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L’arcipelago delle Eolie è composto da 7 meravigliose isole di origine vulcanica, le sette perle del Mediterraneo: Lipari, Vulcano, Salina, Filicudi, Alicudi, Panarea e Stromboli. Ricche di storia, cultura e bellezze naturali circondate da uno splendido mare incontaminato, sono una meta ambita da tanti turisti.

Io vivo a Lipari la più grande dell’arcipelago che conta circa 12 mila abitanti.
L’isola offre tantissime attrattive sia di terra che di mare ma anche piatti della tradizione con i suoi sapori e profumi tipicamente Eoliani.
La cucina Eoliana si distingue per l’uso sapiente di erbe aromatiche come rosmarino, origano, basilico, aglio, menta e soprattutto di capperi e malvasia.
I nostri dolci tipici eoliani sono molto conosciuti come i “gigi”, i “acauli”, i “sesamini”, i “pasticciotti” di zucca e “spicchitedda”.
Voglio raccontarvi una ricetta che facevo sempre insieme alla mia mamma che mi diceva: “impara, che poi quando io non ci sarò più potrai farli insieme ai tuoi figli”.
La ricetta dei Nacatuli Eoliani, pasticcini di frolla siciliana aromatizzati con vino Malvasia e farciti con un profumato ripieno di mandorle, zucchero, cannella e agrumi. Minuziosamente ricamati con il “pizzicarolo” attrezzo fatto artigianalmente da persone del luogo.

La ricetta dei Nacatuli di Lipari


Ingredienti per l’impasto:

    • 1 Kg farina

 

    • 150 gr strutto

 

    • 150 gr zucchero

 

    • 2 uova intere e 2 tuorli

 

    • un bicchiere di malvasia



Amalgamare la farina con lo strutto, lo zucchero, le uova e infine la malvasia (vi raccomando quella originale).
Mettere in frigo a riposare. Nel frattempo preparare il ripieno tritando le mandorle con lo zucchero, la cannella e il mandarino.
Stendere la frolla preparare dei dischi. Porre un po' del ripieno al centro di ogni dischetto e coprire con un altro dischetto, sigillando tutto attorno con le dita e rifilando i bordi con una rotella dentellata.
Pizzicare e intagliare la superficie dei nacatuli, in modo da abbellirla con disegni di fantasia e varie forme in rilievo.
Quindi cuocere i nacatuli in forno a 180 °C fino a leggera doratura (20 minuti circa).
Visitate queste splendide isole incontaminate ricche di cultura, natura e prelibatezze culinarie!!
Vi aspetto!

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Crema di ceci con tagliolini e baccalà, questo è il piatto che più mi rappresenta e che perseguita i miei amici da quasi trenta anni. 

Era la fine degli anni '80 quando venne alla luce questo piatto, una ricetta che rappresenta in pieno il periodo con le sue creme e vellutate. 

All'epoca lavoravo in un ristorante stellato e, nonostante io fossi il responsabile della sala, ero ben visto anche in cucina dove mi insegnarono le basi per una cucina professionale e non di casa. 

E il piatto nasce proprio per una mia esigenza di creare qualcosa che ricordasse la ristorazione e non la cucina casalinga. Così in questo piatto c'erano tutte le conoscenze acquisite in quel periodo, non solo di cucina ma anche della frequentazione di altri chef stellati. 

In particolare, nella mia ricetta c'era la voglia di emulare un grande chef dell'epoca Fulvio Pierangelini con il suo ristorante il Gambero Rosso a San Vincenzo (LI) che faceva una crema di ceci con gamberi, chiaramente non paragonabile alla mia.

La mia crema di ceci rimaneva ancorata alle radici con l'uso di prodotti tipici nostri, i ceci, la pasta all'uovo e il baccalà. Nel tempo la ricetta è stata raffinata e resa più delicata, ma io vi propongo la versione iniziale a cui sono affezionato.

Ricetta della Crema di ceci con tagliolini e baccalà 

Per prima cosa dobbiamo ammollare il baccalà 2 o 3 giorni prima, poi possiamo passare ai ceci che vanno messi in ammollo per una notte sola.

A questo punto possiamo pensare di iniziare a cucinare lessando i ceci che vanno salati solo alla fine.

Preparare dei tagliolini all'uovo, impastando le uova con la farina e stendendo la pasta.

