La Pizza Dolce di Pasqua dalla Sicilia a Boston, USA

Ecco una ricetta che è stata tramandata per 5 generazioni ... questa è la ricetta della Pizza Dolce di famiglia. La mia famiglia è venuta da Sciacca e Palermo in Sicilia molte generazioni fa portando alcune ricette segrete e alcune tradizioni.

Spesso le feste tradizionali sono legate a piatti particolari e la Pasqua è particolarmente ricca di sapori e profumi. A Sciacca la Settimana Santa è molto importante e viene celebrata con gioia e pranzi in famiglia.

A Pasqua preghiamo anche la Madonna del Soccorso di Sciacca per il sacrificio che suo Figlio ha fatto per tutti noi, morendo in croce ha ottenuto il perdono dei peccati per tutti. È così importante ricordare il vero significato del tempo quaresimale e la celebrazione del miracolo pasquale.

La Pizza Dolce è un classico dolce pasquale. Per me non c'è niente di meglio che tagliare quel dolce con ricotta e gocce di cioccolato dopo il brunch della domenica di Pasqua. La Ricotta Siciliana è fatta con il latte di pecora e la primavera è il momento migliore dell'anno per il suo gusto.

Quindi, se anche tu ami i Cannoli Siciliani, questo è il momento giusto per assaggiarli.

Ma la Pasqua è Pizza Dolce e sono così felice di mostrare tutti i miei segreti sul mio canale YouTube Live, Laugh and Cook Italian.

Ricetta della Pizza Dolce

Ingredienti per la crosta (sopra e sotto)

  • farina 2 tazze e mezza
  • zucchero 1/2 tazza
  • burro 12 cucchiai
  • lievito in polvere 1/2 cucchiaino
  • estratto di vaniglia 1/2 cucchiaino
  • 6 tuorli d'uovo

Mescolare tutti gli ingredienti con un frullatore, poi a mano fino a quando non si solidificano. Quando è pronto, conservare in frigorifero per 1 ora.

Stendere in carta oleata e abbondante farina della misura adeguata per la crosta inferiore e superiore. Foderare il fondo di una teglia rotonda da 9 pollici e foderare anche i lati della teglia con un impasto.

Ingredienti per la farcitura

  • ricotta scolata 2 libbre
  • 2 tazze di zucchero
  • 6 albumi d'uovo
  • Farina 1 cucchiaio
  • estratto di mandorle 1 cucchiaino
  • estratto di vaniglia 1 cucchiaino
  • mini gocce di cioccolato 2 tazze

Incorporare tutti gli ingredienti fino a quando non sono ben amalgamati, riempire la teglia con il ripieno e lasciare spazio per la crescita. Applicare la crosta superiore e formare i bordi, tagliare le fessure sulla parte superiore per la crescita.

Infornare a 350 gradi per 40-45 minuti, finché non si ottiene un tester pulito (o uno stuzzicadenti) dal centro della torta.

Lasciar raffreddare sul bancone e conservare in frigorifero fino al momento di servire.

Spero che questo dolce pasquale classico vi piaccia tanto quanto alla mia famiglia.

Buona Pasqua a tutti

 

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Molise dentro e Colletorto nel cuore, una cura per l’anima

Ho 60 anni. Sono di madre molisana. Esattamente di Colletorto. Dove da bambino passavo le mie estati.

Ho antichi ricordi di quelle estati, che più passa il tempo, più mi sono cari.

Sono nato a Milano e 50 anni fa, e più, la distanza che esisteva tra i due posti non era solo geografica.

L'emigrazione ci aveva come sradicati dalla nostra storia, dalla nostra gente, dalla nostra cultura. Da una realtà rurale e contadina ci eravamo trasformati in cittadini ed operai.

Si tornava in estate al proprio paese magari esibendo la macchina o qualche orpello che manifestasse il benessere raggiunto in città. Ma non si parlava mai della povertà e della tristezza che si era costretti a vivere, lontani dalle proprie radici.

