Marco Carpineti e Kius: le bollicine perfette da Cori!

Quali sono le bollicine perfette per festeggiare un Natale, un compleanno, capodanno o anche una cena con il migliore amico?

In Italia questa scelta è certamente difficile con le tante varietà di uve e di sapori da territori diversi che abbiamo, ma una scelta la abbiamo fatta.

Abbiamo scelto un brut che non ha soltanto un sapore inconfondibile ma ‘sa di buono‘, nel senso che racchiude la storia di un territorio e l’amore di un uomo e di una famiglia.

Parliamo di Kius Brut dalle uve Bellone di Cori e Kius Extra Brut dalle uve Nero Buono di Cori. Non sono certo due vitigni conosciuti al grande pubblico ma sono il centro del mondo per Marco Carpineti che ha costruito la sua incredibile azienda di Cori proprio sulla riscoperta dei vitigni autoctoni.

La storia inizia quando Marco era un giovane elettricista figlio di un contadino molto legato alla sua terra. Alla morte del padre, nel 1985, Marco decide di abbandonare il lavoro sicuro  che aveva nel pubblico impiego e di iniziare a coltivare la piccola impresa de padre ma usando una nuova consapevolezza sul ruolo e l’importanza dell’agricoltore.

Inizia subito con la realizzazione della prima piccola cantina completamente fatta a mano con maestranze locali, un edificio di 7 x 12 metri.

Siamo a Cori e qui tutto parla di storia e di natura. Sulle pendici dei Monti Lepini nel versante caratterizzato da oliveti e vigneti che da verso la pianura pontina, a due passi dai sorprendenti giardini di Ninfa della Fondazione Caetani che sono fra i più belli del mondo.

Il legame con i Lepini è forte ed a loro è dedicato un museo dove il paesaggio contemporaneo viene letto e interpretato nella sua dimensione storica. Il presente come la conseguenza di una stratificazione di eventi, naturali e culturali, frutto dell’interazione tra l’uomo e l’ambiente. Ossia proprio di storia e agricoltura: e il ruolo del coltivatore diventa il protagonista della creazione dello spirito dei luoghi.

Cori ha radici antichissime, era stata fondata durante l'età del Bronzo di cui restano testimonianza le mura ciclopiche. E’ stata una fedele alleata di Roma partecipando alle guerre puniche e acquisendo la cittadinanza romana.

Ne sono testimonianza della sua importanza il tempio di Ercole eretto intorno all’80 AC e che domina la città dall'alto con quattro colonne sul fronte principale e il tempio dei Dioscuri, costruito fra il IV e il II secolo AC nell’area del Foro.

Il borgo medioevale trasuda di altre tradizioni che si rievocano nel Carosello dei Rioni durante la festa della Madonna del Soccorso, dove sono nati i famosi ‘sbandieratori di Cori’ conosciuti nel mondo.

Come si fa a non amare Cori? Come si fa a non essere pervasi dal suo spirito di ‘perla dei Lepini’ e a non cercare di valorizzare i prodotti della sua terra?

Questo è quello che in tutti questi anni ha fatto Marco Carpineti da quando ha deciso di dedicarsi all’agricoltura. E chi ama la terra la rispetta e usa solo metodi naturali per le coltivazioni, così la prima certificazione ‘bio’ risale al 1994, quando erano ancora poche persone a pensare di rispettare i cicli naturali dell’ambiente.

Oggi Marco Carpineti non è solo una azienda biologica ma biodinamica. Oltre al vino si produce olio dalla varietà di olivo Itrana.

Ma veniamo alle bollicine perfette che ora possiamo apprezzare in modo completo e olistico.

Ci sono due tipi entrambi realizzati con metodo classico, ossia la rifermentazione in bottiglia per 24 mesi.  Kius brut è uno spumante prodotto solo da uve di Bellone, un vitigno autoctono di Cori, con un colore giallo chiaro con riflessi dorati. Ha un profumo fruttato con note di lievito, gusto fresco, sapido con buona persistenza.

