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La Sabina è una splendida area a cavallo fra le province di Roma e Rieti dove si possono trovare alcuni sorprendenti vini. 


Un territorio in assoluta prevalenza montuoso ma con montagne dalle forme aspre e non molto elevate, la massima altitudine è quella di Monte Navegna, nei Monti Carseolani, di 1508 metri. L’unica ampia area pianeggiante della Sabina è la conca reatina.

Magliano Sabina riassume tutto lo spirito della Sabina ma con il vantaggio che grazie alla sua posizione è adatto alla coltivazione dei vitigni e degli oliveti. 
È nato migliaia di anni fa come porto sul fiume Tevere e collegata a Roma dalla Via Flaminia, quindi Magliano era un crocevia commerciale e di culture. Poi con l’arrivo dei barbari, la popolazione si spostò su una altura fondando quello che oggi è il centro medievale, il borgo antico.
Prima di raccontare dei sorprendenti vini di Magliano Sabina, vorrei raccontare una delle storie più incredibili che sono accadute e accadono nei piccoli borghi italiani come Magliano Sabina e che rendono lo spirito italiano. La strana storia di San Liberatore che diventa San Liberato e viceversa, che potete leggere QUI!
Nel medioevo, per essere sede vescovile, una chiesa doveva avere le reliquie di un vescovo e quando papa Alessandro VI Borgia doveva passare per Magliano con le sue truppe, la nomina sede vescovile al posto della vicina Vescovio e la costringe a correre alla ricerca di una giusta reliquia. 
Inizia una disputa fra paesi che è durata secoli con molti papi che si sono pronunciati e un culto che qualche volta riguardava San Liberatore e qualche volta San Liberato.
Ma torniamo ai vigneti e al vino della Cantina Sociale Vini dei Colli Sabini. Il clima di Magliano è piuttosto dolce nella parte occidentale, aperta sulla valle del Tevere ed esposta all’influenza del mare Tirreno, mentre in quella orientale, più elevata e accidentata, ha caratteri appenninici con piogge abbondanti, sensibili escursioni termiche diurne e inverni rigidi.
I vigneti dei soci sono dislocati, in maggior parte, sui pendii sopra il fiume Tevere, dove terreni meno fertili, giuste esposizioni ed una ventilazione ottima concorrono a far si che la vite si sviluppi senza particolari problemi.
I viticoltori della zona di Magliano Sabina hanno costituito l'azienda nel 1969 e, a distanza di 50 anni, rappresenta una delle cooperative più importanti nella provincia di Rieti. 


La Cantina Sociale Vini dei Colli Sabini è stata sin dall’inizio rivolta alla valorizzazione del territorio attraverso i suoi vini, e da qualche anno ha iniziato una progressiva ristrutturazione dei vigneti dei propri soci. Per questo ha stretto relazioni con professionisti e ha avviato una modernizzazione dei macchinari enologici che garantiscono i protocolli di vinificazione e che esaltano le caratteristiche delle uve del territorio.
I vitigni della zona sono soprattutto varietà locali come il Sangiovese, il Trebbiano, la Malvasia Puntinata ed il Grechetto ai quali sono stati affiancati negli anni vitigni internazionali, come il Merlot ed il Cabernet Sauvignon, che hanno trovato nel clima caldo della Sabina una meritevole espressione. 
La produzione vitivinicola viene costantemente controllata, dal germogliamento della vite fino alla vendemmia, in modo da poter conferire in cantina uve sane ed al giusto grado di maturazione fenolica e tecnologica.
La vinificazione delle uve segue la stessa filosofia di quella agronomica, ovvero minor interventi possibili sia in fase di fermentazione sia in fase di affinamento e stoccaggio al fine di esaltare al massimo il Terroir di questa magnifica zona.
Siamo sempre stati molto attivi nella valorizzazione del territorio, nel 1996 l’azienda ha ottenuto il riconoscimento del disciplinare di produzione DOP Colli della Sabina. Il frutto di tale impegno è la produzione della linea “Cavalier Manlio”, in onore del fondatore di Magliano Sabina, nella versione sia bianco che rosso DOP COLLI DELLA SABINA. 
Ecco alcune caratteristiche di questo vino rosso di circa 13 gradi, dal colore rubino intenso e un ottimo equilibrio di sentori speziati (pepe) e fruttati (ciliegia). Un vino di ottima struttura, con tannini morbidi e mai aggressivi, morbido al palato grazie alla buona presenza di glicerina e un finale lungo e persistente. Viene prodotto con uve Sangiovese 40%, Montepulciano 30% e Merlot 30% ed è perfetto per selvaggina, formaggi di pecora e salumi piccanti come quelli di questo territorio.
Per il vino bianco consigliamo un Cavalier Manlio Bianco con uve Malvasia del Lazio 50%, Trebbiano 40% e Grechetto 10%. Un vino dal colore giallo paglierino carico dal profumo intenso di frutti a polpa bianca (mela) e dal sapore rotondo, vinoso e fresco.
Per maggiori informazioni e per acquisti si può andare sul sito della cantina https://www.cantinadeicollisabini.it/ o seguire la pagina Facebook Cantina dei Colli Sabini.
E non dimenticate il famoso Olio Extravergine della Sabina DOP!
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Abruzzo è terra di pastori e il suo territorio è percorso da numerosi tratturi, le vie lungo le quali passava la transumanza e che oggi sono state dichiarate patrimonio immateriale dell’Umanità dall’UNESCO.