Io ero un bambino. Queste cose le avrei capite solo più tardi. Era per me fonte di stupore vedere la sera tornare in paese i contadini con i loro asini e muli e portarli a bere all'abbeveratoio pubblico prima di ricoverarli nelle stalle: a Milano erano scene che non si vedevano.

Ed anche "o' strusc' serotino " (passeggiata serale) non riuscivo a capirlo, e del perché i partecipanti si salutassero ogni volta che si incontravano anche se avveniva più volte di seguito dato che era un andare sopra e sotto per molte volte.

Infatti lo struscio era la passeggiata che veniva fatta nella via principale del paese ed in cui si condivideva la propria presenza nella comunità. Serotino perché avveniva di sera subito dopo cena.

E gli uomini si toglievano il cappello in segno di rispetto, ogni volta che salutavano. Era come una danza in cui si parlava di tutto e con tutti. Ed era un modo per incontrarsi e scambiarsi le notizie, quando non c'era la televisione o i telefoni.

Non capivo quegli uomini e donne seduti davanti alla porta delle loro abitazioni che parlavano in un dialetto che all'epoca non capivo, e che mi salutavano, e soprattutto le donne, mi stringevano e mi baciavano.

Era il loro modo di benedirmi, ma all'epoca non potevo saperlo.

E mi affascinavano i fuochi de "le ristocc'" nel buio della notte. Le ‘ristocc’, ovvero quel che restava del grano dopo che è stato raccolto. E il ristocc veniva bruciato perché la Venere nutrisse il terreno per la seguente semina e per il nuovo raccolto.

I fuochi che si vedevano nella notte erano uno spettacolo magnifico. Visti una volta, la loro immagine ti resta nel cuore e nella mente con assoluta vividezza.

A Colletorto, dalla terrazza sotto il Palazzo, che si erge sulle valli sottostanti, nelle sere di agosto li potevi vedere illuminare la notte. Ed era uno spettacolo meraviglioso.

E le donne che tornavano dal forno, portando sulla testa "co maccatur' n'cap" le teglie in cui avevano cotte le pietanze, specialmente nei giorni di festa.

Le donne portavano incredibili pesi sulla testa, aiutandosi solo con un fazzoletto intrecciato. Lo mettevano sul capo per distribuire il peso, come quello delle conche di rame con cui si trasportava l’acqua presa alle fontane, e per proteggersi del calore delle teglie e delle pentole che, ancora calde, venivano portate dal forno.

E quei dolci che in città non esistevano: i taralli dolci e salati, con la glassa zuccherina e no, quelli con le mandorle, la pizza semplice, fatta solo con il pomodoro e la mia preferita: "a pizza doc" con gli strati di crema.

Ricordo le gite al mare di Termoli con pane e pomodoro e un po' di frutta, e acqua e birra messe a rinfrescare sulla riva del mare. E tutti avevano un soprannome: Pepp u piattar', Lina Bambà, Pepp u ‘scazzllus. Ma non sapevo cosa volessero significare.

Ed ora al solo pensiero, ricordando queste cose, mi commuovo e gli occhi mi si inumidiscono. Perché non capivo allora, ma con il tempo ho capito che tutte quelle cose erano petali di felicità, e la fortuna di averle vissute mi ha arricchito e quei ricordi, hanno reso miglior la mia vita.

Perché del Molise se ne parla poco. E pochi sanno che è un po' la terra della felicità.

Il Molise è il luogo dove è possibile trovare le cure più importanti: le cure dell'anima.

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L’alleanza fra l’albero della vita e l’albero d’ulivo

Si narra che l’albero d’ulivo e l’albero della vita vivessero alimentati dalla stessa energia e forza, ma che per essere immortali nei loro valori avrebbero dovuto incontrarsi ed unirsi in un legame di pace e fratellanza.

L’albero d’ulivo porta con sé una lunga storia che lo inserisce in un contesto di valori quali la pace e la fede, la vittoria e l’onore.