Iniziamo la vera cottura e prendiamo un tegame in cui mettiamo aglio, olio e peperoncino e facciamo dorare l'aglio prima di aggiungere i ceci e lasciarli insaporire.

A questo punto aggiungiamo acqua calda e facciamo cuocere 15 minuti. Poi togliamo tutto dal fuoco, eliminiamo l'aglio, frulliamo i ceci e rimettiamo sul fuoco aggiungendo acqua calda.

Quando tutto riprende il bollore, allora mettiamo i tagliolini.

Nel frattempo sfaldiamo il baccalà e lo saltiamo in padella con poco olio.

Quando i tagliolini sono cotti, serviamo nella scodella dove aggiungeremo il baccalà.

Su questo piatto mi piaceva moltissimo bere il Cervaro della Sala, un vino da uve Grechetto e Chardonnay che viene prodotto in Umbria nella tenuta Castello della Sala della famiglia Antinori.

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Dovrei dire che il vero autore è mia nonna Immacolata De Lisio, ma è morta da 35 anni, e in suo onore ho voluto raccogliere le sue migliori ricette. Quelle che mi facevano sognare e che mi facevano aspettare con trepidazione il momento in cui ci sedevamo a tavola. 
Non c’era bisogno di chiedere a mia nonna “che mangiamo? Quanti siamo a tavola?” perché ogni volta ci sorprendeva con qualcosa di unico.
Mia nonna, da buona napoletana, aveva dei punti fermi come quello che “cucinare è un modo di prendersi cura di sé stessi e degli altri”. Tipicamente napoletano: dove il “noi” a tavola è fortemente auspicabile!
La cena, il pranzo o persino la colazione sono momenti di gioco e di accoglienza in cui il cibo è l’elemento di unione. Ogni giorno era una festa, una occasione per imbandire la tavola curando nel dettaglio ogni particolare.
E non importa se a mangiare eravamo sole o se invece c’era tutta la famiglia con amici e parenti, se da 2 diventavamo 10 oppure 20 o addirittura 50 persone.
Ricordo le tavolate sulla spiaggia con pentole di primi piatti, e poi i secondi, e poi i contorni, le creme... Per non parlare dei dolci, dei liquori e al pomeriggio, anche le pizze!
E così, in onore della regina della tavola, ho deciso di raccontare le ricette di Nonna Imma, perché sono state scritte con amore e sono state provate da tutta la nostra famiglia.
Ha trasformato il cucinare in una vera e propria arte con cui prendersi cura delle persone: fatelo anche voi. E vi svelo alcuni segreti e aggiunte che le rendono veramente speciali.
L’amore e la tavola imbandita li dovete mettere voi.

Ricetta degli Gnocchetti alla Don Raffaele


Ingredienti per 5 persone:

    • Farina gr. 400,

 

    • Semola gr. 150,

 

    • Acqua gr. 500,

 

    • 3 cucchiai d’olio,

 

    • Fior di latte gr. 150,

 

    • Parmigiano gr. 50,

 

    • Salsa di pomodoro fresco 



Tutto parte dall’acqua bollente. Prendete un polsonetto, ossia un tegame in rame a pareti tonde, e mettete a bollire l’acqua con due cucchiai d’olio e sale. Se non lo avete potete usare una pentola di acciaio.
Quando l’acqua avrà raggiunto il bollore, gettate tutto d’un colpo la farina e la semola e girate vigorosamente con un cucchiaio di legno per ottenere una bella palla dall’impasto omogeneo.
Lasciate cuocere l’impasto a fiamma leggera per circa 10 minuti fino a che la sentirete sfrigolare. A questo punto potete versarla sul tavolo e, non appena avrà un calore sopportabile, lavoratela con le mani per 15 minuti aggiungendo un altro cucchiaio d’olio.
Ora siete pronti per formare dei bastoncini dello spessore dei grissini che poi taglierete in tanti tocchetti della grandezza di una nocciola sgusciata.
Poiché la pasta non si attacca, vi consiglio di guadagnare tempo formando 4-5 file di bastoncini e tagliandoli insieme per ricavare gli gnocchetti.
A questo punto gli gnocchetti sono pronti e vanno cotti in abbondante acqua salata. Quando, sale a bollore, gettate in un paio di volte gli gnocchetti e tirateli fuori quando dopo pochi minuti saliranno a galla. Usate la schiumarola e sgrondateli bene.
Mettete in un tegame di terracotta una base di sugo (o di ragù) e uno strato di gnocchetti, parmigiano e fior di latte a tocchetti. Poi sugo ancora e continuate con le sovrapposizioni fino ad esaurimento di tutti gli ingredienti.
Passate sul fuoco moderato e delicatamente girate qualche minuto fino a quando il fior di latte comincerà a filare. Servite, sono delicati ed invitanti.
Se preparate una maggiore quantità di pasta, gli gnocchetti cotti potranno essere conservati in un contenitore aperto con la velina plastificata per 4-5 giorni. Metteteli nella parte bassa del frigorifero e, al momento di servirli, versateli per un solo minuto in acqua a bollore. Poi condite.
Ma, soprattutto, poi condivideteli con gli amici e mangiateli.

