Formaggio Vastedda e Verdure del bosco del Magaggiaro

Sono nata in una cittadina sul mare, l'acqua e il sole sono i miei elementi vitali eppure amo moltissimo i monti ed i boschi.

Negli anni ‘70, in località Magaggiaro, a pochi chilometri da Montevago, su una grande distesa di terra incolta l'azienda forestale iniziò a piantumare pini domestici, eucalipto e cipressi per creare un bosco. A questi si unirono spontaneamente lecci e ogliastri.

Il giovane sottobosco, giorno dopo giorno, si popolava di palme nane dalle foglie a ventaglio, di finocchiacci di ferla (una pianta legata alla mitologia greca) e da cespugli di disa.

Negli anni a venire ho visto trasformare tutte quelle piantine in maestosi alberi giganti con le braccia tese al cielo e popolare il bosco di lepri e conigli selvatici eppoi tordi, poiane, beccacce e allodole. Ho anche incontrato qualche volpe rossa e, solo una volta, un cinghiale con due cuccioli.

Il bosco del Magaggiaro è un luogo a me molto caro, dove vado per cercare serenità e le mie passeggiate oltre ad essere rilassanti sono sempre fruttuose.

Una mia passione è quella di raccogliere erbe selvatiche. Capperi, finocchietto, asparagi, cicorietta, giritelli e borragine sono stagionalmente il raccolto di una paziente ricerca nel bosco.

In un tiepido mattino di fine dicembre, durante la mia ultima passeggiata, avevo raccolto un buon quantitativo di asparagi e di altre verdure selvatiche e stavo rientrando quando mi ritrovai accanto ad un grande pianoro ricoperto di migliaia di coloratissimi fiorellini.

 

Il tintinnio di alcuni campanacci attirò la mia attenzione e vidi un gregge di pecore e capre che pascolava a pochi metri da me. Poco poeticamente pensai ad una bella vascella di ricotta calda e ad una fantastica forma di Vastedda, l'unico formaggio italiano di pecora a pasta filata con latte ovino intero crudo.

Lasciai a malincuore quel luogo dal perfetto idillio campestre e mi diressi in uno dei caseifici della zona dove comprai ricotta e Vastedda da abbinare a pranzo con gli asparagi, ma non mi veniva nulla in mente.

Dopo un po' pensai al mio amico cuoco Francesco, lui sicuramente avrebbe saputo cucinare qualcosa con la Vastedda e le verdure. Lo raggiunsi nel suo ristorante:

- Francesco ho raccolto asparagi ed altre verdure e volevo preparare un piatto aggiungendo la Vastedda, ma non mi viene in mente nulla. Puoi provarci tu?

- Certo. Qualcosa farò.

Subito ci mettemmo al lavoro. Il mio compito fu quello di mondare e pulire le verdure. Seguivo con lo sguardo le abili mani di Francesco che lavoravano svelte, il furbacchione sapeva cosa fare, ed io guardavo silenziosa.

Regola prima: quando un cuoco crea, gli altri guardano e stanno in silenzio. Il mio amico stava iniziando l'impiattamento ed io sgranai gli occhi: le verdure che avevo raccolto nel bosco e la Vastedda del Belice erano state trasformate in un piatto così invitante che non vedevo l'ora di mangiare.

- Grazie chef Mauceri. È bellissimo!

- Mangiamolo subito, così possiamo giudicare.

- Francesco, come chiamerai questo piatto?

- Il Belice nel Cuore.

Ricetta

  • Formaggio Vastedda DOP del Belice
  • 2 uova
  • Mollica di pane
  • Verdurine di stagione
  • olio Evo
  • uno spicchio d'aglio
  • peperoncino
  • sale
  • spuntoni di peperoni
  • polvere di olive nocellara

In un pentolino a bagnomaria far fondere i pezzettini di formaggio Vastedda D.O.P. Del Belice alla temperatura di 60°. Dopo trasferire il formaggio in un contenitore concavo e praticare al centro un buco, dove si andrà ad adagiare delicatamente un tuorlo d'uovo.

A questo punto chiudere i lembi e formare una sfera e riporla in frigo alla temperatura di 4°per non meno di 2 ore. Dopo, la sfera va impanata con uovo battuto e mollica.

Mondare e pulire le verdurine di stagione e sbollentarle per pochi minuti in acqua leggermente salata, poi trasferirle in acqua gelata per un veloce raffreddamento. Questo procedimento serve per mantenere un verde brillante.

