Panareddi di pani cu l’ova, dalla Sicilia il pane per Pasqua

La Pasqua è una delle festività più sentite e celebrate a Cattolica Eraclea, forse per il messaggio di resurrezione e rinascita che da sempre trasmette.

Come da tradizione, a tavola si portano i cibi legati alla ricorrenza e radicati nella cultura regionale, uno di questi sono i Panareddi di pani cu l’ova, una sorta di pane molto lavorato e unito a uova colorate.

Infatti un tempo solo le famiglie benestanti potevano permettersi il lusso di gustare dolci particolarmente costosi e bellissimi alla vista, mentre i bambini meno fortunati chiedevano alle madri “cosi duci” da mangiare per Pasqua.

Queste, pur di far contenti i propri figlioletti, si inventavano storie e anche dolci semplici ma belli da vedere.

Così, una di queste madri si mise all’opera e impastò della farina con uova, zucchero, sale e acqua. Si scervellò per dare a quell’impasto una forma carina e decorarlo e proprio così, dalle sue abili mani, venne creato un “panareddu”.

Ma doveva dare un tocco di colore al dolce, così mise a bollire un uovo fino a farlo diventare sodo e magicamente colorò il guscio con un pezzo di carta velina colorata.

Posizionò l’uovo colorato nel panierino, ricoprendolo con sottili strisce d’impasto e lo mise nel forno. Creò un dolce unico nel suo genere, apprezzato da grandi e piccoli. Questo pane col manico intrecciato e piccoli disegni in rilievo, sapientemente sollevati con un coltellino, è diventata una delle più importanti tradizioni della Sicilia.

In tutte le famiglie di Cattolica Eraclea era consuetudine preparare dei “panareddi cu l’ova” rigorosamente fatti in casa. Oggi si acquistano nei panifici e nelle pasticcerie ma sono sempre molto apprezzati, specie dai non più giovani che tornano indietro nel tempo e rivivono i ricordi lontani della propria infanzia.

Ricetta dei Panareddi di pani cu l’ova

  • Farina
  • Sale
  • Zucchero
  • Olio
  • Latte
  • Lievito
  • Acqua tiepida
  • Uova

La prima cosa da fare è quella di lavare bene i gusci delle uova e asciugarli. Infatti si possono mettere nei panareddi così come sono, oppure colorare con dei coloranti alimentari.

In questo caso mettere le uova a bollire in un pentolino dove prima è stato aggiunto del colorante oppure, come ho fatto io, inumidire del colorante in polvere con l’acqua e poi colorare i gusci aiutandosi con un tovagliolo di carta.

Nella planetaria mettere la farina, il sale, lo zucchero, l’olio, il latte e il lievito e cominciare ad impastare, aggiungendo l’acqua tiepida poca alla volta.

Estrarre l’impasto e metterlo a lievitare in una bacinella coperta di pellicola, fino al raddoppio.

Le uova, se colorate a freddo, si possono mettere nei panareddi anche a crudo, altrimenti vanno messe sode.

Prelevare dei pezzetti di impasto lievitato e dare la forma che più si desidera, mettendo al centro un uovo imprigionato con pezzetti di impasto. Un attimo prima di infornare, spennellare il pane con uovo sbattuto.

Infornare a 200° circa, per 20-30 minuti, controllando sempre, perché le temperature dei forni variano.

Panareddi di pani cu l’ova sono pronti e potete regalarli, creare un centrotavola pasquale o utilizzarli come segnaposto.

Buona Pasqua

 

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La storia e la vera ricetta della Sfincia di San GiuseppeLa storia e la vera ricetta della Sfincia di San Giuseppe

Siamo in Sicilia e il 19 marzo sulle nostre tavole non possono mancare le Sfince di San Giuseppe, una delle ricette più classiche della pasticceria siciliana e tipiche della Festa del Papà.

Il nome deriva dal latino spongia, spugna, il termine ha origine dalla particolare forma di questo dolce che si presenta come una frittella morbida e dalla forma irregolare, proprio come una vera spugna.

L'origine di questo dolce è antichissima tanto che compare, anche se con nomi diversi, nella Bibbia e nel Corano. Pare che sia l'evoluzione di pani o dolci Arabi o Persiani fritti nell'olio.

Una vecchia tradizione racconta che nei tempi passati, la sfincia veniva preparata dalla suocera per la nuora per cercare di “addolcire” i rapporti tra le due. Rapporti tradizionalmente difficili a causa della gelosia delle due donne nei confronti, rispettivamente, del figlio e del marito.

Vi è un’altra tradizione che sembra risalire all’epoca romana. Si narra che San Giuseppe, fuggito in Egitto con Maria e Gesù, per mantenere la “sacra” famiglia in terra straniera fosse divenuto venditore di frittelle

Questa semplice frittella è stata trasformata in un dolce prelibato dall'abilità delle suore del monastero delle Stimmate di Palermo. Sono loro ad averla tramandata ai pasticcieri palermitani e che la hanno dedicato al “Santo degli umili”, come umili sono gli ingredienti utilizzati per la loro preparazione.

