proprio grazie a lui.

Infatti nel 202 Settimio Severo stanziò nel territorio dell’Albanum la Legio II Parthica, la sua personale guardia del corpo legionaria.

Un caso unico nella storia romana di una legione stanziata vicino Roma e prospiciente la via Appia. La posizione strategicamente elevata sul cratere del Monte Albano permetteva la vista di tutto l’Agro Romano, dal Tevere ad Anzio ed il controllo di questo accesso alla città di Roma.

Per i suoi legionari l’Imperatore fece costruire un grande accampamento di cui oggi si riconoscono e si vedono ancora resti importanti: come l’imponente Porta Pretoria, gli enormi Cisternoni e tratti di mura e torri.

Ma collegato a questo accampamento fece costruire anche un grandioso Anfiteatro , molto ben tenuto e che pochi conoscono, il più grande del Lazio dopo il Colosseo dove tutt’oggi vengono effettuati spettacoli all’aperto e vengono celebrate delle magnifiche rievocazioni storiche.

Nella vicina Ariccia, la presenza della legione è testimoniata dai resti degli edifici termali sulla via Appia Antica, dalla necropoli all’interno del Parco Chigi, che conserva le caratteristiche cupae, e dalle tombe da riscoprire nell’area dell’Ospedale Spolverini.

Grazie all’accampamento della legione sorse prima un villaggio e quindi un borgo, poi questo divenne un municipio e, durante il medioevo, il rinascimento e il barocco, la città crebbe d’importanza sino ai nostri giorni.

La storia della legione stanziata da Settimio Severo è così importante che Albano Laziale le ha dedicato persino un apposito museo,  ben tenuto e molto interessante. Una recente mostra fotografica sul locale gruppo di rievocazione storica con eventi collaterali, si è tenuta nel più grande Museo Civico di Albano Laziale.

Con la Legio Secunda Parthica Severiana rievochiamo proprio l’epopea di Settimio Severo e siamo molto conosciuti ed apprezzati non solo dal pubblico ma anche dalle Istituzioni, musei e scuole. Facciamo ricerche filologiche nei costumi, prepariamo la didattica con i tavoli espositivi e siamo spettacolari nelle marce, nelle figure e nei combattimenti simulati, sempre con ordini dati rigorosamente in latino.

Il gruppo viene invitato negli eventi più importanti di rievocazione storica romana e partecipa da protagonista agli eventi degni di tutela della Regione Lazio, come le splendide “Atmosfere del mondo romano antico” ad Albano Laziale (giugno) e le “Feriae Latinae” che prevedono la risalita del Monte Cavo lungo la Via Sacra e le celebrazioni in onore di Giove Laziale seguendo la descrizione fattane da Cicerone (maggio).

Il gruppo rappresenta degnamente la storia antica di questo territorio.

Chi volesse mettersi in contatto o desideri farne parte, come legionario, arciere, danzatrice o artigiano antico, può telefonare a Roberto Alessandrini (328 0993 319) o inviare un’e-mail ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

 

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Montevago, un profumo di futuro dal Belice grazie a murales artistici

Sabato 6 gennaio 1968, ultimo giorno di vacanze natalizie.

Anche quell'anno festeggiai con la mia famiglia la Santa Epifania a Montevago. La messa al Santuario della Madonna delle Grazie, la visita ai frati, la sosta per ammirare il magnifico presepe e, per ultimo, un caldo thè a casa di amici. Amavo ed ho sempre amato quella chiesa, luogo ricco d'arte e di misticismo.

Quel giorno, durante la santa funzione, ero molto distratta e ammiravo insistentemente l'interno della chiesa, come a volere fissare nella mente a perenne memoria tutto ciò che i miei occhi vedevano.

Quella fu l'ultima messa, l'ultima visita al Santuario.

Tornai a Montevago il 3 febbraio 1968. Non più profumo di zagara. Non più i verdi e lunghi asparagi. Non più la zà Rusalia (zia Rosalia) con le uova fresche delle sue galline. Non più lu zù Caloiru (zio Calogero) con i buoni salamini e la sasizza (salsiccia) ricavata dalla macellazione dei suoi maiali.