I pastori spostavano il loro gregge due volte l’anno, in estate nei pascoli freschi della montagna e in inverno in quelli meno freddi vicino al mare. Hanno percorso per millenni gli stessi sentieri che sono stati descritti in testi antichi. Nel loro cammino partecipavano a fiere e contribuivano all’economia del territorio. 

Per questo la cucina abruzzese ha tanti piatti a base di agnello e di pecora. Dai famosi arrosticini entrati nella tradizione italiana nel mondo a piatti particolari e tipici di specifiche zone.

Teramo era una delle ultime tappe con la sua posizione fra due fiumi e a poca distanza dal Mar Adriatico, ed è sempre stata una città indipendente e piuttosto bellicosa. Diciamo che la sua storia è stata caratterizzata dal dover contenere le mire espansive dei suoi vicini e dal doversi reinventare dopo dure calamità naturali come i terremoti.

Nella sua cucina ‘non si butta niente’ e forse per questo motivo uno dei suoi piatti tradizionali sono le “mazzarelle”, degli involtini di interiora d’agnello chiuse in foglie di lattuga o indivia e legate con il budellino.

Venivano preparate soprattutto a Pasqua, quando nelle famiglie si cucina l’agnello simbolo di Gesù che si lascia morire per la nostra salvezza. Qualcuno mangiava la parte nobile dell’animale e qualcuno poteva avere solo quello che a Roma si chiama il quinto quarto. 

Secondo la tradizione Teramana, le mazzarelle si mangiavano al mattino con la colazione pasquale insieme alle uova sode benedette e alla pizza pasquale.

Oggi questo piatto è talmente entrato nella vita delle persone che è entrato nella lista dei PAT – Prodotti Agroalimentari Tradizionali del ministero italiano e si possono gustare in ogni momento dell’anno.

La ricetta di oggi viene presentata da Daniele Zunica, quarta generazione di una famiglia che gestisce un ristorante a Civitella del Tronto dal 1880. Tutto parte da una locanda per viaggiatori e oggi è uno dei posti migliori dove ritrovare la vera cucina abruzzese con piatti tra tradizione ed innovazione. 

Tutti i prodotti che usano vengono dal territorio da produttori selezionati per la qualità e l’attenzione all’ambiente. Se poi volete imparare a cucinare, Daniele e il suo staff organizzano anche corsi di cucina ove imparare a conoscere a fondo sapere e sapori abruzzesi.

Ricetta delle Mazzarelle Teramane

Ingredienti: 

Coratella d’agnello (cuore, fegato e polmone)

Budella

Aglio e cipolla

Prezzemolo, rosmarino, maggiorana, alloro, chiodi di garofano, timo, salvia

Peperoncino

Trebbiano d’Abruzzo

Olio extravergine d’oliva

Foglie di lattuga o indivia

Sale e pepe

Passata di pomodoro

Si inizia dalla pulizia delle interiora: apriamo quindi le budella nel senso della loro lunghezza, e le laviamo accuratamente strizzandole più volte. Quando saranno diventate di color chiaro e ben pulite, risciacquiamo con acqua ed aceto. 