Kius extra brut è invece uno spumante prodotto solo con uve di Nero Buono di Cori con una fermentazione di 36 mesi. Il suo colore è rosa salmone tenue, ha un profumo agrumato e lascia una bocca fresca ed incisiva grazie ad un perlage sottile ed elegante.

L’ultima sfida di Marco Carpineti?

Quella di riscoprire la coltivazione originaria utilizzando i cavalli per l’aratura. I cavalli sono di una particolare razza da lavoro italiana e sono adatti a questo tipo di impiego. Solo una piccola parte dell’azienda utilizza gli animali, ma questo tipo di lavoro è una filosofia di vita, è un momento di comunione con tutti gli esseri del creato, è la vera essenza del rapporto fra uomo e natura.

Partecipare ad una aratura con cavalli è una immersione della nostra storia e, in fin dei conti, in noi stessi. Alla fine le bollicine perfette servono a ricordarci quanto sono buoni i frutti di questa ‘fatica’!

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Il panpepato è sempre stato presente sulla tavola imbandita per la vigilia e per il pranzo di Natale.

Nella nostra zona del Lazio i dolci natalizi hanno sempre rivestito la parte più importante, perché anticipavano l'apertura dei regali e di conseguenza ci dedicavamo sempre a mangiarli in un clima di convivialità e serenità tipici di queste festività.

Quando si arrivava al panpepato il godimento era assicurato: un'esplosione di frutta secca, canditi, cioccolata e sopratutto il sapore forte e deciso del mosto di vino cotto nella tradizione di Anagni!

Una prelibatezza assoluta, frutto delle sapienti mani delle nonne e delle mamme che raramente si sbagliavano quando si trattava di sorprendere le nostre papille!

La tradizione del mosto è tipica di Anagni, la città dei papi del medioevo che ha dato i natali a ben 4 papi. La città del famoso schiaffo di Anagni dato a papa Bonifacio VIII e la cui cattedrale nasconde uno dei capolavori assoluti dell’arte, una cripta affrescata considerata la cappella sistina del medioevo.

Io oggi vi propongo un panpepato rivisitato da me, sotto forma di mousse, adatto ad essere declinato ad ogni tipo di pranzo o cena, specialmente durante il periodo natalizio dove potrete sorprendere i vostri ospiti regalandogli una reinterpretazione di grande effetto!


PER LA PREPARAZIONE (x 6 persone)

- per la sfera di mousse: procuratevi uno stampo a mezza sfera di silicone, pochi euro massima resa e non solo per questa ricetta. Ora squagliate a bagno maria, in una bacinella di metallo, 300 gr di cioccolato fondente al 70% insieme a 270 gr di acqua.

Appena sarà sciolto ponete la bacinella in un'altra contenente acqua e ghiaccio, e iniziate a frustare a mano o con la frusta elettrica, finché non sarà montata (cambierà colore, si schiarirà)

- Per la panatura: procuratevi nocciole, noci, uvetta passa, arancia candita, pinoli e mandorle, fatene un trito riducendo il tutto a una granella tale da poterci impanare le sfere di mousse.

Impanate le sfere di mousse solo dopo averle fatte congelare (almeno 3/4 h), e ungetele con dell'olio in maniera tale che la panatura di frutta secca e canditi vi aderirà con maggior facilità.

- Per il mosto di vino cotto (per 1 lt): ponete in una pentola 150gr di farina e 150 gr di zucchero, accendete il fuoco e mettete al minimo.

Iniziate ad amalgamare gli ingredienti con l'aiuto di una frusta che vi servirà a evitare che si formino i grumi. Una volta che si sarà sciolto lo zucchero aggiungete il mosto d'uva pian piano per evitare che si formino grumi.

Fate cuocere il tutto per circa 10/15 minuti, arrivando a veder sobbolire il mosto. Dopo averlo fatto bollire spegnete e il vostro mosto è pronto.


 

PER L'IMPIATTAMENTO

Procuratevi un piatto fondo, anche se andrebbe bene qualunque altro tipo di piatto l'effetto con un piatto fondo è più appagante.

Versate un buon mestolo di mosto di vino sul fondo del piatto, magari dopo averlo intiepidito leggermente.