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Paliano per me è aria di primavera e di cambiamento: colori, sapori e profumi d’infanzia. Custodisce il mio passato e il mio futuro.


Se c’è una cosa che ricordo in maniera nitida degli anni della mia meravigliosa infanzia è la condivisione di momenti, colori e profumi della campagna. Una campagna di dolci colline.
Discover Ciociaria! Tours Paliano
Da sempre ho vissuto in campagna. Lì abito io, i miei genitori, zii e cugini e lì abitavano i miei nonni… ed è da loro che voglio iniziare il racconto di uno dei periodi più belli della mia vita: l’infanzia.
Fin da bambina ho avuto il piacere di “sporcarmi” le mani con la terra. Anche per apprendere tante cose dai “nonni” che instancabilmente hanno coltivato e curato i terreni che avevano acquistato con i primi guadagni del dopoguerra.
Con il sogno di una casa di proprietà sicura e di un futuro sempre più roseo.
E questo clima di sogni e traguardi era quello che respiravo in quegli anni (forse anche per la spensieratezza dell’età). Ero pervasa da una piacevole tranquillità e la consapevolezza che il futuro sarebbe stato migliore. Che la famiglia era quel porto sicuro dove mi sarei sempre potuta rifugiare e che, nel bene e nel male, avevamo un pezzo di terra da coltivare.
Lo avevamo e quindi non saremmo mai “morti di fame”.

Era dunque necessario imparare “a coltivare l’orto, accudire gli animali, preparare le conserve ed altro”.


Questo diceva il nonno a me a ai miei cugini, con i quali condividevamo l’avventura della scoperta del mondo e del nostro paese in cui abbiamo vissuto da piccoli. I legami sono e saranno sempre vivi anche se alcuni sono distanti oggi.
Arrivata davanti l’uscio della casa della nonna una cosa era certa: in qualsiasi momento della giornata io andassi a trovarla, le sue mani erano impegnate a “lavorare” qualcosa: pasta, pane, torte e crostate deliziose.


Tutte le sue ricette erano gelosamente custodite nell’agenda dalla copertina verde, costantemente aggiornata nel tempo e che ancora oggi conservo nella mia credenza di casa.
Tra le tante prelibatezze, metà ciociare e metà calabresi che la nonna preparava per essere solidale con il nonno, che si era trasferito in giovane età da Locri a Paliano, voglio raccontarvi di quella squisita marmellata di visciole e ciliegie delle piante dell’orto.
Ogni anno, pazientemente le sue mani operose confezionavano circa una cinquantina di vasetti di marmellata, tutti rigorosamente con un tappo di latta ricoperto da copri-tappo ricamati a uncinetto e punto croce.
Oggi voglio raccontare il suo segreto per condividere con voi il profumo inconfondibile e il sapore unico della sua marmellata che, unita con la pasta frolla, dava origine alla rinomata “crostata di Elide”.

Le dosi della crostata sono quelle del libro verde e gli ingredienti sono:

    • 400 gr farina,

 

    • 300 gr zucchero,

 

    • 150 gr burro,

 

    • 3 tuorli,

 

    • 1 uovo intero,

 

    • Limone

 

    • Un pizzico di lievito per dolci.