Una volta scolate bene le verdure spadellatele con un filo di olio Evo, uno spicchio d'aglio, del peperoncino e un pizzico di sale. Iniziare a comporre il piatto con al centro un anello di verdure.

Nel frattempo friggere la sfera di formaggio a 175° per non più di un minuto e dopo averla asciugata bene riporla sull'anello di verdure.

Completare il piatto con una mousse di formaggio Vastedda, degli spuntoni di peperoni e polvere di olive nocellara al forno.

Volendo si possono aggiungere dei fiori eduli.

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Ricordi della Pasqua a Cattolica Eraclea

Per la Pasqua le case e le piazze si riempivano di giovani, tornati a casa per le vacanze.

La Settimana Santa, a Cattolica Eraclea in Sicilia era vissuta con intensità, si osservava il digiuno e l’astinenza, che si intensificavano dalla sera del giovedì santo, quando si faceva il giro delle chiese in processione, con la statua della Madonna Addolorata e le campane venivano legate.

La giornata del venerdì iniziava già alle sette di mattina con le funzioni del Venerdì Santo in chiesa, dove si leggeva a più voci la passione, intercalata da brani dello “Stabat Mater” a mo’ di lamento, che appariva più una tragedia attica che una sacra rappresentazione e durava tutta la giornata.

Terminate le funzioni in chiesa, si andava in processione, con la statua dell’Addolorata e quella di Gesù carico della croce, fino al Calvario, situato su una montagnetta. Qui veniva simulata la crocifissione, con un’altra statua del Cristo, con mani e piedi forati e il torace ferito dalla lancia.

Si teneva in croce fino allo spuntar della prima stella e poi veniva deposto in una splendida urna di vetro con intarsi dorati.

Veniva portato in processione per tutto il paese, da uomini, appartenenti a confraternite, che si distinguevano dal colore della mantellina, col volto coperto da un cappuccio bianco dette “Cappe”.

Il corteo era formato da quasi tutti i paesani, che seguivano l’urna, al suo passo, tre avanti e uno indietro, cantando “Asi, versate lacrime”, tutta la sera, fino a quando non si arrivava alla Chiesa Matrice intorno all’una del mattino.

Per tutto il Sabato Santo regnava il silenzio, fino alla mezzanotte, quando le campane venivano sciolte per annunciare la Resurrezione.

Il giorno di Pasqua, in piazza si svolgeva l’incontro tra la Madonna e il Figlio Risorto. Davanti alla folla dei paesani, arrivava la Vergine coperta da un manto nero, portata da alcune persone, e di fronte a Lei arrivava la statua di San Michele portata dai ragazzini. San Michele faceva avanti e indietro per tre volte, mentre gridavano che Gesù era risorto.

Solo dopo la terza volta, il manto nero veniva fatto cadere e la statua del Cristo veniva portata di fronte a quella della madre, che si chinava a baciargli i piedi e il costato.

Il giorno dopo, la Pasquetta, era usanza andare a fare scampagnate e gite fuori porta.

La Simana Santa

Pi la Simana Santa
o me paisi, c'è
cu diuna, cu fa pinitenza,
e aspetta ogni annu
ssa gran ricurrenza.
Lu jovidi sira a firriari
li chiesi,
cu l'Addulurata
ncoddru purtata
e di pedi di lamentu
accumpagnata.
Ci vannu appressu li genti,
seri, tristi e cridenti
e pensanu a Gesuzzu suffirenti,
sutta ddra Cruci veru pisanti.
La gutta acchiana
e cchiassa' pi i lamenti,
nuddru si senti lu cori cuntenti.
Agghiorna u Venniriessantu
cu li campani senza cantu,
pi rispettu di la morti
di Gesù lu Santu.
Si va a la chiesa
pi prigari e pi sentiri lamintari.
S'acchiana a la Cruci,
cu fidi firventi,
e ci va appressu tutta la genti.
Lu mettinu n'cruci
ncurunatu di spini e nchiuvatu,
lu Signiruzzu aduratu.
S'aspetta la prima stiddra di la sira,
pi scinniri di n'cruci
lu Signuri
e mettilu nni l'urna
addurata
e cu parmi e sciuri
addubbata.
Li Cappi n'cappucciati, n'coddru la portanu
e, caminanu, e
l'annacanu.
Tutti li strati firrianu,
e a tarda notti tornanu
a la chiesa,
n'zemmula a Maria dulurusa.
Lu sabatu è jiurnata di silenziu,
si pensa a la passioni
di lu Cristu,
ma la spiranza
adasciu adasciu crisci,
pinsannu ca unnumani
Iddru annivisci.
Si cunchi cu lu n'contru la simana,
si senti forti ora la campana,
Maria jetta lu mantu niuru
e si vesti di suli raggianti,
ora la mammuzza è cuntenti,
picchì sapi ca so figliu è viventi.
Gesù e Maria ora si n'cuntraru,
e n'zemmula a la chiesa
si nni jeru.