Posizionate la mezza sfera di mousse, oppure, se ne avete il tempo e soprattutto vedete che i vostri ospiti sono ancora molto affamati, posizionate due mezze sfere sovrapposte in maniera tale da formare una sfera.

Adesso spargete un po' di noce moscata e pepe, meglio se bianco che non sarà troppo invadente, fate cadere una manciata di trito di frutta secca e guarnite con dei ritagli di arancia candita.

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Il polpo è un ingrediente che non può essere accostato a nessun altro alimento marino. È infatti l'unico prodotto del mare che per essere gustato al meglio si fa cuocere nei suoi liquidi, nella "sua" acqua.

Esistono diverse scuole di pensiero riguardo la cottura del polpo e oggi grazie alle nuove tecnologie ne abbiamo a disposizione una gran quantità, tutte molto valide ai fini del contenimento del calo peso.

Questo è infatti un problema che nel polpo tende a manifestarsi in maniera molto palese: vi è mai capitato di acquistare un polpo per una ricetta e constatare a fine cottura che il vostro ingrediente principale si è ridotto della metà, e che di conseguenza

i vostri ospiti dovranno portare più dolci o più vino del previsto per ovviare a quest'inconveniente?

In ogni caso ora andremo ad utilizzare una tecnica in auge sin dai tempi della Roma pre-imperiale: la cottura in tegame di coccio (se non siete provvisti di questa pentola, un po' in disuso ormai, andrà benissimo una pentola d'acciaio inox delle più comuni).

A questo polpo abbiamo accostato un ingrediente di stagione quale la rapa rossa, a cui abbiamo aggiunto del peperoncino e una maionese di Alici che esalta la sapidità con un gusto di mare che ben si sposa con il polpo.

La rapa rossa che abbiamo scelto viene da Monte San Biagio, un borgo sui monti Ausoni non lontano dal mare, che è famoso perché proprio qui si è combattuta la seconda guerra punica intorno al 219 AC, quella che vedeva i Romani contro Annibale di Cartagine.

Monte San Biagio era attraversata dall’Appia antica e per molti anni è stato il posto di dogana fra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli e nel suo forte a Passo Portella hanno soggiornato principi e sovrani. Forse per questo essere a cavallo fra stati e culture diversi Monte San Biagio è un territorio dove si coltivano prodotti particolari con storie uniche.

PER LA RICETTA: 

- Per il polpo: ungete la pentola di olio d'oliva, fate riscaldare e rosolatevi il polpo insieme ad una patata. La patata ha lo scopo di rilasciare amido che servirà al polpo per cuocersi senza sfaldarsi e senza perdere colore.

Una volta rosolato, dopo circa 5 minuti di fiamma viva, sfumate con del vino rosso e aggiungetevi un bicchiere pieno d'acqua. Mettete la fiamma al minimo e cuocete per 40 minuti un polpo di pezzatura media (800/900 gr) dopodiché spegnete e lasciate che si freddi il contenuto.

Una volta raffreddato tagliate i tentacoli e la testa alla quale rimuoverete il beccuccio che si trova nella parte inferiore.

- Per la crema di rapa rossa e peperoncino: dopo aver pelato la rapa rossa tagliatela a cubetti di 1/2 cm di lato e saltatela in una padella rovente con un filo d'olio, aggiungete il peperoncino a piacimento (valutate se olio piccante o peperoncino secco), quindi proseguite la cottura a fiamma dolce con un po' d'acqua.

Quando sarà morbida, all'incirca dopo 15 minuti, frullatela, aiutandovi con un po' d'acqua e olio per raggiungere la consistenza desiderata.

- Per le gocce di senape: diluite un cucchiaino di senape con dello yogurt greco, decidendone le quantità in base al proprio gusto personale.

 

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Festa del Broccoletto di Roccasecca con assaggi e piatti molto originali

Con il freddo Roccasecca si anima attorno ad una delle sue coltivazioni particolari: il broccoletto di Roccasecca e la sua ‘festa’ celebrata ogni anno l’8 dicembre.