Provate e fatemi sapere se anche a voi suscita gli stessi sentimenti.
Quando io sento il bisogno di sicurezza e di immergermi nella pace della campagna palianese è proprio lì che vado: nella casa di Nonna Elide. Posso vedere Paliano in tutta la sua bellezza e distinguere il borgo medievale immerso nel verde delle colline, dove uliveti, frutteti e vitigni si alternano alle abitazioni.
Torno alle radici anche se abito nello stesso paese perché radici non significa soltanto qualcosa di lontano. Tutti abbiamo radici ma solo i più fortunati le possono sentire.
Possono provare l’emozione di sentirsi legati ad una storia, un profumo, un colore o un sapore dal quale trarre la grande forza che ci porta ad affrontare il presente senza paura. Magari sapendo come affrontare la paura.
Perché noi già siamo le radici dei nostri figli.
Stiamo già trasmettendo ad altri tradizioni e diamo loro una parte della forza delle nostre radici.
Per questo ho voluto condividere la ricetta di Nonna Elide. Perché questa forza che ho ricevuto la voglio ridonare. Perché insieme sarà più facile andare ad affrontare il futuro.
 

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Una mela al giorno toglie il medico di torno è una delle frasi più usate nella lingua italiana, come quella che “non ci sono più le mezze stagioni “, ma è il miglior modo per introdurre gli indiscutibili benefici alla nostra salute che regala il nostro frutto.

Sono universalmente riconosciute le proprietà benefiche del frutto per antonomasia, ma entriamo nel dettaglio.
La prima considerazione riguarda l’acqua: l’85% di una mela è acqua e, conseguentemente, mangiare un pomo sazia con un ridotto apporto calorico (circa 38 kcal per 100 grammi di parte edibile).
Il vantaggio è, quindi, quello di favorire una dieta ipocalorica particolarmente consigliata dopo un periodo di forzata quarantena che ci ha portato a esagerare, forse, con il cibo come antidepressivo.
Andiamo agli aspetti nutritivi, la mela fornisce zuccheri (essenzialmente fruttosio, monosaccaride caratterizzato da un basso indice glicemico), vitamine (A, B1, B2, B3, B9 e C) e sali minerali (sodio, potassio, ferro, calcio, fosforo, magnesio e zinco).
In particolare, la mela è ricca di potassio ed è preziosa per il buon funzionamento del sistema nervoso e del muscolo cardiaco.
Poi la mela contiene fibre (fino al 10%) e in particolare la pectina (polisaccaride composto da una catena lineare di monomeri di acido galatturonico) che, essendo solubile, favorisce il benessere intestinale e riduce i livelli di colesterolo e glucosio nel sangue. Inoltre, la pectina blocca l’appetito e accentua il richiamato senso di sazietà.
Anche l’acido citrico e l’acido malico presenti nella mela favoriscono la digestione agendo come efficaci disinfettanti dell’intestino. L’acido malico, inoltre, stimola le ghiandole salivari abbassando il pH della bocca, protegge le gengive e riporta i denti ad un bianco candido senza necessità di costosi collutori e particolari dentifrici.
La mela è un concentrato di antiossidanti e, in particolare, di polifenoli (circa 200 mg per 100 g di parte edibile) che migliorano il metabolismo dei grassi, riducono la formazione di molecole infiammatorie e proteggono il sistema cardio-circolatorio. I polifenoli con i flavonoidi contrastano la formazione dei radicali liberi, frenano lo stress ossidativo e rallentano l’invecchiamento cellulare.
E se questo non vi ha convinto a mangiare una mela, è stato dimostrato che i polifenoli della mela ostacolano la replicazione delle cellule tumorali del colon contribuendo alla cosiddetta apoptosi cellulare (meccanismo delle cellule anomale e difettose dell’organismo che porta al loro suicidio in quanto non rispondenti al DNA originario).
La mela fa bene in caso di colite, gastrite e ritenzione idrica e può essere consumata in caso di diabete.
La mela è diuretica, lassativa, depurativa e decongestiona un fegato affaticato.
La mela è indicata per reumatismi e malattie delle articolazioni.
E la nostra produzione nella Valle del Giovenco è di altissima naturalità. Abbasso il coronavirus. Evviva la mela. Evviva Ortona.
Adottate un melo di Ortona dei Marsi

La storia della ricetta della “tarte tatin” alla Mela Renetta


La Tarte Tatin è il più classico dei dolci alle mele della tradizione francese. È nata ai primi del ‘900 grazie all’inventiva delle sorelle Carolina e Stephanie Tatin, albergatrici a Loret Cher in Francia.
La ricetta sembra sia dovuta ad un errore di Stephanie, cuoca provetta a cui dovette rimediare velocemente. Si racconta che un giorno avesse dimenticato di preparare la sua leggendaria torta di mele.
Senza perdere tempo, corse in cucina, imburrò e cosparse di zucchero una tortiera, ci mise dentro le mele e le infornò. Solo dopo, si accorse che per la fretta aveva dimenticato la base di pasta brisèe ma non si perse d’animo, ricoprì la tortiera con uno strato di pasta e rimise tutto in forno.
Terminata la cottura, Stephanie ribaltò la torta su un piatto e la portò in sala dove fu letteralmente divorata dai presenti. Era, così, nata la Tarte Tatin.
L’unica variante ortonese che vi consiglio è l’utilizzo della mela granettona che tradizionalmente viene coltivata nella Valle del Giovenco.
Buon appetito a tutti ma … occhio ai chili di troppo