 

Dopo il terremoto non c'era più nulla, solo pietre e fango. Intorno solo il vuoto e, tanto, tanto gelo. A stento, le mie gambe giravano tra pietre e neve, mentre con lo sguardo cercavo gente e case che non c'erano più.

Sono tornata dopo molti anni. Ho rivisto sotto un velo di lacrime, un paese nuovo e sconosciuto.

All'estrema periferia, accanto alle nuove case, vi erano alcune abitazioni molto malmesse: il vecchio centro storico. Piccole casette fatiscenti, che per mezzo secolo hanno sfidato il tempo, le intemperie ed il caldo cocente.

Prima del ‘68, quei muri sono stati i muti guardiani di una comunità felice, ma, in quella gelida notte del 15 gennaio, un boato li trasformò in fantasmi dolenti.

Sono tornata il 24 gennaio del 2021. È sempre una gioia rivedere un posto che ricorda l'infanzia. Pioviggina, non c'è gente per le strade e un silenzio nebbioso mi avvolge. Istintivamente mi dirigo verso il vecchio centro, lì, come sempre, sento il passato. Passo dopo passo raggiungo i luoghi a me cari.

Ad un tratto mi accorgo che la vecchia strada è stata ripulita, ora è sgombra da pietre e calcinacci. I marciapiedi sono pulitissimi. Le aiuole sono riquadrate e piantumate con delle palme. Piazza Belvedere, Corso Umberto I, uno sguardo alla valle e la certezza di essere in un luogo speciale, dove il passato incontra il presente ed insieme vanno verso il futuro.

I ricordi in pochi attimi si allontanano per dare posto alla realtà del momento. Un emozionante passeggiata visiva che ridesta speranza e sogni. Le ombre della sera calano lentamente, ma ad un tratto la luce dei lampioni illumina tutto intorno.

Quei lampioni rimasti spenti per 53 lunghi anni, ora illuminano un percorso d'arte, di storia, di affetti, di tradizioni, di sapori, di profumi e di cultura popolare.

Mi accosto alle casette e mi accolgono volti sorridenti ed espressioni nostalgiche, gesti d'affetto e momenti di vita quotidiana, sono dei bellissimi Murales che narrano di un tranquillo comune del Belice, sconosciuto fino alla tragica notte del 1968.

I montevaghesi con grande forza di volontà hanno ricostruito il loro paese, hanno ripreso in mano la loro vita e mantenuto la propria identità. Lungo i muri esterni altre opere si fanno notare per la forza dirompente dei colori e delle figure. Provo un'immensa gioia nel guardare quel luogo tornato a nuova vita.

Lì, ove la furia della natura ha distrutto, ora le abili mani, la sensibile intelligenza e la capacità di giovani ispirati ha ridato nuova vita. Un museo all'aperto, dedicato al passato, a chi non c'è più, ma, anche alle giovani e future generazioni.

Lascio il museo con un grande senso di serenità, direi di gioia, perché ogni opera che si realizza è un piccolo tassello di cultura e di storia. Sento in cuor mio che la realizzazione di questo museo all'aperto è l'inizio di un più grande progetto del quale non faranno parte solo gli artisti del Belice, ma anche gli artisti del mondo.

Ogni artista che verrà darà nuova linfa e andrà via rigenerato dalla bellezza e serenità dei luoghi, idonei ad ospitare varie forme d'arte contemporanea.

Montevago è il luogo naturale dove realizzare qualsiasi iniziativa culturale. I prodotti del territorio sono di eccellente qualità e si prestano a dare vita a tanti percorsi enogastronomici.

Il turista visitando Montevago godrà delle tante sfaccettature di un luogo dove si incontrano natura, arte, cultura, buon cibo e tanta voglia di fare.