La storia di Roccasecca è legata alla sua posizione geografica di snodo fra Lazio e Abruzzo grazie al cammino lungo le suggestive gole del fiume Melfa scavate nella roccia. Il cammino collega la valle Latina con la Val Comino e dalla sua sommità Roccasecca controllava tutti i movimenti di eserciti e pastori sin dal tempo dei romani.

Questo le ha causato notevoli problemi soprattutto nella seconda guerra mondiale quando era stata scelta da un comando tedesco come posto di comando ed è stata poi pesantemente bombardata.

Nel dopoguerra l’economia di Roccasecca è ripartita grazie ad un saporito e gustoso frutto della terra, un particolare broccoletto chiamato Rapacatalogna dal sapore leggermente più amaro del classico broccoletto. Questa verdura veniva richiesta ovunque e veniva portata nei mercati delle principali città grazie alla ferrovia che a Roccasecca porta a Roma, a Napoli e in Abruzzo.

Viene riprodotta seminando o mettendo a dimora le piantine ad una giusta distanza e questo gesto si ripete ormai da secoli sempre con la stessa passione.

Per celebrare questa delizia, è nata la Festa del Broccoletto ogni 8 dicembre, una festa con una formula originale e atipica, se si pensa che in generale queste manifestazioni si svolgono in estate. Ogni commerciante del centro storico prepara un differente piatto e lo distribuisce nel suo negozio o nelle bancarelle del mercatino artigianale. Tutto accompagnato da musiche popolari della tradizione del centro sud Italia.

La varietà è straordinaria e spazia dall’antipasto al dolce e vengono preparati piatti che appartengono sia alla tradizione ciociara che a quella casertana. Infatti questi territori per secoli hanno fatto parte della provincia Terra di Lavoro del Regno Borbonico e sia il dialetto che la cucina risentono dell’influsso napoletano.

Ma per dare una idea della varietà di piatti facciamo un elenco delle principali delizie avvisando, però, che ogni anno ci sono novità e che la ‘realtà supera sempre la fantasia’.

Polenta con i broccoli

Pizza fritta riempita di broccoli. Prima si frigge l’impasto della pizza e poi si riempie

Filoncini di pane con dentro il broccolo, una specialità del forno locale

Frionza, uno dei più famosi piatti tipici di Roccasecca fatto con pane raffermo tagliato a pezzi piccoli e ripassato in padella con i broccoli

Sfogliatelle ripiene di broccoli e pezzettini di salsiccia. Un chiaro influsso della tradizione culinaria campana

Mortadella fatto con aggiunta di broccoli. E’ realizzata da una macelleria locale in modo artigianale sostituendo i pistacchi con i broccoli

Panino con salsiccia e broccoli, forse uno dei piatti più mangiati in tutto il centro sud Italia che sicuramente compete con i fast food in quanto notorietà e vince in quanto a sapore e qualità

Crostata di broccoli

Lasagne in bianco con broccoli. La lasagna è forse il piatto più famoso e rappresentativo dell’Italia all’estero e qui viene interpretato con i broccoli

Ad accompagnare questi piatti un ottimo vino locale dalla Valle di Comino e si può scegliere tra il famoso Cabernet di Atina DOC oppure andare a riscoprire i vitigni autoctoni con del Maturano e del Pampanaro prodotti dalla cantina Poggio alla Meta di Casalvieri.

Ovviamente nel mercatino è possibile acquistare anche del broccolo fresco da provare a casa inventando qualche nuovo modo originale. Poi si può mandare la ricetta al comitato che la sperimenterà l’anno successivo!

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Zucca e castagne sono i simboli della stagione autunnale e di conseguenza mi è venuto in mente di provare ad accostarli, ma oltre alla stagionalità mi sono venute in mente le loro proprietà nutritive.

Di origine americana la zucca si presenta arancione per il betacarotene ed è ricca di vitamina A e C. Inoltre è un ottimo antiossidante ed è anche poco calorica, essendo composta al 90% da acqua. 

Le castagne sono apprezzate da immemore tempo tanto che durante l'alto medioevo esisteva il mestiere del "castagnatores", persone specializzate nella loro raccolta e conservazione, e molte persone si sfamavano nutrendosi di questo frutto. Al contrario della zucca sono un alimento ipercalorico e di conseguenza bilanciano l'aspetto nutrizionale del piatto qui proposto.