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Un altro capolavoro della natura coltivato nell’Alta Tuscia tra Gradoli e Onano: il Fagiolo Tondo del Purgatorio.

Questo tipo di fagiolo ha rischiato di scomparire per la difficoltà di produzione e la bassa resa delle piante ma, per fortuna nostra e degli chef, è riuscito a ricavarsi uno spazio fra le coltivazioni di pregio.

Molti pensano che i fagioli arrivino dalla scoperta dell’America, mentre in realtà Colombo ci ha portato solo alcune varietà più semplici da coltivare che hanno messo in difficoltà le produzioni locali.

Andiamo al supermercato e troviamo 3-4 varietà di fagioli, giriamo l’Italia e ne possiamo trovare centinaia di più gustose e dal sapore unico.

L’Alta Tuscia è zona di Etruschi, e nella loro cucina i fagioli venivano macinati per farne salse di accompagnamento alla carne. Quindi possiamo dire che i fagioli hanno accompagnato la crescita delle popolazioni grazie al loro alto valore nutrizionale.

In particolare a Gradoli, gli Statuti Cittadini del XIV secolo dedicano una sezione al fagiolo che è anche il protagonista principale di una tradizione che continua dal 1600: Il Pranzo del Purgatorio.

Dal Trecento, il Mercoledì delle Ceneri, la Confraternita del Purgatorio per celebrare la fine del Carnevale e l’inizio del periodo di digiuno organizza un pranzo in ricordo dei caduti di una rivolta contro le pesanti vessazioni imposte dal Papato.

Si pregava per la misericordia delle loro anima in Purgatorio.

Uno dei piatti tradizionali era ed è proprio il fagiolo locale lessato e condito con olio, pepe e sale. Questo fagiolo prende quindi il nome proprio dalla Confraternita e dalla tradizione del Pranzo del Purgatorio.

Nel '700 era così prezioso che addirittura veniva usato come una specie di moneta: si pagavano messe e si facevano elargizioni ai fedeli.

Il fagiolo del purgatorio è un fagiolo piccolo e bianco dalla buccia finissima e dal sapore delicato non ha bisogno di un ammollo prolungato. È sufficiente un’ora e anche la cottura è breve.

Nella tradizione vanno lessati aromatizzando l'acqua con alloro, salvia ed aglio e poi conditi con olio extravergine sempre di zona.
Io ho preparato una crema usando i fagioli ed i gambi degli asparagi sempre coltivati nella Tuscia.

Ricetta della Crema di Fagioli del Purgatorio e Asparagi

Dopo aver lessato i fagioli, ho preso gli asparagi ho tolto le punte e tagliato i gambi. Nel mio caso non serve lessarli perché ho usato l'asparagina, quella fine e lunga.

In un tegame ho messo del cipollotto tagliato, i gambi degli asparagi ho fatto rosolare poi ho messo i fagioli lasciandone qualcuno da mettere intero nel piatto.

Ho fatto insaporire allungando poi con dell'acqua calda. Una volta cotti ho frullato il tutto creando una crema profumata.

In un’altra padella ho fatto saltare le punte degli asparagi con semi di girasole, timo fresco, pepe, i fagioli interi ed un giro d'olio.

Per impiattare, ho versato la crema di fagioli nella scodella ed ho aggiunto le punte degli asparagi.

Nel bicchiere? Perfetto un vino di Sergio Mottura l'Orvieto secco, un’unione di uve Procanico, Verdello e Grechetto che ben si abbina perfettamente a questo piatto.

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Leggendo il racconto, allo stesso tempo nostalgico e triste, di una Sciacca che forse non c’è più (vedi il post di Angela Di Michele) mi è venuta in mente Marilena Barbera, la sua forza e le sue vigne che affacciano sul mare.