L’olivo veniva infatti dato come omaggio nell’antica Grecia ai vincitori delle Olimpiadi, assieme ad un’ampolla d’olio. Nell’antica Roma era intrecciato sulle teste dei cittadini più degni di riconoscimento, e si narra che gli stessi Romolo e Remo nacquero sotto un albero d’ulivo.

L’albero era parte di tradizioni e valori particolari che venivano tenute nascoste. In Italia veniva usato ma non capito.

Venne il giorno in cui si mostrò uno spirito benefico e veggente che predisse all’albero la sua decadenza e morte, e con questa tutti gli insegnamenti e i valori portati agli umani.

Vi era tuttavia un unico modo per impedirlo, quello di incontrare la notte seguente l’albero della vita, anch’esso costretto allo stesso terribile fato, perché non accolto dagli uomini mossi all’odio per il prossimo e all’egoismo.

L’albero della vita ha anch’esso una lunga storia. È definito infatti come l’albero che dà la vita e le sue componenti, le radici, il tronco, le foglie e i frutti, rappresentano un aspetto diverso della stessa. Nella mitologia cinese è presente un albero della vita che produce frutti preziosi in grado di donare l’immortalità.

Dalla Cina perciò partì l’albero della vita per incontrare quella notte stessa l’albero d’ulivo, esattamente all’entrata della Porta Palermo, una delle 5 porte di Sciacca che rappresenta l'ingresso della città storica per chi arrivava da Palermo.

Al loro incontro si saldò un patto di alleanza, un patto basato sull’accoglienza e sullo scambio reciproco di bellezza e virtù.

L’albero della vita offrì i suoi frutti dell’immortalità alla popolazione di Sciacca, ma fu l’albero d’ulivo che li custodì, perché l’immortalità doveva appartenere ai valori quali la pace, l’altruismo, l’accoglienza e l’elevazione di ogni cultura come fosse la propria. La cultura perché porta arricchimento e autopromozione.

La maledizione fu sventata, e vinse l’unione fra due culture, unite dagli stessi ideali di bellezza e tradizione.

La storia è stata rappresentata con un’opera emozionale dall’artista Giuseppe Ciaccio.

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Un viaggio tra i vini dell’Irpinia, non solo Falanghina

Si sa che l’Irpinia quando ti entra nel cuore non ne esce più e anche le generazioni che sembravano essersi allontanati tornano per mettere radici e piantare nuovi vigneti.

E’ la storia dell’Azienda Agricola Ponterotto e della famiglia Di Pietro, con i giovani fratelli Antonio, Gaetano e Maria Luisa che si sentono Irpini dentro. Da bambini si recavano da Avellino in quel di Mirabella a far visita ai nonni con mamma Antonietta e papà Pasquale.

Nonno Antonio e nonna Antonietta li accompagnavano a giocare sulle rive del fiume Calore e raccontavano di tradizioni ed usanze antiche. Questi luoghi e i racconti hanno acceso la passione per le uve autoctone e hanno fatto sbocciare nel cuore dei fratellini l’amore e la passione per l’Irpinia.

Nelle acque limpide del Calore ai ragazzini piaceva rinfrescarsi durante la calura estiva che nel sud Italia può essere forte. Il posto preferito era dove si erge maestoso l’antico ponte romano sull’Appia, oggi chiamato “Ponte Rotto”, un immenso patrimonio di archeologia e storia per Mirabella.

Il ponte attraversava il fiume Calore di questa ricca terra, e per secoli ha permesso l’attraversamento di eserciti e di mercanti che lungo l’Appia Antica raggiungevano la Puglia per imbarcarsi verso l’Oriente.

Sarà proprio il Ponte Rotto ad ispirare ai ragazzi e per questo è il nome dell’azienda.

Infatti, a distanza di trent’anni, i ragazzi nel frattempo diventati professionisti affermati, con l’orgoglio del bagaglio culturale ereditato dai nonni e custodito con affetto, decidono di valorizzare i terreni ereditati.