All'inizio la ricetta era piuttosto semplice ma i pasticceri palermitani hanno reso questo dolce ancora più gustoso arricchendolo con alcuni prodotti tipici: ricotta, granella di pistacchio, canditi di scorza d'arancia, cannella in polvere.

La Sfincia di San Giuseppe è un Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) riconosciuto dal Ministero dell’Agricoltura.

Ricetta della Sfincia di San Giuseppe

Ingredienti per l’impasto

  • Acqua 500 ml
  • Farina tipo OO 400 gr
  • Burro o Strutto 130 gr
  • Sale 7 gr
  • 10 Uova medie

Ingredienti per l’impasto

  • Ricotta di pecora 600 - 700 gr
  • Zucchero a Velo 100 gr
  • Gocce di cioccolato fondente 100 gr

Ingredienti per decorare e friggere

  • Olio di semi 2 lt
  • Granella di pistacchi 50 gr
  • 10-15 Ciliegie candite
  • Arancia candita 50 gr

In una pentola mettere l’acqua, lo strutto/burro e il sale e scaldare. Una volta sopraggiunto il bollore, unite tutta in una volta la farina e mescolare gli ingredienti sul fuoco per almeno 2-3 minuti fino a che il composto si staccherà dalla pentola.

Fare raffreddare l'impasto e metterlo in una planetaria con il gancio a foglia oppure lavorate a mano con un mestolo di legno.

Girare l’impasto per 1 minuto, poi unire una alla volta le uova. Attenzione a non unire l’uovo successivo se prima non sarà stato assorbito completamente quello precedente. Si otterrà una pastella liscia, cremosa e densa.

Portare l’olio a 160-165° per friggete e versate l’impasto nel pentolino a cucchiaiate. Attenzione a non friggere più di 3-4 sfincie alla volta per non abbassare troppo la temperatura dell’olio.

Con questa temperatura, le sfincie dovranno friggere per almeno 8 - 10 minuti circa. Quando saranno ben dorate scolatele per bene con una schiumarola e adagiatele su di un vassoio con carta assorbente da cucina. Lasciare intiepidire le sfincie.

Poi prendere la crema di ricotta e le gocce di cioccolato, girare qualche istante con un mestolo e poi, ricoprire la superficie delle sfincie con un cucchiaio. Guarnire ogni sfincia con della granella di pistacchi, una ciliegina candita e una scorzetta di arancia candita.

 

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Tai’an. Food and Drinks

Zuppa di agnello del re

A base di carne, ossa e organi di agnello. Di solito viene consumato durante l’inverno. La zuppa è limpida e la fragranza è straordinariamente attraente.

Frittella con cipolla verde

La convinzione è che questo cibo mostri come la gente del posto sia onesta e semplice. Per i turisti che amano altri tipi di cibi oltre allo scalogno, ci sono molti altri ripieni che possono essere usati come sostituti

Piatto di tofu del Monte Tai

Il tofu di Taishan è molto famoso. Erano uno dei migliori piatti offerti agli imperatori quando arrivavano al Monte Tai.

Pesce fritto a scaglie rosse

Il pesce a scaglie rosse fritte a secco è un piatto speciale del Taishan ed era un tributo durante la dinastia Qing. La carne è tenera, deliziosa, con poche spine e un alto valore nutritivo.

Festa di dieta a base di erbe

I cuochi di Taishan spesso traggono vantaggio dalle condizioni meteorologiche e del suolo di Taishan che ha molti nutritivi per la crescita delle erbe medicinali cinesi. Alcuni dei piatti consigliati sono pollo al vapore al Ganoderma, anatra al vapore al Ganoderma, agnello in umido Polygonum, pollo al vapore al ginseng a quattro foglie, zuppa Huangjing con caramelle rocciose, stinco di ginkgo biloba e tofu alle mandorle.

Festa di verdure biologiche

Le persone di Tai’an amano le verdure biologiche e quando cenano con gli amici nello Shandong, le verdure biologiche locali raccolte nelle profondità della foresta sono sempre la prima cosa che viene in mente.

La gente del posto spesso condivide con i visitatori questi piatti che erano i preferiti dall’imperatore per purificare il corpo. Il piatto più famoso sono i porri allo zenzero e il loto fritto.

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Lo squisito Mallone Irpino di Rape e Patate, in arte Foglie e Patane

Il Mallone Irpino è un piatto antico a base di rape e patate, e accompagnato da una speciale pizza locale a base di granturco.

Il Mallone è parte integrante della tradizione di Avellino, la città che amo e nella quale vivo, e deve il suo nome alla sua forma simile a quella del ‘mallo’ della noce mentre Irpino indica la zona in cui si consumava.

L’Irpinia è forse ancora famosa per il terribile terremoto del 1980 ma oggi è stata ricostruita in tutta la sua bellezza ed è una delle aree più incantevoli d’Italia.

Avellino è il suo centro naturale, posta in una grande conca, la città medioevale e quella Ottocentesca sono un vero gioiello. Mentre il suolo di origine vulcanica dona alcuni dei migliori vini d’Italia come il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo e il Taurasi.