Uno dei miei viaggi in Sicilia mi portò anche in quella zona. Arrivai a Sciacca ma non conoscevo ancora Marilena e quindi il mio modo di capire le sue vigne passa più per i ricordi, e per le sue parole, che non per un’esperienza diretta.
Esperienza che però ho fatto con i suoi vini…
Ma andiamo per gradi, da Sciacca basta risalire per qualche chilometro in direzione nord-ovest per arrivare a Menfi, casa e anima delle Cantine Barbera. È qui che Marilena dà vita al suo sogno, raccontandolo così:

“Tornata in Sicilia dopo anni trascorsi in un altrove che non mi apparteneva, ho trovato la vigna e il sogno di mio padre. Ho preso questo sogno e ho scoperto che era anche il mio”.


Una scoperta che passa appunto da paesaggi dove la natura è ancora padrona, un vantaggio non da poco pensando ad altre zone della costa siciliana e non solo. Questa è una terra fertile che si affaccia sul mare, Marilena la racconta così:

“Vigne di mare, che assorbono il sale dall’aria e dal terreno trasformandolo in vibrante sapidità. Vigne che godono di inverni miti e ventilati e di estati calde e asciutte, dalle importanti escursioni termiche tra giorno e notte. Acini d’uva dolcissimi e salini, che profumano del sole di Sicilia e della fresca brezza mediterranea”.


Una storia di famiglia raccontata anche dai vitigni che danno vita ai vini di Cantine Barbera, dall’Inzolia piantata negli anni venti dal nonno di Marilena a quelli, moderni, scelti dal padre: Chardonnay, Merlot, Petit Verdot e Cabernet Sauvignon.
Infine quelli scelti da lei: Grillo, Catarratto, Perricone, Catanese, Alicante, Nero d’Avola, Frappato.
Agricoltura biologica e pratiche antiche, fermentazioni spontanee ed enologia poco invasiva, etichette che spiccano per fantasia e operosità (come quelle compilate singolarmente a mano!), grande voglia e capacità di comunicare.
Marilena è stata spesso nominata come uno dei “personaggi del vino” più noti in Italia e all’estero per la sua capacità di usare le nuove tecnologie, dal blog ai social, popolandole di contenuti interessanti, specifici, ben formulati. Il sito web di Cantine Barbera ne è un esempio pratico.
[caption id="attachment_116439" align="center-block" width="900"] Foto della Cantina Barbera[/caption]
Pensare quindi a questa porzione della costa siciliana – se dico “fortunatamente” dimenticata anche dall’eccesso di turismo sto esagerando? – non mi induce alla tristezza bensì mi spinge a pensare all’allegria e alla forza di una donna e dei suoi vini.
A parte gli incontri alle fiere come Vinitaly e similari, sperando al più presto di andare a vederle queste vigne sul mare, ho fatto esperienza diretta del lavoro di Marilena attraverso i suoi vini.
Bottiglie acquistate – tenendo fede alla sua capacità di interpretare la modernità mantenendo vivi i valori – tramite un sistema di vendita che unisce tecnologia e gruppi d’acquisto.
Vini buoni, freschi, capaci di far immaginare un territorio oltre che un vitigno e una produttrice. Tra i vari assaggi racconto solo quello di Ammàno, che non ha annata ma numeri (siamo arrivati al #4 se non sbaglio, ma io in cantina ho il #3 e non credo lo aprirò a breve) su bellissime etichette scritte a mano.

Arriva da uve Zibibbo fermentate in acciaio e facendo macerare le bucce per 7 giorni nel mosto, poi affinamento e malolattica in tonneaux (contenitore in legno da 500 litri). Per Marilena è

“solo un piccolo omaggio a chi, prima di me, ha compreso quanto straordinario fosse lo Zibibbo, e quanto meraviglioso il vino che ci regala. Vignaioli che per 20 secoli hanno fatto il lavoro senza pompe, senza filtri, senza elettricità. A loro la mia gratitudine per avermi mostrato la strada”.


Per me, il primo assaggio è stato una specie di “pugno sul naso”, i profumi mi hanno colpito così nettamente da riportarmi a quando ero bambino, perché erano gli stessi che sentivo nella cantina di papà in vendemmia.
Sembra di ritrovare in bottiglia una sensazione, quella di sporcarsi le mani di mosto, di solito breve ed estemporanea.
L’ho definita la mia personalissima “madeleine”, che conservo come detto gelosamente nella speranza di bere anche “Altrimenti”, il vino che Marilena tiene per sé e per pochi fortunatissimi.
Un esempio di “perpetuo” tradizionale che, chissà, un giorno magari assaggerò e vi racconterò…

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Terracina è mare, ma anche montagna.
Soprattutto è tappa di viaggi, di andate e ritorni, così come è senza dubbio terra adatta a fare vino, e che vino!