La ricetta di questo primo piatto di “Zucca con Crema di Castagne” è nata dalla voglia di giocare con due ingredienti entrambi dolci che ho voluto diversificare senza alterarne le caratteristiche.

Ingredienti:

Vellutata di zucca · Crema e granella di castagne arrostite · Crostini di pane · Cipollotti arrostiti · Ricotta fresca · Origano e germogli di barbabietola

Procedimento

Per la zucca: soffriggere brevemente la zucca fatta a cubetti. Aggiungere acqua e lessare per circa 10 minuti, quindi frullare il tutto. No sale.

Per le castagne: cuocere le castagne nella padella specifica per le caldarroste, dopodiché sbucciarle e frullarle aggiungendo acqua e un filo d'olio fino a raggiungere la consistenza di una crema. Sale QB.

Per i cipollotti: pulire dallo strato esterno i cipollotti e cuocerli su una pentola di ghisa rovente per 4/5 minuti. Sale QB.

Per i crostini di pane: fare a cubetti del pane, meglio se vecchio così non butterete via nulla, e soffriggere in una padella rovente con un oilo d'olio, finché a doratura. Sale QB 

Impiattamento

Versare due mestoli di vellutata in un piatto fondo e aggiungere circa una decina di cucchiaini di crema di castagne. Adagiare i crostini e ricoprirli con i cipollotti tagliati a pezzetti. Ultimare con ricotta fresca e foglioline di origano, e se amate il piccante aggiungere qualche germoglio di rapa rossa.

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Tradizioni del 2 novembre ad Aquino: le Fave dei Morti

Le antiche tradizioni del 2 novembre rivivono ad Aquino nel Lazio meridionale dove l’antica via Latina, che passa sotto la romana Porta Capuana, cammina proprio parallela alla strada moderna e non si capisce se si vive il presente o il passato. L'Aquinum originale è a cavallo della strada al centro della città moderna.

La piazza è grande e rettangolare, circondata da case e negozi ricostruiti ovviamente dopo la seconda guerra mondiale. Ad una estremità c'è la cattedrale, con uno dei piani circolari costruiti nel dopo guerra e che oggi, mentre passiamo, celebra due funerali.

Forse Aquino è un buon posto dove morire. Ma sento che è anche un buon posto per vivere.

All'altra estremità della piazza c’è una statua alla Madonna e, dietro un bar, un'antica torre medievale e alcuni edifici di epoca simile - probabilmente sono stati restaurati durante il secolo scorso. Se si entra nella piccola piazza dietro il bar e si guarda dietro, si trova una nuova insegna al primo piano che informa sull'ufficio del Partito Comunista Italiano - ancora.

Ma oggi è la piazza ad attrarre la mia attenzione. È il giorno delle 'Fave dei Morti'. Beh, quelli che si trovano nella cattedrale avrebbero dovuto aspettare un altro giorno o giù di lì per morire perchè il piatto di fave e salsicce dalle grandi pentole, accompagnato da pane di mais, è delizioso.

I cittadini spuntano da tutti gli angoli della piazza all’ora predestinata ma non specificata per riempire i loro contenitori di plastica o per accettare un piatto di questa vecchia ricetta tradizionale offerto dall'associazione La Torre, che con piacere ha creato questa festa mattutina. A quanto pare, le fave sono ora riconosciute come un prodotto unico di questa zona, quindi con ogni boccone consumiamo un po' dell'anima del territorio Aquino.

È interessante notare che ci sono più uomini che donne anziane. Sono rappresentati tutti gli esponenti della società, i professionisti affidati, ovviamente i pensionati in attesa dell'occasione, più tardi, di sedersi in uno dei bar con le carte da gioco, i burocrati che sfuggono all'ufficio per un breve periodo, gli artigiani e quelli che promuovono Aquino come un nuovo bio-distretto. Ci sono alcune brevi presentazioni per incoraggiare i locali e i visitatori a sostenere il programma.