- Milena Argento

 

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Sciacca e la Pasta con le Sarde… E finiu a pasta cui saddi

Quando a Sciacca si vuole esprimere il fatto che qualcuno operi per interesse personale si dice "e finiu a pasta cui saddi" (finisce tutto nella pasta con le sarde).

Ci sono detti popolari che riflettono i sentimenti meglio di qualsiasi altra parola e spesso sono espressioni tipicamente dialettali. Per me i più belli e folklorici prendono spunto dalla tavola e uniscono i valori delle tradizioni gastronomiche a quelli della vita quotidiana.

Sciacca, il mio paese, è una città di mare e sa di mare e di sale. Sapora di mineralità da sempre e con il mare è cresciuta in questi tre millenni di storia.

Il pesce azzurro e bianco e il rosa di crostacei dal mare e le olive, il mandorlo, il vino e gli agrumi dalla terra. Tutti uniti a tavola in un miscuglio di sensazioni olfattive e gustative che sono la nostra ricchezza e cultura enogastronomia.

Le sarde di Sciacca sono da sempre un volano della crescita del mio paese e con le sue industrie hanno “alimentato” l’economia della gente del porto.

E la pasta con le sarde alla "sciacchitana" (da Sciacca) è il piatto che unisce il mare alla campagna rappresenta Sciacca e si distingue dalla versione palermitana con la conserva di pomodoro.

Sono più buone le sarde prese nei mesi con la "R", si dice così, ma in verità sono buone e disponibili tutto l'anno, in particolare dalla primavera all'autunno quando anche il finocchietto selvatico è ricco di fragranza e di sapori.

 La pasta con le sarde di Sciacca, trae spunto e variazione dalla cosiddetta "Pasta a milanisa", dove Milano era inteso come "u continenti".

Si racconta che a causa dei primi grandi flussi migratori dal sud al nord nel tardo ‘800 i "terroni agrigentini” provavano a ritrovare i propri sapori di origine preparando la pasta con le sarde e/o con le acciughe sotto sale (cui saddi a mari, perché le sarde fresche non erano disponibili), il soffritto di cipolla, la conserva di pomodoro e, quando lo trovavano anche nelle campagne padane, il finocchietto selvatico.

A questi ingredienti spesso portati nelle valigie di cartone, se ne aggiungevano altri come l'uva passa e i pinoli che ricreavano in bocca quella vicinanza con la propria terra di origine e quel giuoco gastronomico dell'agro-dolce, reminiscenza della cultura di origine araba.

Quando tornavano a Sciacca dal "continente", gli emigranti riportavano la "Pasta a milanisa" che col tempo è il nome con cui viene generalmente ancora la pasta con le sarde alla saccense.

"E finiu a pasta cui saddi".

L’epilogo di questa storia è la mia versione della “Pasta con le sarde alla saccense”, reinterpretata ed arricchita da un'altra eccellenza del mare di Sciacca: il gambero rosa. La sua dolcezza e il gioco delle consistenze aggrazia piacevolmente il sapore deciso delle sarde fresche e delle acciughe dissalate.

 

 

Ricetta della "Pasta con le sarde alla saccense con gambero rosa di Sciacca"

Ingredienti per 4/5 porzioni (dipende dalla panza)

  • pasta di grano duro 400 gr
  • sarde fresche nettate (pesate pulite) 500/600 gr
  • gambero rosa intero 1 kg
  • finocchietto selvatico 500 gr
  • doppio concentrato di pomodoro 70 gr
  • 5 acciughe dissalate nettate e deliscate (altrimenti 10 filetti di acciughe dissalate e sottolio. Oppure, per un sapore più deciso e salino 5 filetti di sarde dissalate o filetti sott’olio)
  • 2 cipolle bianche o dorate (altrimenti 1 cipolla, 2 piccoli scalogni e 1 spicchio d'aglio)
  • 1 bicchiere di vino bianco (Catarrato, Trebbiamo, Grillo e Insolia)
  • 20 gr di pinoli e 30 gr di uva passa rinvenuta nel vino bianco, 1 cucchiaio di aceto bianco di vino
  • 1 ciuffetto di prezzemolo
  • 1 foglia di alloro
  • olio EVO
  • sale e pepe nero
  • buccia di un limone
  • pangrattato leggermente tostato con granella di mandorle 50 gr

 

Lavate e deliscate le sarde e sgusciate il gambero rosa. Con le teste ed i carapaci fate un brodetto unendo i gambi del prezzemolo, una foglia di alloro ed un pizzico di sale.