Ne acquisiscono altri e, in onore della memoria dei nonni, si dedicano nel tempo libero a difendere la viticoltura autoctona della zona, rilanciando i biotipi più antichi dai caratteri migliori. Piantano alcune varietà di vini come l’Aglianico, la Falanghina e il Greco, le cui origini risalgono alla colonizzazione greca ed alla civiltà romana.

Ed ecco che le colline della generosa Terra Irpina, interessata da forti escursioni termiche che creano una condizione ottimale e benefica per le viti, ricambiano tante premure donando le migliori uve dalle quali si ottengono i prestigiosi vini dell’Azienda Ponterotto.

Diversi vini per diversi territori, a Mirabella Eclano, il paese del Museo del Carro e dei Misteri di Cartapesta, nasce “Perzechè”, una Falanghina dalle note aromatiche tipiche del vitigno. Forse il vitigno più noto dell’Irpinia ma che compete in eccellenza con altri vitigni.

Infatti sulle colline di Santa Lucia, una frazione di Santa Paolina, nasce il Greco “Narciso”, un vino strutturato ed elegante, accompagnato da una buona acidità. Proprio come questo territorio dove la terra è generosa ma può essere aspra con chi la vive e ne sa qualcosa il paese di Santa Lucia distrutto da una frana e ricostruito più a monte.

Nella zona del borgo di Montemarano, invece, nasce “Helea”, un Aglianico dai caratteri organolettici di particolare pregio, raffinato al palato ottenuto da vigne centenarie coltivate con sistema a cordone speronato.

Falanghina, Greco di Tufo o Aglianico sono vini che meritano un viaggio alla scoperta dell’Irpinia perché gustandoli nelle cantine locali si possono apprezzare le sfumature dei colori del territorio e il calore delle persone che aggiungono una nota unica all’esperienza gustativa.

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Il teatro popolare della Zeza di Bellizzi

La ‘Zeza di Bellizzi’ è una forma di teatro popolare di piazza di origini antichissime e prende il nome da uno dei personaggi, Zeza, e dal borgo di Berlizzi, una frazione di Avellino.

La rappresentazione è incentrata su balli e canti popolari che avvengono lungo le strade della città ed ha origini napoletane ma ha avuto il suo vero splendore in Irpinia.

Le prime rappresentazioni risalgono al ‘600 proprio a Bellizzi che era una splendida residenza estiva di caccia dei Caracciolo, i regnanti di Avellino, tanto da essere chiamata il ‘Casato delle Bellezze.

La manifestazione aveva lo scopo di allietare il soggiorno dei nobili che, avendo gradito la prima manifestazione popolare, favorirono la loro replica e quindi la nascita di una vera tradizione locale. Potrebbe essere considerata una antenata della ‘sceneggiata napoletana’.

I personaggi della commedia sono Zeza (Lucrezia) e Pulcinella, entrambi interpretati da attori maschi perché al tempo era proibito alle donne partecipare alle rappresentazioni sia in teatro che per strada.

La storia è sempre la stessa e racconta di Pulcinella, della moglie Zeza e della loro figlia Porzia che intraprende una “love story” con lo studente di medicina “Don Zenobio”.

Pulcinella mal sopporta l’indipendenza della figlia e vuole ‘tutelare il suo onore’. Invece Zeza, la madre della ragazza, supporta la figlia ma tra Pulcinella e Don Zenobio scoppia una lite. Pulcinella viene prima ferito e poi curato dal medico in cambio della mano di Porzia.

A questo punto grande pace e canti e balli di allegria.

La rappresentazione veniva imparata dai contadini e poi ripetuta per il divertimento del popolo che nel tempo la ha fatta sua. Si sono così conservati fedelmente costumi e le scene che sono diventati un patrimonio e una tradizione locale mentre il linguaggio, inizialmente piuttosto colorito, è stato stemperato negli anni.

La ‘Zeza di Bellizzi’ ha ricevuto numerosi riconoscimenti dalla critica ed è stata rappresentata in vari teatri italiani, tra cui il Mercadante di Napoli, al Carnevale di Venezia, di Pisa ecc.,

Il testo è stato però scritto solo qualche decennio fa dal maestro Roberto De Simone, che lo inserì nella famosa “Gatta Cenerentola” vincendo il Festival dei Due Mondi di Spoleto.