La realizzazione di questi Percorsi Visivi ha degli artefici e mi sembra doveroso ringraziare: Francesco Mauceri, l'associazione culturale “La smania addosso” con l'inesauribile Michele Giambalvo e gli artisti: Ligama, Bruno D'Arcevia, Patrick Ray Pugliese, Pascal Caterine.

Grazie all'operosissimo consiglio comunale guidato dalla tenace sindaco Margherita La Rocca Ruvolo.

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Il Banchetto del Matrimonio ogni estate a Gavignano

Siamo a Gavignano, precisamente su un lungo colle che domina la Valle del Sacco, in un borgo dal sapore medioevale dove le macchine non possono entrare. Tutti i vicoli sono coperti con la tradizionale pietra bianca e le case sono in pietra.

E proprio al centro del paese, sotto l’antico Palazzo Baronale, ogni anno si può partecipare ad uno degli eventi più attesi dalla vallata: il Banchetto del Matrimonio.

Non un matrimonio di re e regine, ma una rievocazione di un tradizionale matrimonio contadino del secolo scorso, anzi della metà dell’Ottocento.

E pure se a Gavignano aveva una villa il grande Giulio Cesare e qui è nato Papa Innocenzo III, quello di San Francesco, i gavignanesi hanno scelto di ricordare la vita contadina legata alla vita dei campi e ai ritmi della natura.

E cosa c’è di più festoso di un matrimonio in estate?

Gavignano risplende sotto il sole del pomeriggio che tinge di rosa la vallata, il centro storico si riempie di persone felici e i profumi delle pietanze inondano l’aria tra i vicoli.

Il centro della festa è ovviamente la piazza davanti al Palazzo Baronale, dove si trova il palco con la musica dal vivo suonata da gruppi popolari e dove sono posizionati i tavoli degli sposi e degli invitati.

E ognuno di voi può essere un invitato venendo a cenare al nostro Banchetto di Matrimonio. E ognuno di voi potrà assaggiare i piatti della tradizione preparati con prodotti tipicamente locali, del nostro amato territorio.

Ma torniamo al matrimonio e al corteo nuziale che passa lungo le vie del paese rievocando le tradizioni del passato secondo un copione che è stato studiato dagli esperti del nostro Museo della Civiltà Contadina che è possibile visitare con le nostre guide.

Le musiche sono affidate ai ragazzi di una delle più prestigiose scuole musicali affiliate ad un Conservatorio. Giovani saltellanti seguono gli sposi e fanno rimbalzare le allegre note fra gli antichi palazzi medievali del centro.

Dopo il corteo, il banchetto!

Ci si siede a tavola e fra le portate si assaggiano i famosi formaggi, sia di pecora che vaccini, e la carne dei pastori di Gavignano, la frittata alle erbette, i fagioli co’ le cotiche, polenta al sugo di maiale, la pecora a jo callaro, il castrato alla brace, erbe di campo strascinate, la panzanella, la zuppa di pane, la trippa, baccalà co’ le patate….

Ovviamente il piatto forte, quello principale, sono i famosi Maccaruni Gavignanesi, ai quali il nostro borgo dedica una giornata di festa con la Sagra dei Maccaruni, proprio il giorno dopo quello del matrimonio.

Sono fatti dai volontari della Pro Loco che usano farine del mulino Iacquino di Vicalvi, sia nella versione 0 che integrale, uova pregiate e l’acqua della nostra amata Fonte Meo. Le tagliamo fini fini ed inutile dire che chi viene una volta non può far a meno di tornare ogni anno.

L’esperienza enogastronomica coinvolge anche il vino e ogni anno facciamo un accordo con una eccellente cantina locale per promuovere i vitigni del territorio come il Cesanese del Piglio, la Passerina o il Bellone.

E tra una portata ed un’altra si può partecipare ai giochi tradizionali del tiro alla fune ….. e soprattutto ballare al ritmo dei saltarelli.

Cosa posso consigliarvi ancora? Venite a conoscere la nostra festa e approfittatene per godervi un romantico tramonto dal terrazzo davanti la nostra Chiesa da cui si domina tutta la vallata.

Vi aspettiamo

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