Lavate bene e selezionate le parti più tenere del finocchietto selvatico, sia i gambi che le foglie più aromatiche e verdi.

Portare a bollore abbondante acqua appena salata, aggiungete tutto il finocchietto selezionato e cuocete per circa 5 minuti. Lasciate il finocchietto ancora al dente e scolatelo bene dalla sua acqua. Conservate l'acqua di cottura del finocchietto: ci servirà per cuocere la pasta.

In una casseruola soffriggete, su un fondo di olio EVO, la cipolla tagliata a julienne (o l’altra combinazione) e poi aggiungete un mestolo del brodetto dei gamberi. Lasciate stufare ed imbiondire la cipolla per qualche minuto.

Aggiungete le acciughe dissalate (o le alternative), l'uva passa ammollata, i pinoli e, poco dopo, poco più della metà delle sarde fresche pulite.

Qualche minuto ancora e versate il bicchiere di vino bianco ed il cucchiaio di aceto.

Lasciate sfumare a fuoco vivo e aggiungete il finocchietto precedentemente sbollentato che avrete tagliuzzato grossolanamente. Versate un mestolo del brodo di pesce e lasciate riprendere il lento bollore.

Quando ancora il tutto è abbastanza liquido, aggiungete e fate sciogliere il concentrato di pomodoro. Il composto dovrà essere morbido e colorato già di rosso. Se troppo asciutto, aggiungete ancora un mestolo di brodo di gamberi.

Lasciate cuocere a fuoco lento, con il coperchio semi aperto, per circa 20 minuti e assaggiate per regolare di sale e pepe nero.

Nel frattempo, scolate e filtrate tutti gli scarti dei gamberi dal loro brodetto. Riducete a fuoco vivo il brodetto, regolandolo di sale e aggiungendo un filo d'olio EVO. Dovrà raggiungere una consistenza leggermente più densa.

Riportate a bollore l'acqua di cottura del finocchietto, regolate di sale se necessario, e calate la pasta a piacere.

Riportate a calore il sugo di sarde e finocchietto, aggiungete il gambero fresco sgusciato e la buccia del limone grattata fresca. Unite bene tutti gli ingredienti.

Per l'altra metà delle sarde fresche, passatele in una padella con un filo d'olio evo e cuocetele fino a tostatura.

Scolate la pasta ancora al dente, unitela e mantecatela nel sugo di sarde e finocchietto, quindi lasciatela riposare, coperta, per circa 5 minuti. Giusto il tempo di battere il prezzemolo finemente e di tostare il pangrattato con un filo d'olio evo e la granella di mandorle.

Componiamo il piatto

Impiattate un leggero fondo di brodetto ridotto dei gamberi, quindi sistemate la pasta versandoci sopra parte del sugo di sarde e finocchietto. Guarnite a contorno e sopra la pasta le sarde cotte tostate in padella.

Poi una spolverata di prezzemolo e del pangrattato aromatizzato alle mandorle ed infine, un filo d'olio evo ed un ciuffettino di finocchietto selvatico fresco a decorazione.

Eccovi la mia personalissima interpretazione della “Pasta con le sarde alla saccense con gambero rosa di Sciacca”.

 

 

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Timballo di riso, da Acireale per tutte le feste

Questa ricetta si tramanda nella mia famiglia da generazione in generazione.

Credo sia un piatto tipico della mia città: Acireale, una vera perla della Sicilia.

Una città antica, abbellita dall'architettura barocca, e chiamata la città dalle cento campane. Si trova alle pendici dell'Etna che con la sua maestosità la domina ad occidente mentre un mare dalle mille sfumature la rinfresca nelle calde serate estive.

Si trova infatti a trecento metri su livello del mare che splendido si può ammirare dal bellissimo balcone della villa Belvedere, dal quale lo sguardo spazia fino a Taormina ed oltre.