La Zeza di Bellizzi è annoverata nei Beni Immateriali della Regione Campania.

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Una ricetta del Blind Chef Ambassador Anthony Andaloro, lo chef senza vista

Se cercate il nome del siciliano Blind Chef Anthony Andaloro sul web scoprireste che fino a pochi anni fa non esisteva. Anthony è infatti nato nel 2013 quando Antonio Andaloro aveva perso la vista e, dopo un tunnel depressivo, inizia una nuova stagione della vita.

Una stagione diversa e per certi aspetti entusiasmante. Non migliore o peggiore, ma una fase totalmente nuova di assaporare la vita e le relazioni con gli altri. E se incontrate il suo volto lo troverete sempre sorridente!

Ma partiamo dall’inizio per poter meglio raccontare la nascita di Anthony e la sua incredibile avventura di essere uno fra i pochi chef ciechi nel mondo.

I problemi di Antonio con gli occhi arrivano già quando era bambino e aveva 6 anni. Praticamente è stato ipovedente per gran parte della sua vita e aveva sperato invano nella tecnologia e negli interventi chirurgici.

Anthony è la rinascita ma anche la sua nuova sfida di aiutare tutte le persone che hanno problemi fisici e che possono arrivare a toccare il baratro della depressione.

“Non è perdere la vista che crea i veri problemi. Infatti la mia vita è rinata e sono un esempio di come niente è perduto ed ora ho un figlio di 2 anni e mezzo e un lavoro che mi porta in tutto il mondo.

Il vero problema è sentirsi soli e non avere la forza di affrontare il cambiamento.”

Anche la vita precedente di Antonio era stata guidata dalla voglia di sfidare le convenzioni e, da ipovedente, aveva scelto di diventare un maestro decoratore. Una professione che ha praticato fino all’aggravarsi totale della malattia.

Poi la depressione con la cecità.

“Poi per 7 anni ho studiato per diventare chef di cucina ‘fusion/innovation/sensoriale’. E non poteva essere altrimenti perché i sensi sono quelli che mi guidano nella preparazione dei piatti e nella scelta degli accoppiamenti.”

Oggi ci sono 4 gli chef senza vista nel mondo: 2 in Italia (Anthony e Antonio Ciotola di Ancona) e 2 a Chicago (Laura Martinez e Christine Ha, un vietnamita vincitrice della edizione americana di Masterchef nel 2012).

Ma torniamo ad Anthony, alla sua cucina e agli eventi che organizza: le cene sensoriali. Per chi ha già avuto esperienza delle ‘cene al buio’ (spesso organizzate da molte organizzazioni di cechi per far capire la loro situazione alle persone normo-vedenti), quelle di Anthony sono diverse. La luce è molto fioca ma non assente, si cena a lume di candela e bendati ma se si hanno attacchi di panico o disagio ci si può togliere la benda.

Prima dei COVID aveva organizzato 142 eventi sensoriali in tutto il mondo, in particolare in Cappadocia in Turchia.

E da sottolineare che tutti questi eventi servono a finanziare associazioni filantropiche che si occupano non solo di cechi ma di disabilità in generale. Infatti questa è la vera forza di Anthony, quella di essere diventato un esempio di forza, un vero ‘guerriero’ che può aiutare gli altri con la sua positività.

Oggi Anthony Andaloro è Blind Chef Ambassador, famoso in tutto il mondo e un esempio per quelli come lui. È stato premiato dall ’UNESCO nel 2017 con il premio Quality Food e nominato Chef Ambassador della Solidarietà nel 2019. È fiduciario del settore disabilità della regione Sicilia dei Disciples D’Auguste Escoffier.

La disabilità è diventata allora un punto di forza che gli ha donato una pace e una energia inimmaginabile quando era ancora nell’incertezza della sua condizione. Oggi si è risposato e ha un figlio di due anni e mezzo che semplicemente vede con altri occhi.