Mi siedo a una certa distanza dall'azione e mi accorgo che sono sotto l'influenza e l'ombra di un grande albero di quercia, ovviamente sfuggito alla forza dei due bombardamenti distruttivi di questa pacifica città nel 1943 e nel 1944, le bombe che hanno eliminato tutti gli edifici vicini. Mi chiedo se qualcuno degli altri alberi è precedente a quei 'doni dal cielo'.

Un signore attrae la mia attenzione. Ha due sacchetti di plastica, ognuna con un contenitore di Fave e Salsiccia. È vestito con una camicia e pantaloni di ocra pallido, un cappotto marrone chiaro e scarpe morbide scure. Viene in bicicletta che appoggia alla quercia.

Ha dei capelli tagliati quasi perfettamente bianchi. Battaglia con le borse fino a decidere di tenerle entrambe nella mano sinistra mentre si avvicina alla sua vecchia bici Lennano. Si gira e lentamente riprende a pedalare attraversando la piazza, magari portando a casa il pranzo per la moglie.

Circa venti altre persone rimangono un'altra ora in questa festa, parlando soprattutto di politica, o tornando per un'altra porzione di Fave dei Morti. E ora è il momento di lasciare la panchina e di ricongiungermi al mondo.

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History of the Potato and Petata of Leonessa
History of the Potato and Petata of Leonessa

È una delle prime parole che imparano i bambini e ognuno di noi ne ha mangiate molti chili, sembra che faccia parte della nostra civiltà da sempre ma ha avuto periodi di ostruzionismo: questa è la sintesi della storia della patata.

La patata arriva in Europa con i conquistatori spagnoli del Perù, che la prendono dagli Inca, e la sua prima descrizione risale al 1537. Dalla Spagna passa nei Paesi Bassi e in Italia (che era in parte un possedimento spagnolo) e qui viene chiamata ‘tartuffolo’ o ‘tartufo bianco’.

La sua prima comparsa in Inghilterra è nel 1588 grazie a Walter Raleigh, uno dei più famosi avventurieri della regina Elisabetta I. Walter era un navigatore e corsaro che scoprì territori americani e scelse il nome di Virginia per il nuovo stato americano in onore della sua amata regina.

Per molti anni la patata non gode di grande successo, forse perché la sua forma bitorzoluta ricordava un lebbroso, forse perché non era citata nella Bibbia, forse perché molti mangiavano le foglie che sono velenose. In Italia la patata viene portata alla fine del XVI secolo dai padri Carmelitani che consigliavano alcune ricette, ancora molto moderne, seppure con scarso successo.

Il successo della patata è dovuto a due fattori trainanti: la carestia del 1770 e le politiche intraprendenti del Re Sole di Francia.

Dal 1700 patata e mais, grazie alla loro resa agricola, diventano gli alimenti principali della dieta degli europei. Nel nord Europa la grande fame provocata dalla guerra dei sette anni (1756-1763) e dalla carestia del 1770-72 spinge le persone al consumo della patata che, crescendo sotto terra, si era salvata dalle distruzioni degli eserciti.

Ma la trasformazione da cibo per la sussistenza a prodotto alimentare ricercato, gustoso e appetibile, si deve ad un agronomo francese, Augustin Parmentier.

Mentre era prigioniero in Prussia, Augustin conosce la patata e la presenta in Francia come un ‘pane già fatto’ che non ha bisogno di mugnaio o di fornaio ad un premio per nuovi cibi contro la carestia.

Il re se ne innamorò e emanò un editto per obbligare tutti a coltivare questo tubero. Ma la costrizione non ebbe effetto ed allora il re, consigliato da Parmentier, usò un altro stratagemma. L’idea era di suscitare invidia e senso di emulazione da parte delle persone per portarle a desiderare di coltivare da soli le proprie patate.

Il re fece piantare le patate in un’area a Campo di Marte e fece presidiare questo terreno da guardie reali dicendo che si trattava di coltivazioni destinate solo al re. Questo suscitò piccoli furti e ruberie dei tuberi.

Dopo soli pochi anni la popolarità della patata era indiscussa e le sue ricette erano presenti in tutti i libri di alta cucina.

L’invenzione delle crocchette arriva nell’Ottocento grazie ad Antoin Careme.