Fino al secolo scorso si poteva vantare per la sua cultura che veniva impartita insieme ad una rigida educazione nei diversi collegi gestiti da suore, gesuiti e fratelli cristiani.

Ma veniamo alla ricetta, nella mia famiglia il timballo di riso si preparava solitamente a Natale e necessitava di una preparazione che durava circa due giorni.

Nei miei ricordi di quando ero bambina rimangono inalterati i profumi e la frenesia di quel periodo di attesa e di gioia.

Ricetta del timballo di riso

  • Riso
  • brodo di pollo
  • bechamel
  • piselli
  • formaggio pecorino
  • prosciutto cotto
  • burro
  • parmigiano
  • uova

La preparazione inizia con la preparazione del pollo bollito (naturalmente ruspante) e del brodo che poi utilizzeremo per cuocere il riso. Una volta cotto, il pollo bollito viene tagliato in piccoli tocchetti che poi metteremo nel timballo.

A parte si prepara la bechamel che serve per amalgamare il tutto, i piselli, il formaggio pecorino fresco tagliato a listarelle e il prosciutto cotto spezzettato.

Mettiamo a cuocere il riso nel brodo ed a fine cottura lo insaporiamo con burro a piacere e parmigiano grattugiato.

A questo punto il riso si inizia a spalmare in una teglia, precedentemente imburrata. Poi si copre con tutti gli ingredienti elencati, mischiati per farli insaporire, e quindi si ricopre con il rimanente riso. Con una spatola si appiattisce e si inforna.

Ma non è finito qui, perché a parte si sbattono le uova con il parmigiano e quando il riso è un po' caldo si fa uscire la teglia dal forno e si ricopre il timballo con il parmigiano e le uova e si rimette in forno fino a quando non diventerà dorato.

A questo punto è pronto per essere servito. E buon appetito!!?

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Passito di Pantelleria e Bacio di Dama per un tramonto indimenticabile

Finalmente in vacanza: dalla Campania verso la Sicilia, Isola di Pantelleria. Stupenda, solo mare e rocce. Selvaggia. Quasi come un’isola deserta.

Come non rimanere catturati dal Passito di Pantelleria, un vino liquoroso dal colore ambrato e dal sapore dolce da gustare a fine pasto con dolci secchi a base di mandorle.

Oppure come aperitivo accompagnato da formaggi erborinati, con marmellata di visciole. Un souvenir graditissimo per chi lo riceve.

Ma la magia sta nel vedere l'isola piena di vigneti coltivati nella terra per non farli spazzare via dalle forti raffiche di vento che ci sono nell'isola.

La vite ad alberello è una particolarità che è stata premiata e inserita fra il Patrimonio Immateriale del Mondo redatta dall’UNESCO.

Infatti Pantelleria è conosciuta come l'isola del vento e solo qui cresce una varietà di uva Zibibbo i cui alberi sono praticamente ‘interrati’ per evitare che le forti raffiche di vento le spazzino via.

Da questa particolare uva lasciata ad appassire sulla pianta, viene prodotto un vino liquoroso dal colore dorato e dal sapore dolce chiamato Passito di Pantelleria. Il nome lo prende proprio dal tipo di processo di produzione e all'uva lasciata ad essiccare sulla pianta e poi spremuta per ricavare il vino.

Il Passito di Pantelleria è riconosciuto come prodotto enogastronomico protetto.

L'isola è molto selvaggia e si affaccia tutta sul mare, le sue poche produzioni combattono con la natura ma da questa lotta prendono profumi e sapori unici.

Trascorrendo la mia vacanza mi sono innamorata della libertà e della bontà dei prodotti semplici come il dolce il Bacio di Dama, altra caratterizza enogastronomica dall'isola. Un dolce realizzato con uno strumento particolare a forma di fiore.

Viene immerso in una pastella e buttato nell'olio caldo realizzando delle cialde croccanti che vengono riempite con la ricotta e spolverate di zucchero a velo.

Di solito, pranzando o cenando a Pantelleria, non si può rinunciare a questo abbinamento: il dolce Bacio di Dama con un bicchierino di Passito. Ma se avete dei pasticcini di mandorla o biscotti secchi (tipo i Cantucci) potrete provare esperienze uniche.

Spero che questo breve racconto vi spingerà a visitare l'isola di Pantelleria e a gustare il suo favoloso Passito davanti a un favoloso tramonto sul mare aperto e immersi nella sua natura selvaggia.