Tagliamo a listelli la coratella, laviamo e mettiamo a scolare, dopo aver salato, insieme con le budella. 

A questo punto si può iniziare la realizzazione del piatto prendendo una foglia di lattuga/indivia e disponendo su quest’ultima 3-4 listelli di coratella. A queste si aggiungere un po' di cipolla, di prezzemolo e d'aglio. 

Quindi arrotoliamo e leghiamo con le budella, e via via che gli involtini saranno preparati li mettiamo nuovamente a scolare. Queste sono le ‘mazzarelle’.

Ammorbidiamo quindi le mazzarelle in acqua salata con alloro e chiodi di garofano portando a ebollizione e facciamo cuocere per circa 2 ore a fuoco lento.

Per la parte finale, in una padella mettiamo a soffriggere gli odori, e aggiungiamo le mazzarelle e qualche mestolo dell’acqua di cottura. Quando cominceranno a friggere (ed olio e acqua saranno stati assorbiti), aggiungiamo il vino Trebbiano d’Abruzzo e lasciamo sfumare. 

Le mazzarelle possono essere consumate “in bianco” o con l’aggiunta della passata di pomodoro.

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Tutti noi la vita in quarantana sembra impossibile!

Tutto si è fermato, eccetto i supermercati, ma a parte la triste motivazione di questa quarantena, direi che non mi ci sto trovando male! Mi manca fare lunghe passeggiate, mi manca correre controvento, mi manca bere un caffè al bar, mi manca salutare il barista, insomma mi mancano le stesse cose che mancano a tutti.

Ma sto cercando di considerare questa quarantena come fosse una sorta di "viaggio" e quindi mi adatto a esso. Anche se non abbiamo la possibilità materiale di viaggiare, ricordiamo che la nostra mente è programmata anche per viaggiare con la fantasia e non solo....

In questo mio viaggio virtuale, ho deciso di riprendere la mia valigia rossa e di infilarci dentro tutte le documentazioni avute dalle mie ricerche, queste saranno i miei souvenir... 

Primo souvenir: India

Questa mattina mi sono svegliata ancora con addosso l'emozione del film che ho guardato la sera prima e dato che si tratta di un film “bollywoodiano” ho deciso di documentarmi sull'India e sulle loro usanze. 

Lo sapevate che ...? 

Sapevate che in India l'ospite è sacro? per loro l'ospite è un Dio e come tale va servito e riverito.

Lo sapevate che, quando ci viene offerto del cibo, bisogna rifiutare per due volte e poi accettare? inoltre prima di sedersi a tavola, bisogna lavarsi le mani. 

Pensate che nei ristoranti indiani ci sono dei lavabi appositi per le mani, divisi da quelli del bagno, perché come tutti noi sappiamo, in India, in particolare nella parte Sud, è uso consumare il cibo con le mani, quindi prima di iniziare a mangiare è bene lavarsi le mani. 

Bisogna lavarsi le mani anche fra una portata e l'altra, perché restare con la mano sporca non è ben gradito. Quando si mangia, si fa molta attenzione a sporcarsi solo le dita, perché se si sporca tutta la mano, vuol dire che siamo maleducati e che non sappiamo mangiare. 

Inoltre, bisogna mangiare solo ed esclusivamente con la mano destra, non con la sinistra. Infatti la mano sinistra è considerata "sporca", in quanto è usata per l'igiene e quindi il cibo non va toccato con questa mano e nemmeno i piatti. 

Qualora il piatto viene toccato con la mano sinistra, lo stesso cibo viene considerato "sporco", quindi se dovessimo incontrare una persona indiana o se un giorno decideste di vistare l'India, tenete bene presente questa cosa. 

Inoltre, ringraziare non è ben apprezzato, perché è come se fosse un pagamento, ma il modo migliore per far capire che abbiamo gradito il cibo è quello di mangiare tutto, tutto. 

Con queste notizie, però, mi è venuta una gran fame e soprattutto una voglia di provare a gustare il cibo con le mani ;). 