Ha creato il format televisivo “Non ci vedo dalla fame ma ci vedo con i sensi” prodotto da Me.Pa. Production, che sta girando per web TV in particolare in Sicilia dove è nato. Viene dalla provincia di Messina e proprio da qui sta trasmettendo su EventiMessinaweb TV  canale yuotube   e pagina FB per raggiungere il suo pubblico in Italia e nel mondo. Un pubblico che lo attende lo segue con passione.

La sua passione è comunque la cucina fusion dove il Mediterraneo fa incontrare Oriente ed Occidente. E come esempio di questa continua ricerca di nuove dimensioni ed esperienze gastronomiche, immergendosi in un viaggio oltre il buio con le papille gustative ci presenta una ricetta molto semplice ma di grande gusto.

Ricetta delle Trecce con Pesto di Pistacchio, Lamelle di Mandorle e Speck

Ingredienti per 4 persone:

  • Pasta Fresca (formato Trecce oppure a vostro piacimento) 320 gr
  • Speck Alto Adige IGP 200 gr
  • Farina di Pistacchio di Bronte DOP 100 gr
  • Lamelle di Mandorle Toritto 50 gr
  • Pecorino Romano DOP 50 gr
  • Una noce di Burro
  • Olio Extravergine d’oliva q.b.
  • Sale e Pepe q.b.

In una pentola portate ad ebollizione l’acqua per Ia pasta e salatela e nel frattempo preparate il pesto. In una ciotola ponete la farina di pistacchio e il pecorino Romano, versate a filo un po’ di olio evo e amalgamate fino che risulti un impasto omogeneo.

Mentre aspettate che bolla l’acqua per la cottura della pasta, in una padella rosolate lo speck con una noce di burro.

Scolate la pasta e unite il tutto in una Wok aggiungendo le Iamelle di mandorle. Saltate per qualche minuto e impiattate spargendo sopra una manciata di pecorino.

Vino? al pesto di pistacchio affiancherei un vino bianco “Grillo” da vitigno autoctono siciliano.

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Il Cannolo Siciliano: una dolcissima storia da assaporare

Quando il nostro insegnante è entrato in classe e ci ha chiesto quale piatto, secondo noi, avesse potuto raccontare meglio la storia del nostro paese, in coro abbiamo risposto “il cannolo”.

Un dolce buonissimo e davvero singolare nella forma e nel gusto e, sicuramente, una delle specialità della pasticceria siciliana più apprezzate in tutta Italia.

Con l’abile guida della nostra dolcissima professoressa di lettere abbiamo ricercato la storia di questo prelibato prodotto di pasticceria. Immaginate la nostra sorpresa quando abbiamo appreso che il suo nome è legato alle canne di fiume su cui veniva arrotolata, fino a pochi decenni fa, la cialda durante la sua preparazione.

È un dolce ricco di storia e già Marco Tullio Cicerone, nel 70 a.C. durante un suo viaggio in Sicilia, ne era rimasto così incantato da definirlo: “tubo di farina ripieno di morbida crema di latte”. Un cilindro realizzato con farina, dal ripieno dolcissimo a base di morbida crema di ricotta.

Durante i secoli si sono accavallate tante varianti di ricette e ancora si discute sulla vera origine del cannolo come oggi noi lo conosciamo. Esistono infatti diverse versioni sospese tra storia e leggenda.

Di sicuro sappiamo che gli Arabi sono stati i primi a zuccherare la ricotta formando una crema squisita, la base della pasticceria siciliana, che le donne dell’harem di Caltanissetta, l’araba Kalt el Nissa (castello delle donne), utilizzavano nei loro cannoli dalla forma fallica, come omaggio “dolcissimo” al loro emiro.

Alcuni storici sostengono invece che ad inventare il cannolo siano state le suore di clausura del Convento di Santa Maria di Monte Oliveto a Palermo che a carnevale, per scherzo, avrebbero riempito una vasca di crema di ricotta ed avrebbero sostituito i classici rubinetti con la scorza dei cannoli. Infatti in siciliano la parola cannolo vuol dire proprio rubinetto!