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Town Ambassador per Fumone all’inglese Lisa Eagles

Fumone uno dei borghi più belli e misteriosi del Lazio con il suo piccolo borgo medioevale racchiuso da mura e il suo castello dove è stato imprigionato papa Celestino V e dove il fantasma di un bambino aleggia fra le stanze del castello.

Per tutte queste sue caratteristiche Fumone è molto amata dai suoi cittadini ma anche da tutti coloro che nel passato hanno dovuto abbandonare la Ciociaria e l’Italia. Con l’amministrazione di Fumone avevamo già premiato l’americana Deborah Caponera che risiede a New York, ed ora raccontiamo la storia di un nuovo Town Ambassador: Lisa Eagles.

Un Town Ambassador un po’ diverso dagli altri perché Lisa è inglese e tanti anni fa per amore si è trasferita in Italia e ne è rimasta folgorata. Da allora, grazie anche alla sua attività di B&B è diventata un naturale punto di riferimento per tutti coloro che volevano scoprire Fumone e la Ciociaria, magari in cerca delle loro radici italiane.

Lisa Eagles è nata a Epsom, in Inghilterra, per lei la città dell’amore perché è proprio qui che ha conosciuto Giampaolo e lo ha seguito fino in Italia.

Ma Epsom è un posto e una città mitica, è famosa in tutto il mondo per almeno due aspetti: i “Sali di Epsom”, che offrono numerosi benefici alla bellezza e alla salute, e il Derby.

Questa è forse la più ricca e prestigiosa corsa dei cavalli che si disputa in Inghilterra, ma possiamo anche dire che è fra le più famose del mondo. Ogni anno, l’ippodromo della città diventa il centro sportivo e mondano per tutti gli inglesi, dalla regina giù fino a raggiungere ogni singolo suddito.

Ma come ha fatto Lisa a lasciare una città cosi interessante e coinvolgente? “Ho scelto l’amore, e lo rifarei altre mille volte. Quando ero in Inghilterra lavoravo in una farmacia e la sera, per mantenermi l’affitto e le spese andavo in un wine bar. Il proprietario era un italiano, il cugino di mio marito”.

Lisa ha conosciuto Giampaolo quando lui era andato in Inghilterra per lavoro e, pur parlando due lingue diverse, si sono subito capiti e innamorati. Dopo qualche anno a Epsom, Giampaolo ha sentito il bisogno di tornare in Italia, il lavoro era usurante e aveva una gran voglia di tornare alle radici:

“La scusa erano i mondiali del 1982, mio marito è appassionato di calcio e in quell’anno si giocavano in Spagna e così l’ho seguito. E che vittoria per l’Italia! Ci ha fatto venire voglia di rimanere. Per me l’Italia era appetitosa, mi faceva pensare al bel tempo e alle vacanze, quindi sono partita felice e sono rimasta senza rimpianti”.

In Italia Lisa si impegna in molti lavori insegnando inglese a giovani e adulti e facendo la baby-sitter. Poi il matrimonio con Giampaolo nel 1984 e qualche anno tre meravigliosi gemellini, tutti maschi!

Per avere una vita più semplice con tre bambini, Lisa e la sua famiglia si trasferiscono a Fumone, il paese dove era nato suo marito e che lei ha sempre amato di riflesso.

Il suo amore per questo bellissimo borgo la porta ad investire nel turismo, creando uno dei primi B&B della Ciociaria proprio nel centro storico di Fumone.

Il B&B Antico Borgo è subito diventato un punto riferimento di moltissimi stranieri che Lisa coccolava grazie alla sua grazia, al suo inglese e alla sua accoglienza dal sapore ‘italiano’. Tutti gli ospiti si sono sempre sentiti a casa e sono sempre tornati.

Da subito Lisa ha fatto quello che oggi viene definito un coach esperenziale, aiutava gli ospiti a scegliere esperienze di vita italiana vera da vivere durante il soggiorno.

Per l’amore e la passione verso Fumone, Lisa, si è appassionata anche di politica locale ed è diventata consigliere comunale: “Dovevo restituire a Fumone tutto quello che mi aveva dato”.

Nei suoi anni di politica ha celebrato un matrimonio “full english” ad una coppia di stranieri che quando erano venuti in visita a Fumone se ne errano innamorati e lo avevano scelto per celebrare il giorno più bello e importante della loro vita.