No disturb please! Stasera viaggio e si cena dinanzi al Taj Mahal con dei Samosa

Ricetta dei Samosa

Antipasto tipico indiano e facile da cucinare!  Ingredienti:

250gr di farina

100ml di acqua

Patate

Cipolla

Piselli

50ml olio di oliva

Sale q/b

Peperoncino

Cumino 

Preparazione 

Prepariamo l'impasto usando la stessa tecnica che si usa in ogni parte del mondo. Quindi, mescoliamo in una ciotola 250 gr di farina con l'acqua e olio e il sale, lavoriamo il tutto con le mani, fino ad attenere una consistenza simile a quella per la pizza.

Poi prepariamo il ripieno: facciamo sbollentare le patate e poi ripassiamole in padella con olio, cipolla, piselli, peperoncino e cumino. 

Intanto che facciamo raffreddare il ripieno, stendiamo la pasta e creiamo delle piccole pizzette tonde che poi andremo a dividere in due, ci troveremo due mezzelune che dobbiamo andare a riempire e poi a chiudere dando la forma di un cono.

Possiamo friggerli o cuocerli in forno a 200° per circa 15 minuti. 

Ovviamente la ricetta originale è diversa, questa è una versione più adatta a noi e con ingredienti facili da avere in casa. 

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Un pesto originale per accompagnare un pesce che fa parte da sempre della cucina mediterranea.

Infatti l'orata è un pesce che vive anche nel Mar Mediterraneo, in particolare lungo le coste e nelle lagune non lontano dalla terra ferma, ed è entrato praticamente nella cucina tradizionale di ogni paese che si affaccia su questo meraviglioso mare. 

Solamente in inverno, l’orata si sposta in mare aperto formando banchi più numerosi per difendersi dal freddo. 

La sua carne è soda e saporita e in cucina è sempre stata usata. Era uno dei pesci preferiti degli antichi romani che la cuocevano alla brace e poi la condivano con salse che oggi sono improponibili. 

Ad esempio, conoscete per esempio il garum? Una salsa fatta la fermentazione delle interiora di pesce e sale che i romani usavano per esaltare il sapore di molte pietanze e per bilanciare la loro dieta ricca di cereali. Mi incuriosisce ma non ne sento la mancanza.

Negli ultimi anni in Italia si è molto sviluppato l'allevamento in mare aperto che da orate con carni un po' più grasse.

Ricetta delle Fettucce al ragù di orata

Per prima cosa si prende l'orata e la si sfiletta. Useremo solo la polpa a cui abbiamo tolto le eventuali lische rimaste.

Poi prendiamo un paio di pomodorini, li tagliamo a metà e togliamo la parte interna acquosa. Intanto in una padella mettiamo l'olio, uno spicchio di aglio in camicia, qualche cappero dissalato (di quelli piccolini chiamati lacrime di Venere) ed i pomodorini tagliati a dadini.

Facciamo prendere calore ed aggiungiamo la polpa dell'orata triturata grossolanamente e lasciamo cuocere per pochi minuti. 

Adesso prepariamo il pesto di prezzemolo: mettiamo in un bicchiere per frullatore ad immersione il prezzemolo lavato, solamente le foglie, qualche grano di sale grosso ed un poco di olio. 

Frulliamo per qualche secondo e poi aggiungiamo un poco di acqua, le mandorle ed il succo di limone. Poi frulliamo ancora fino ad ottenere una crema. 

Lessiamo la pasta, la scoliamo al dente e finiamo la cottura in padella aiutandoci con l'acqua della pasta. Impiattiamo, con il pesto a parte, un giro d'olio ed una macinata di pepe nero. 

Nel bicchiere? Un Laluci del Baglio del Cristo di Campobello, vino bianco siciliano di uve Grillo.

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È d’uso a Teramo che il primo maggio vengano servite in tavola, quasi ritualmente, “le Virtù”.