Questo dolce ha accompagnato l’infanzia di tutti come conclusione dei nostri pranzi domenicali ma è anche e soprattutto il simbolo della nostra Sicilia. Una terra arricchita da tante contaminazioni etniche, culturali e gastronomiche legate alle varie dominazioni che ne hanno influenzato tesori e sapori.

Dopo aver riscoperto la sua storia, con il nostro bravissimo insegnante di cucina ci siamo cimentati nella sua preparazione.

Ricetta del Cannolo Siciliano

Ingredienti per 16 pezzi circa

Per la scorza dei cannoli:

  • farina 00 + un po’ per spolverare 250 gr
  • 1 cucchiaino raso di cacao amaro in polvere
  • zucchero semolato 50 gr
  • strutto (in alternativa burro morbido) 30 gr
  • 1 uovo sbattuto (da usarne 1/2 per impasto e 1/2 per la chiusura cannoli)
  • 1 bicchierino di marsala, circa 60 gr
  • Un cucchiaio di aceto di vino bianco
  • Cannella in polvere
  • Un pizzico di essenza di vaniglia
  • sale 3 gr
  • Olio per friggere

Per il ripieno dei cannoli:

  • ricotta di pecora perfettamente sgocciolata 800 gr
  • zucchero semolato 300 gr
  • gocce di cioccolato fondente 120 gr

Per decorare:

  • Zucchero a velo
  • Granella di pistacchi
  • Arancia candita
  • Gocce di cioccolato
  • Ciliegie candite

 

Siamo partiti dalla preparazione della crema. Dopo aver sgocciolato perfettamente la ricotta fresca di pecora, l’abbiamo trasferita in un contenitore e mescolata con lo zucchero semolato. Abbiamo poi aggiunto alla ricotta delle scaglie di cioccolato fondente e l’abbiamo lasciata riposare in frigo per diverse ore.

Successivamente ci siamo dedicati alla scorza e per realizzarla “come Dio comanda”, abbiamo realizzato un impasto a base di farina, strutto, zucchero, aceto di vino, marsala, un uovo e una piccola percentuale di cacao in polvere.

Dopo averlo lasciato riposare in frigo, abbiamo steso l’impasto formando una sfoglia molto sottile, l’abbiamo tagliata in quadrati che, arrotolati in cilindri di alluminio, sono stati fritti.

Solo quando le cialde si sono completamente raffreddate le abbiamo riempite con la classica crema di ricotta.

Il segreto per gustare un perfetto cannolo siciliano è quello di aggiungere la ricotta al momento di servirlo per far sì che la cialda rimanga sempre croccante e crei un piacevole contrasto con l’avvolgente cremosità della ricotta.

L’ultima fase della preparazione è la guarnizione che rappresenta la fase più creativa. Si può scegliere, infatti, tra   diverse varianti: arancia candita e/o ciliegia candita, oppure granella di pistacchio. Spolverare, infine, la cialda con lo zucchero a velo.

Mangiare un cannolo è davvero una magia!

 

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L’incantevole Root Art del maestro Bishwomver Lamichhane dal Nepal

L'arte è un linguaggio mondiale ed esprime i nostri sentimenti in un modo bello e attraente. Deve avere emozioni e dovrebbe essere vicino alla verità dell'umanità. Quindi, l'arte senza bellezza è senza peso, emozione e creazione.

Tra le arti concettuali, ce ne è una rara pratica che si chiama Root Art o Arte dalle Radici.

In un remoto distretto in Nepal chiamato Sindhuli, c'è il villaggio di Dhakalgaun e qui si trova un raro museo di Root Art che delizia i turisti locali.

Le opere d'arte sono state realizzate dal signor Bishwomver Lamichhane, un uomo di 58 anni, e sono esposte nella sua casa che raccoglie quasi 3 decenni di lavori, cioè da quando ha iniziato a realizzarle.