Durante i suoi anni da consigliere comunale ha sempre cercato di costruire ponti con gli emigrati all’estero per trasmettere loro le stesse emozioni che lei aveva provato in Italia. Avrebbe voluto digitalizzare la vecchia anagrafe, ma era in anticipo sui tempi. In ogni caso è stata l’interlocutore di tanti emigrati di III e IV generazione che cercavano i loro antenati a Fumone”.

Ancora oggi, nonostante il suo mandato sia concluso Lisa continua a mantenere legami con i clienti e con tutti i discendenti degli emigrati che cercano le radici italiane. Come il caso della sua amica Deborah Caponera, un’americana in cerca di connessioni a Fumone con cui poi ha stretto un legame forte e che è già stata premiata come Town Ambassador.

Lisa e Deborah hanno un bellissimo rapporto e insieme hanno aiutato il famoso artista anagnino Jago nel suo viaggio a New York:

“Ho conosciuto Jago per caso mentre passeggiavo tra i vicoli di Anagni e ho apprezzato subito le sue opere. Quando ho saputo che era in America ho chiesto a Deborah di andarlo a trovare, così lei ha portato moltissimi studenti della sua università a visitare l’esposizione di Jago”.

Lisa ama certamente Fumone e l’Italia ed è una vera costruttrice di ponti culturali ed emozionali fra il borgo e tutto il mondo che parla inglese.

È un punto di riferimento per questa comunità e per questa sua attività, Discoverplaces.travel e il sindaco di Fumone Maurizio Padovano sono onorati di conferire Lisa Eagles il Premio Town Ambassador.

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Daniele Paris, musicista e fondatore del Conservatorio di Frosinone

Curiosando in internet tra i siti dei comuni o su wikipedia si trovano sempre parti dedicate ai personaggi illustri di certi luoghi. E a Torre Cajetani? A parte Fra Marcello da Torre, una delle figure di spicco della musica nella seconda metà del ‘900 è Daniele Paris.

Per avere maggiori notizie sulle sue radici, ho chiesto informazioni a suo cugino Luciano Scarsella, che lo ricorda in questo modo:

I suoi genitori erano tutti di Torre Cajetani, tranne nonna Santina che era di Filettino dove mastro Cesare la conobbe, la sposò e la portò “in cima” alla Torre (Torre Cajetani) a cavallo di mulo.

Daniele era nato nel 1921 da famiglia molto umile e da subito tutti hanno capito che era portato per la musica, il padre Nazareno per farlo studiare fece fare a tutta la famiglia sacrifici inauditi. All’inizio fu seguito dall’organista Germani e poi da tanti altri maestri fino a diventare una figura fondamentale e rilevante per la nuova musica italiana e internazionale.

I sacrifici dei genitori sono stati ripagati però dalla buona riuscita e dalla prestigiosa carriera artistica musicale che ha portato Daniele ad essere tra i fondatori del prestigioso Conservatorio Licinio Refice di Frosinone nel 1972 ed a dirigerlo dal 1974 al 1989.

Daniele è stato un eccellente pianista, se la batteva con Arturo Benedetti Michelangeli, ma preferì la composizione e la Direzione d’Orchestra. Aveva un carattere molto schivo e qualche volta artisticamente ‘furastico’.

Durante le Settimane Internazionali di Nuova Musica, una importante kermesse internazionale dedicata alla musica sperimentale che si tenne a Palermo dal 1960 al 1968, sotto la sua direzione si esibirono per la prima volta vari compositori che poi divennero figure di spicco per la musica della seconda metà del ‘900.

Stiamo parlando di artisti come Guaccero, Bussotti, Cage e Stockhausen.

Inoltre fu uno dei soci fondatori dell’associazione Nuova Consonanza e fu uno dei promotori della nascita della scuola di musica di Frosinone, l’attuale conservatorio. Non a caso l’auditorium del Conservatorio è intitolato proprio a lui.

È stato anche autore-compositore di colonne sonore per film come Al di là del bene e del male, di Liliana Cavani, di documentari e di sceneggiati televisivi come la Vita di Dante con Giorgio Albertazzi.

Molti sono gli aneddoti legati alla sua persona. Luciano me ne ha raccontati alcuni:

“Ti racconto un aneddoto: eravamo negli anni ’60 e una sera di estate rientravo 


D’un tratto sulla corsia d’emergenza ho visto un uomo che camminava solo e spedito e mi sono domandato che cosa facesse quel matto, viaggia di notte a piedi sull’autostrada
a Roma da Torre Cajetani con la mia famiglia sulla mia 600 intorno alla mezzanotte per viaggiare con il fresco. Sulla autostrada incontrammo un traffico bestiale e all’altezza di Monteporzio Catone si marciava a passo d’uomo.