[caption id="attachment_112541" align="center-block" width="559"] Foto di "Moving Teramo"[/caption]
Questo antichissimo piatto di origine contadina e profondamente legato ai ritmi che la natura imponeva, è la sublimazione della “cucina degli avanzi”. Nei giorni prima del primo maggio, le massaie ripulivano le loro madie dalle verdure e dai legumi raccolti nella stagione precedente perché: non si deve sprecare nulla.
A queste erbe venivano poi aggiunte, in maniera propiziatoria, le primizie dei campi e poi gli scarti del maiale: orecchie, piedi, naso, ossa. 
Il tutto viene cucinato nell’arco di ben tre giorni!
Quando ho avuto l’occasione di mangiarle la prima volta, ospite di una signora teramana, religiosamente legata agli usi e tradizioni contadine, mi venne raccontato che nel passato le Virtù erano prodotte dall'intera comunità che poi le distribuiva agli indigenti. 


Tale usanza, con l’evoluzione socio economica, si era trasformata ma era rimasta l'abitudine di cucinare le Virtù in grande abbondanza e di offrirle in omaggio ai vicini, alle persone care e anche a semplici e occasionali conoscenti. 

Come si preparano le Virtù?


Grosso modo, vado a memoria seguendo anche i ricordi delle papille gustative (spero che i Teramani mi perdonino). 
Ogni ingrediente va cucinato singolarmente: i legumi secchi vanno messi a reidratare (quindi almeno 12 ore di ammollo) e poi lessati, aromatizzando le varie cotture con salvia, alloro, aglio. 
Ai fagioli vanno aggiunte le cotiche, orecchie, piedi, muso del maiale e altra polpa ricavata dal maiale stesso. 
A parte si preparano le verdure: cipolla, sedano, carote, scrippigni (cardo selvatico), borragine, maggiorana, aneto, bietola, pipirella (una sorta di timo), finocchietto che si aggiungono man mano ai legumi. 
Poi, tutte le verdure tutte rigorosamente di campo vengono sminuzzate, lessate e ripassate in padella: cicorie, bietole, spinaci, lattughe, erbe spontanee, asparagi, porro, sedano, finocchietto selvatico, zucchine, carote, patate.
Poi si prepara il sugo di carne e ossa – la carne è soffritta - nonché le pallottine (piccole polpettine di macinato). Si uniscono piselli e fave cucinati anch’essi a parte. Le verdure e legumi sono presenti in misura preponderante rispetto la carne. 
Il tutto è assemblato gradualmente nel pentolone, a fuoco lento. 
Per ultimo si aggiunge la pasta, secca e fresca, con e senza uovo, tagliata in vario modo: tagliolini, rombi, quadrucci, maltagliati.
In abbinamento a questo piatto, decisamente laborioso anche per la digestione, è consigliabile un Cerasuolo d’Abruzzo (“cirasce” in Abruzzese significa ciliegia), ottenuto da uve Montepulciano vinificate in bianco. Un vino leggero, da tavola, tipico dei contadini abruzzesi e ideale per rinfrescare la bocca. 
Concludo porgendo un calorosissimo saluto a Teramo, che per tre anni è stata la mia “patria” e che nel mio cuore lo è sempre, con l’augurio che anche in questa circostanza San Berardo ci protegga.

Foto di Copertina di "Tesori D'Abruzzo"
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Il vino dei Castelli Romani lo conoscono in molti, anche quello del Piglio (e siamo in provincia di Frosinone), la Tuscia con il suo Grechetto non è da meno così come la provincia di Latina con il Moscato di Terracina e il Bellone.

[caption id="attachment_112465" align="center-block" width="800"] Photo courtesy "Cantina Le Macchie"[/caption]

Ma Rieti e la Sabina?

Rieti è una delle città medioevali più belle e vive d’Italia con la sua cinta muraria e l’aperitivo in piazza, con il limpido fiume Velino dove in estate si gareggia con la tinozza. Si può andare alla scoperta dell’antica via Salaria nella Rieti Sotterranea o dove si sfida la resistenza delle papille gustative a Rieti Piccante, la festa dedicata al Peperoncino.

Tutta la Sabina è una terra ricca di storia e di leggende, tra cui quella del famoso Ratto delle Sabine secondo la quale i romani rapirono le donne dei Sabini per poter dare inizio alla stirpe della grande Roma. Una Valle Santa percorsa da San Francesco che vi ha predicato per anni e fatto realizzare alcuni dei più suggestivi monasteri d’Italia.