Ho letto tutto di un fiato il racconto di Herta Klinger (leggila qui) e del suo primo viaggio dalla Germania a Terracina, così come della scelta di rimanere a viverci definitivamente.
La sua storia mi ha riportato alla mente una chiacchierata fatta un paio di anni fa a pranzo con una famiglia per me speciale, non solo per i buoni vini che fanno ma per la naturalezza e il sorriso con i quali te li raccontano.
Parlo della famiglia Pandolfo, di Gabriele e del figlio Andrea, protagonisti di uno dei successi enologici del Lazio.
Anche per la loro storia il viaggio è importante, sebbene talvolta triste e difficile come quello che dovette affrontare Gabriele di ritorno dal Nord Africa, dopo la nazionalizzazione di tutti i beni della sua famiglia da parte del governo tunisino.
L’approdo a Terracina è stato quindi meno felice di quello di Herta ma, con il lavoro e la voglia di fare, i Pandolfo hanno dato vita alla Sant’Andrea, una realtà che va anche oltre la produzione di vino ed è impegnata in altre colture e ha avviato una attività di accoglienza.

Con il loro lavoro è iniziata in modo importante la riscoperta e il rilancio del Moscato di Terracina, un vitigno aromatico autoctono, versatile e con una imprevista capacità di dare il meglio… in montagna!
Sì, perché questo è il viaggio che vi invito a fare oggi: andare a scoprire quello che c’è alle spalle delle bellissime spiagge e dello stupendo centro storico di Terracina.
Incuneata tra ripidi costoni rocciosi dei Monti Ausoni e affacciata verso il mare c’è San Silvano, la valle storica dei vigneti di Terracina.
Si tratta dell’area tradizionale della viticoltura terracinese, della quale San Silvano è protettore, e prevede ovviamente la coltura mista, uliveti
soprattutto, poi vigneti e alberi da frutto, un po’ di pastorizia dove la zona è più impervia.
Qui il Moscato era coltivato come uva da tavola, per fortuna però si è scoperta la sua doppia vocazione, quella vinicola, che l’ha salvato dalla concorrenza straniera per l’uva da pasto.
Salendo fino a 400 metri sul livello del mare si arriva a Campo Soriano, un altipiano di origine carsica divenuto Monumento Naturale, degli 800 ettari complessivi 12 sono stati recuperati, a cominciare dal 1998, dalla famiglia Pandolfo per ristrutturare alcuni vecchi vigneti.

Viste le condizioni è bene parlare di “viticoltura eroica”, l’area d’altronde è stata riconosciuta dal CERVIM (Centro di Ricerca, Studi e Valorizzazione per la Viticoltura di Montagna, in Forte Pendenza e delle Piccole Isole) come zona di montagna appunto.
Tanta la soddisfazione dei Pandolfo per il lavoro fatto, che trova la sua massima espressione nell’HUM, la tipologia più pregiata di Moscata di Terracina prodotta dalla cantina Sant’Andrea. Ci dice Andrea Pandolfo:

“Ci sono voluti quasi 14 anni per riuscire a sistemare tutto. La prima vendemmia è del 2012 ma siamo davvero contenti di quello che abbiamo fatto. Anzi, qui intorno ci sono altri vecchi vigneti che alcuni anziani non riescono più a gestire, ce li vorrebbero dare e noi saremmo ben felici di proseguire in questa operazione di recupero ma la burocrazia spesso è imprevedibile”.



Hum è il nome della grande roccia che s’innalza al cielo al centro di Campo Soriano. Per l’azienda dei Pandolfo simboleggia un “cru” aziendale e i risultati gli danno ragione.
Si tratta di un vino bianco da invecchiamento, gli assaggi fatti sull’annata 2013, a 6 anni di distanza, hanno dimostrato grandi possibilità con bellissime sensazioni olfattive che vanno dalla parte muschiata, terziaria, a quella fruttata in sottofondo.
L’assaggio è contrassegnato da freschezza e la sapidità, tipiche di un vino di montagna.
Da bere magari davanti un bellissimo tramonto a Terracina!

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