Cos'è la Root Art? Perché si chiama Root Art? Come è cominciato il tutto?

Anche se è una nuova forma d’arte a, è un tipo di arte che esisteva da secoli. Ma è sempre stata effettivamente ‘sotterranea’, sia metaforicamente che letteralmente.

Le radici sono le parti degli alberi che giacciono sotto terra invisibili agli esseri umani.

Puoi trovarle quando abbatti un albero - che è contro natura in ogni modo - o quando ti addentri nei boschi o nei fiumi o nelle aree franose alla ricerca di alberi morti con radici non ancora decomposte.

Bishwomver Lamichhane lo fa da anni ormai. Va fuori cercando di trovare radici e viene aiutato dalla famiglia e dagli amici. Quindi cerca di vedere cosa la singola radice può simboleggiare e la porta a casa.

L'artista è un avvocato di professione ma la sua passione è trovare le radici morte e dare loro un significato in armonia con ciò che ha visto. Dice che la bellezza dei nodi delle radici che erano rimasti inutili - o probabilmente aspettavano di essere trovati - lo aveva attratto.

In queste radici ha visto un mezzo per esprimere i suoi sentimenti e desideri ed è così che tutto è iniziato. Senza alcuna conoscenza e studio preliminare di arte delle radici, è come un miracolo del Signore Buddha che illumina la vita senza un guru.

La sua prima arte si chiamava corna e assomigliava alla testa di un cervo, la seconda era una montagna bianca con l'interno nero che significava l'effetto del riscaldamento globale sulla bellissima natura.

Dopo poche altre opere d'arte, è stato spinto dalla sua famiglia e dai suoi amici ad approfondire e voleva sapere di più sulla storia dell’origine di questa arte.

In quel luogo remoto senza Internet e pochissimi libri, tutto ciò che riuscì a trovare era che l'arte delle radici era una pratica antica in paesi come la Germania e la Cina per secoli.

Le radici sono state utilizzate anche come mobili e alcune come arte, ma non è riuscito a trovare alcun museo che raccogliesse tali opere d'arte. Non ci sono artisti famosi conosciuti e questo gli ha dato più motivazioni come se fosse l'unico che avesse iniziato a creare arte fatta solo dalle radici.

Le radici sono semplicemente intagliate, per lo più viene dato loro solo il tocco finale.

Possiamo vedere forme di vita sociale nelle sue forme d’arte, è stato un modo per riflettere gli svantaggi e gli ostacoli che si soffrono nell'arte, nella cultura, nella politica così come la bellezza dell'amore e della bontà religiosa.

In questo tipo di arte, la forma spirituale della materia viene mostrata al posto di disegnare la forma fisica visiva della materia secondo la nostra esperienza.

Ciò che rende uniche le opere di Root Art è che un artista del legno o un pittore può duplicare le sue arti quanto vuole, ma ogni pezzo di Root Art ha una forma particolare proprio come l'impronta del pollice che non può essere abbinata a un'altra.

Il museo è un museo semplice in quanto l'artista ha sistemato due stanze della sua residenza per esporre la sua arte ed è gratuito per gli amanti dell'arte in qualsiasi momento della giornata.

Le sue opere d'arte non sono in vendita perché crede che un'eredità che vuole lasciarsi alle spalle è che ha contribuito in qualche modo a promuovere l'Arte delle Radici nel mondo.

Se dovesse vendere la sua arte, quei pezzi potrebbero dargli dei bei soldi ma finiranno per essere l'arredamento di una stanza. In futuro, se qualcuno vuole studiare quel pezzo di Root Art, sarà impossibile.

L'appello dell'artista è per una donazione per creare un vero museo per queste oltre 300 opere che le persone possono venire a visitare. Un museo che promuova la Root Art e il turismo. E per questo credo che un'arte così rara debba essere promossa inizialmente e possibilmente aiutata dagli appassionati d'arte.

La sua root art può essere vista anche su Instagram su ID: Rootartgallery

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