Posta in una conca sotto le montagne dell’Appennino con il vicino maestoso Monte Terminillo, Rieti sembra essere la provincia meno vinicola del Lazio, e per numeri in effetti lo è, anche a causa di condizioni climatiche obiettivamente più difficili per la coltivazione della vite. Inverni freddi, spesso freddissimi, e poche colline adatte alla crescita di uva in modo continuativo, anche se il cambiamento climatico sta modificando un po’ le cose.

Su Discoverplaces abbiamo parlato della vicina Leonessa grazie a Ivo Pulcini, Direttore Sanitario della S.S. Lazio, e da lì siamo partiti alla scoperta del vino di questa zona.

Perché i posti dove si fa vino, e anche buon vino, ci sono anche qui. Come racconta l’esperienza della cantina Le Macchie di Castelfranco di Rieti, a due passi dalla città.

Qui si estendono vigneti ben curati, siamo tra la conca Reatina e il Monte Terminillo, ad un’altitudine notevole tra i 610 e 650 metri sul livello del mare. Il terreno è molto interessante e ricco di minerali, qualcosa di molto importante per chi decide di fare vino. Una base di partenza capace di dare spesso una identità precisa a tutta la produzione di una cantina, come in parte accade per Le Macchie. 

[caption id="attachment_112474" align="center-block" width="750"] Photo courtesy "Cantina Le Macchie"[/caption]

Ma a rendere davvero uniche le etichette di questa azienda è la scelta dei vitigni, ampia e con qualche chicca davvero unica. 

Viste le temperature, viste le montagne vicino, visti i terreni (e forse anche i gusti dei proprietari) a Le Macchie producono uve bianche uniche per il Lazio e per tutto il centro-sud Italia: Riesling e Gewurztraminer.

Vitigni del freddo, che trovano qui un areale decisamente adatto, e nel bicchiere il risultato è davvero piacevole. A questi si affiancano i vitigni classici della regione, dal Cesanese alla Malvasia Puntinata, per diverse linee e nomi che si fanno apprezzare e ricordare. 

Sono da degustare Il Bandolo della Matassa, vino rosato da Sangiovese e Montepulciano, Scarpe Tose da Gewurztraminer, L’Ultimo Baluardo da Cesanese e il vino passito da meditazione “Se Bo Be Bi”, una Malvasia del Lazio IGT. 

Tecnologia innovativa e tanta fatica in vigna, idee nuove per un territorio che si affaccia sul mondo del vino con un grande carattere e una capacità di accoglienza che da queste parti è sempre stata un valore in più.

Basta andare sul sito www.cantinalemacchie.it per prenotare la propria visita guidata dell’azienda con relativa degustazione. L’enoturismo è di casa qui e appena potremo uscire di nuovo alla ricerca della bellezza del nostro Paese potremo sperimentarlo di persona!

Foto di proprietà della Cantina Le Macchie
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Questa ricetta prende spunto da 2 grandi piatti della tradizione romana, la GRICIA e i CARCIOFI alla BRACE di VELLETRI, e li lega attraverso la pasta italiana per eccellenza: le fettuccine all‘uovo. 

Inoltre, Clotilde ha unito i gusti tradizionali con tecniche innovative per la realizzazione di un piatto che raccoglie il meglio dei prodotti delle campagne romane e ciociare

Ma andiamo per gradi: se tutti sanno cosa è la gricia, forse non tutti conoscono la matticella, anche se a Velletri c’è addirittura una sagra dedicata proprio ai carciofi alla matticella

L’area di Velletri è storicamente dedita alla coltivazione dell’uva e alla produzione di un ottimo vino che era apprezzato sin dai tempi dei romani. Anzi si narra che San Francesco nel 1222 sia passato per Velletri e abbia fatto il miracolo di liberare le vigne da vermi, chiamati Magnacozze, che stavano distruggendo le piante.

Chi coltiva la vigna sa che si deve potare due volte l’anno e ogni potatura comporta la produzione di una ingente quantità di sterpetti che a Velletri lasciano essiccare per usarli in cucina. Infatti, con gli scarti della potatura dei vigneti si prepara il letto della brace sul quale cuocere le ‘matticelle’, ossia gli stralci della potatura.

In questo modo i profumi degli sterpetti dei vigneti penetrano nel carciofo e aumentano il suo profumo arricchendolo di una particolare sfumatura. Una tradizione che a Velletri viene celebrata ogni anno.