Osservandolo meglio ho visto che era Daniele.

L’ho chiamato per dirgli cosa gli fosse successo e se avesse bisogno d’aiuto e lui, tutto incazzato, mi ha detto che aveva lasciato la macchina alla moglie, era sceso e preferiva continuare a piedi!”

Daniele era molto sensibile ed attaccato alle proprie origini, alla propria terra, alla propria gente e paesani.

Per questo il 13 agosto del 1987 organizzò una estate torrigiana, un prestigioso concerto di musica classica all’interno del Castello Teofilatto in onore di Torre e della Cittadinanza.

Tutti ammirati e silenziosi i nostri paesani hanno goduto questo fantastico evento, l’unico concesso dal Maestro Paris:

“Mi ricordo che in quella magica irripetibile serata, dopo gli infiniti e convinti applausi, ho notato molti occhi lucidi. Fu un piccolo miracolo”.

Leggendo queste poche righe ci si catapulta in un mondo che non esiste quasi più, fatto di grandi sacrifici per far realizzare i propri sogni o quelli dei propri familiari. Era un mondo più difficile in cui vivere ma dove i sogni guidavano le scelte delle persone.

Con questo vogliamo rendere omaggio a lui ma anche alla sua famiglia che con grandi rinunce ha regalato al mondo musicale una figura di grande spicco che è sempre rimasta legata al nostro paese.

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Un piatto dedicato all’Isola Ferdinandea, l’isola che non c’è

L'Isola Ferdinandea… dal primo momento che fondammo l'Associazione enogastronomica Isola Ferdinandea nel 1996, nacque in me l'idea e l'impulso di trasformare l'Isola in un prodotto gastronomico.

Pensai allora ad un piatto che racchiudesse in sè la conformazione dell'Isola, quindi rilessi le cronache del tempo di quando spuntò dal mare come un tappo di spumante nel luglio del 1831, con sbuffi, lapilli e relative alghe che venivano portate alla luce.

In diversi pretesero il dominio dell'Isola, gli inglesi attaccarono la loro bandiera e la chiamarono Banco di Graham come si chiamava l'ammiraglio che vi pose la bandiera.

Poi i francesi che a loro volta pretesero l'isola mettendo la loro bandiera e la chiamarono Isola Giulia (da Juliette: luglio in francese).

Infine i Borboni, regnanti in quel periodo la fecero giustamente loro e la chiamarono Isola Ferdinandea, da Ferdinando II di Borbone!

L'Isola che non c'è venne poi definita, in quanto dopo circa sei mesi (quindi a gennaio) se ne ridiscese sotto il pelo dell'acqua. Oggi con mare calmo si intravede a meni di 7/8 metri di profondità.

Nel tempo osservatori subacquei hanno scoperto un banco vulcanico molto più esteso dell'Etna e lo battezzarono "Empedocle".

Tornando all'idea della creazione del piatto, mi vennero in mente i vari pesci che vi gravitano attorno: i marinai di Sciacca si vantano quando pescano in quel sito, per loro definito: "ù... bummulu"! (il contenitore di terracotta dove si mantenevano le bevande fresche) per il particolare gusto dei pesci grazie alle alghe ed al loro habitat.

Quindi il piatto riprende i pesci particolari che caratterizzano il mare di Sciacca e li unisce al colore della lava con il pomodorino.

Mentre le alghe sono simulate con della rucola fresca cruda e della zucchina verde tagliata a fiammifero e poi fritta in olio extra vergine d'oliva resa croccante.

Tutto spolverato con il pan grattato tostato che dà l'immagine dei lapilli e della pomice e posto in modo che il senso di croccante si manifestasse al palato.

Ovunque abbia proposto questo piatto, ho sempre ricevuto manifestazioni di apprezzamento e di buon gusto.

Per tanto utilizzando prodotti del nostro territorio, con semplicità ed amore venne fuori l'isola nel piatto. Si possono utilizzare tutte le tipologie di pasta, ma per simulare "ù...bummulu", occorre utilizzare pasta lunga, per poterla avvolgere e metterla in piedi.

Potete vedere la preparazione in questo link https://www.youtube.com/watch?v=RAJMx7xJ_zw&feature=youtu.be

Buona degustazione in abbinamento ad un buon vino Grillo di Sicilia!

 

 

 

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