Oggi la patata si consuma praticamente in tutto il mondo in molte ricette diverse ed è alla base della alimentazione di buona parte della popolazione occidentale. I diversi tipi di patate sono classificati in base alle caratteristiche della polpa a pasta gialla o a pasta bianca, più adatta per purè.

La patata – pètata Leonessana

L’altopiano di Leonessa, a una quota di quasi 1000 metri, è tradizionalmente vocato alla coltivazione della patata che qui assume un gusto e proprietà nutritive uniche. Il terreno ha meno ossigeno ma più nutrienti come vitamine e minerali e pochi zuccheri.

In queste condizioni la patata, sia quella a buccia rossa che bianca, è un po’ più piccola del normale e più farinosa e sicuramente più saporita. Pronta subito all’uso perché asciutta.

Lo zucchero, presente solo per il 16%, rende la patata di Leonessa adatta anche ai diabetici e alle cure dimagranti per i quali il dott. Ivo Pulcini ha creato una particolare dieta. È particolarmente indicata anche per gli sportivi proprio per la sua alta digeribilità.

Le qualità della patata di Leonessa sono talmente particolari che dal 1990 ogni ottobre si festeggia con la ‘Sagra della Petata Leonessana arrosta, lessa e rescallata 'ideata e realizzata dal prof. Ivo Pulcini nel 14.10.90, con tanto di premio per la patata più grande.

Il nome dialettale sottolinea il forte legame con il territorio e il modo in cui tradizionalmente viene cotta. La patata ‘rescallata’ è un’antichissima ricetta in cui le patate lesse vengono saltate in padella con cipolla e pancetta fino a renderle profumate. Da provare assolutamente!

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Serrone- Cesanese del Piglio by Giancarlo Flavi
Serrone- Cesanese del Piglio by Giancarlo Flavi

Tre sono le aziende certificate che producono il prelibato vino rosso Cesanese del Piglio DOCG a Serrone e tutte sono caratterizzate da una storia di forte legame con il territorio. Il vino è l’unico vino rosso DOCG del Lazio e per la qualità raggiunta dai produttori, oggi il vino Cesanese del Piglio DOCG si ritrova nelle migliori tavole e nei migliori ristoranti.

La leggenda narra, che il Caravaggio in fuga da Roma si era rifugiato a Paliano ne fu un grande estimatore di questo vino.

La cantina dei Vini Giovanni Terenzi è nata alla fine degli anni ‘50 da Giovanni e sua moglie Santa e oggi continua con i tre figli. Negli anni ’90 avviene il salto di qualità con la decisione di avere bottiglie con etichetta e una propria riconoscibilità che da allora ha portato i suoi vini in varie parti del mondo.

Il vigneto si trova nella frazione La Forma e ha una superficie di circa 12 ettari. Giovanni Terenzi usa le migliori tecnologie per accompagnare la produzione pur conservando gelosamente il segreto di questo vino.

La seconda storica azienda è "Antiche Cantine Mario Terenzi", tramandata da padre in figlio, che vanta una tradizione centenaria. Oggi i fratelli Emanuele e Paolo rappresentano la quinta generazione di viticoltori.

La filosofia aziendale è da sempre orientata verso un perfetto equilibrio fra antico e moderno: “è proprio dalla fusione delle nostre tradizioni con le più moderne tecnologie che nascono i nostri vini, le cui uve provengono da vigneti coltivati in maniera tradizionale, nel pieno rispetto della natura e dell’uomo”.

Il terzo produttore è l’azienda agricola Rapillo che è stata completamente rinnovata nel 2000 attraverso la riconversione dei vecchi vigneti l’impianto di nuovi e l’ammodernamento della cantina. L’azienda è completamente esposta a mezzogiorno su una superficie totale di 3 ettari e si sviluppa su terreni di origine tufacea e calcarea. I vini rossi, la parte più cospicua, sono ottenuti dalla vinificazione del Cesanese.

Accanto alle produzioni di vino rosso, i viticoltori di Serrone producono ottima Passerina, il vino bianco della Ciociaria famoso per la sua delicatezza che lo rende un perfetto vino per accompagnare i pasti leggeri.

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