Per questo piatto abbiamo scelto prodotti di eccellenza della campagna a sud di Roma: il carciofo di Sezze, un carciofo romanesco che è una prelibatezza dei Monti Lepini, e il guanciale di Veroli.

Ricetta delle Fettuccine alla Matticella

400 gr fettuccine all’uovo, 120 gr Pecorino Romano, 150 gr guanciale stagionato di Veroli, 2 carciofi di Sezze, 50 ml di vino bianco Velletri, 3 gr di pepe nero, sale 

Tutto parte dai famosi carciofi di Sezze che puliamo dalla barba interna e li farciamo con aglio, mentuccia, prezzemolo e guanciale prima di cucinare il nostro carciofo. 

Per quanto riguarda le foglie esterne del carciofo, ne togliamo soltanto una fila perché ci serviranno per mantenere l’interno morbido una volta messo il carciofo sulla brace. 

Quando è pronta la nostra brace, infiliamo il carciofo dal fondo del carciofo e lo cuociamo per circa 15 min, ma il tempo dipende dalla grandezza del carciofo. 

Una volta cotto lo priviamo dalle foglie esterne e lo mettiamo a cuocere in sottovuoto a bassa temperatura 93° per 1 ora abbattiamo e tagliamo a losanghe. Nel frattempo tagliamo il nostro guanciale a listarelle dello spessore di 2 cm e lo mettiamo in padella a tostare fino a doratura complete.

Sfumiamo con mezzo bicchiere di vino e aggiungiamo i nostri carciofi tagliati. 

Scoliamo le fettuccine facciamole insaporire con la salsa innondando il tutto con il nostro pecorino romano “coccia nera”. Una bella grattata di pepe nero e tutti a tavola.

E se volete assaggiarla da chi è esperto e che vi può guidare alla sua scoperta, potete venire da Clotilde a Roma a Piazza Cardarelli, proprio all’angolo con Via della Scrofa, una delle aree più belle di Roma. Potrai così gustare i nostri piatti e fare una passeggiata nel cuore della nostra splendida città.

Il carciofo è uno dei cibi di più difficile abbinamento con il vino, noi consigliamo un Cesanese del Piglio. Abbiamo scelto un Camere Pinte dell’azienda agricola L’Avventura.

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Il frutto degli Dei dopo il cioccolato, per i Maya l’avocado era uno dei frutti più preziosi e sacri della loro cultura. Un tempo utilizzato come moneta di scambio, oggi popola i nostri scaffali del supermercato, intrufolandosi nelle ricette di tutti i giorni. 

Salutare, buono e antico, oggi l’avocado è anche il protagonista di una rivoluzione a dir poco “colturale” nella nostra amata Sicilia.

10 anni fa’ se vi avessero fatto assaggiare un avocado, sareste rimasti colpiti da questo strano frutto che per il consumatore Italiano era alieno in tutto. Dal suo utilizzo, dal primo al dolce, fino al sapore che molti definiscono “clorofillico”. 

Per imparare ad apprezzare l’avocado, dopo averlo provato almeno una volta, bisogna scavare nella sua storia che ha radici antichissime che partono dall’America del sud.

L’avocado (Persea Americana) è a tutti gli effetti un frutto, fa parte della famiglia delle Lauracee ed è originario dell’America del Sud. Ne esistono molte di varietà, tra quelle in commercio, che oltre in forma si differenziano in gusto e colore del frutto. 

Mentre l’interno di un avocado è di colore verde acceso, tendente al giallo a seconda dello stadio di maturazione, la buccia può variare dal verde smeraldo fino ad un profondo viola. Può essere liscia o rugosa, la forma del frutto ricorda molto quello di una pera, da qui il nome “Pera Americana”, e varia in lunghezza e dimensione sempre a seconda della specie.

L’avocado è apprezzato in cucina per il suo bagaglio nutritivo da non sottovalutare. Uno scrigno di grassi buoni, acqua, fibre antiossidanti e vitamine. Con 4 gr di proteine per frutto, e una quantità di Potassio che supera di due volte quello di una banana, l’avocado in moderazione è un frutto estremamente nutriente, da utilizzare in piatti salati, nella preparazione di torte, e come ri-energizzante dopo l’attività sportiva.

La coltivazione dell’Avocado: vecchia quanto l’invenzione della ruota!

Avocado o Aguacate, si dice che furono le tribù del Mesoamerica ad avviarne la coltivazione e ad “addomesticare” l’albero, più di 5000 anni fa.

L’avocado era così importante che nella società Azteca era visto come il frutto che donava a chiunque lo mangiasse una forza sovrumana. I Maya invece, associarono l’avocado al 14° mese del loro calendario (K’ank’in), che riporta appunto come suo simbolo proprio il frutto. 

Ma a parte il significato mitologico e culturale, già 10.000 anni l’avocado era conosciuto per le sue proprietà alimentari, considerato un potente afrodisiaco. Difatti, l’origine del nome avocado, viene da “ahuacatl”, parola per cui lasciamo a voi la gioia di ricercare il suo significato! 

Il mio Regno per un Avocado  

I produttori mondiali di avocado sono gli Stati Uniti e l’America del Sud, con la California e il Messico che producono una enorme fetta di questo frutto, diventato un cult negli anni ‘50.

In America l’avocado è ad oggi un vero e proprio fenomeno culturale, per via della sua classificazione come uno dei cibi più sani (o health foods) per chi vuole stare al passo con i tempi, e con le diete.

E l’Italia?

Ci sembra di essere sempre gli ultimi quando si tratta di “trend mondiali”.

In Italia il movimento dell’avocado è stato più lento, accompagnato dalla diffusione di nuovi stili di vita alimentari come le diete vegetariane e vegane.

Ma c’è un posto magico della nostra bella Italia dove la coltivazione dell’avocado e della frutta esotica sta rivoluzionando un intero settore dell’agricoltura, potenziando ancora di più la nostra concezione del Made in Italy.

Sicilia Avocado (Dal Tropico) è un’azienda specializzata nella coltivazione e produzione di frutta esotica, che negli ultimi anni si è indirizzata verso la produzione e promozione degli avocado Made in Sicily

Andrea Passanisi è il giovane imprenditore Siciliano DOC a capo di questa impresa, che ha trasformato la passione per un’agricoltura etica e sostenibile, insieme all’amore per la sua terra, in un modello vincente di business che oggi porta valore alla sua Sicilia e ai giovani che decidono di non abbandonare il proprio paese.

Un modello che valorizza e naviga in un mare esplorato dagli imprenditori Siciliani. Pionieri coraggiosi, che dagli anni ‘60 grazie al prezioso aiuto delle ricerche delle Università Siciliane nel campo della coltivazione di frutta esotica in Sicilia, hanno cominciato a vivere le opportunità di questo frutto e ad aprire le porte ad un nuovo e sconosciuto mercato.

Le loro coltivazioni di avocado si trovano nel Comune di Giarre, adagiate sulle pendici dell’Etna, dove questo albero trova il terreno e le condizioni perfette per produrre i suoi frutti. 

Il territorio e l’identità per Andrea sono fondamentali, ed è così che l’antico agrumeto del nonno è diventato il trampolino di lancio di brand comeSicilia Avocado”, “Etna Mango” e “Etna Avocado”. Prodotti che continuano di nome e di fatto a portare avanti la qualità e i simboli del territorio Siciliano.

E’ importante parlare del potenziale economico che questo frutto potrebbe sollevare per l’economia agricola del nostro paese, fino ad un certo punto. 

Ne siamo ben a conoscenza considerato l’esempio Americano e Messicano. L’obiettivo di questi imprenditori della “Pera Americana” è quello di mostrare questo frutto sotto una luce diversa, fatta di etica e solidarietà. Di legarlo ad un territorio nuovo e chissà, renderlo un prodotto sempre più locale per “diritto di cittadinanza”. 

Questo prova che un territorio e i suoi agricoltori possono fare la differenza. L’avocado come sicuramente avrete visto non è nativo alla Sicilia, ma come tante altre coltivazioni che abbiamo esplorato nel nostro articolo sui Frutti e Fiori della Cina sono tante alla fine le cose che “abbiamo fatto nostre”.

Non smettiamo mai di ri- innovarci, e creare nuove opportunità per il nostro paese!
Foto di Sicilia Avocado

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