Il Mallone Irpino era un piatto tipico della stagione autunnale e di quella invernale e, pur essendo composto di verdure, ad Avellino il piatto è consumato come primo piatto ed è una ricetta abbastanza elaborata nella sua realizzazione.

Il Mallone Irpino, però, è diverso e meno complicato del Mallone Sciatizzo, fatto con verdure spontanee. Le sciatizze nel nostro dialetto sono le erbe di stagione che crescono spontaneamente nei campi o nelle vigne e che, per tradizione, si raccolgono soprattutto nella zona attorno a Solofrano, il paese noto per la lavorazione delle pelli, e a Montoro.

Rape e Patate è un piatto tipico povero tramandatoci dalla cultura contadina basata sulla cultura del ‘non si butta niente’.

I contadini infatti, quando pulivano i broccoli non buttavano via le foglie ma le utilizzavano appunto per la preparazione di Rape e Patate, che accompagnavano divinamente con una pizza “Pitta” fritta preparata con farina di granturco (o granone) chiamata “pizza re graurignolo”.

Ricetta del Mallone Irpino, Rape e Patate

Ingredienti per 4 persone:

  • foglie di rapa 1 Kg
  • patate 500 gr
  • 1 papaccella sottaceto “pepaina
  • aglio se piace
  • olio e sale quanto bastano.

Ingredienti per la pizza di granturco o Pitta:

  • farina di mais 200 gr
  • brodo vegetale o in alternativa acqua bollente salata 1 lt

Si inizia la preparazione lessando le patate, che poi vanno sbucciate e schiacciate grossolanamente amalgamandole.

Nel frattempo sciacquate le foglie delle rape e scaldatele. Una volta cotte, le rape vanno raffreddate, strizzate e tagliuzzate.

Prendete una papaccella grande sottaceto, un particolare tipo di peperone dal sapore dolce, levate i semi e l’aceto in eccesso e tagliate a listarelle. Friggete la papaccella in olio bollente che avrete insaporito con l’aglio, se piace.

A questo punto aggiungete le foglie di rape tagliate a pezzetti facendo sfriggere tutto insieme aggiustando di sale.

Unite le patate schiacciate nella pentola con la verdura sfritta in precedenza con la papaccella, aggiustate di sale ed olio a piacimento.

A fuoco dolce rimestate sempre con un cucchiaio di legno per una decina di minuti aggiungendo, se necessario un po' dell’acqua di cottura delle patate (il composto deve risultare denso ed omogeneo ma non eccessivamente asciutto) ed il mallone sarà bello e pronto. Potete aggiungere del peperoncino piccante se preferite.

Preparate la pizza con i 200 gr. di farina da impastare con circa un litro di brodo vegetale bollente (come se si preparasse una polenta molto densa). Questo impasto andrà poi fritto stendendolo e schiacciandolo con le mani in padella, cuocendola da ambo i lati.

I contadini anticamente cuocevano la pizza alla base del camino vicino la brace in un recipiente di argilla, ed era chiamata “pizza ‘ndo chinco”.

In Irpinia, terra ricca tra l’altro di cultura enogastronomica, si producono prestigiosi vini conosciuti in tutto il mondo, tra cui l’Aglianico e il Taurasi che esaltano ed elevano il gusto del piatto.

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La Pizza Dolce di Pasqua dalla Sicilia a Boston, USA

Ecco una ricetta che è stata tramandata per 5 generazioni ... questa è la ricetta della Pizza Dolce di famiglia. La mia famiglia è venuta da Sciacca e Palermo in Sicilia molte generazioni fa portando alcune ricette segrete e alcune tradizioni.

Spesso le feste tradizionali sono legate a piatti particolari e la Pasqua è particolarmente ricca di sapori e profumi. A Sciacca la Settimana Santa è molto importante e viene celebrata con gioia e pranzi in famiglia.

A Pasqua preghiamo anche la Madonna del Soccorso di Sciacca per il sacrificio che suo Figlio ha fatto per tutti noi, morendo in croce ha ottenuto il perdono dei peccati per tutti. È così importante ricordare il vero significato del tempo quaresimale e la celebrazione del miracolo pasquale.

La Pizza Dolce è un classico dolce pasquale. Per me non c'è niente di meglio che tagliare quel dolce con ricotta e gocce di cioccolato dopo il brunch della domenica di Pasqua. La Ricotta Siciliana è fatta con il latte di pecora e la primavera è il momento migliore dell'anno per il suo gusto.

Quindi, se anche tu ami i Cannoli Siciliani, questo è il momento giusto per assaggiarli.

Ma la Pasqua è Pizza Dolce e sono così felice di mostrare tutti i miei segreti sul mio canale YouTube Live, Laugh and Cook Italian.

Ricetta della Pizza Dolce

Ingredienti per la crosta (sopra e sotto)

  • farina 2 tazze e mezza
  • zucchero 1/2 tazza
  • burro 12 cucchiai
  • lievito in polvere 1/2 cucchiaino
  • estratto di vaniglia 1/2 cucchiaino
  • 6 tuorli d'uovo

Mescolare tutti gli ingredienti con un frullatore, poi a mano fino a quando non si solidificano. Quando è pronto, conservare in frigorifero per 1 ora.

Stendere in carta oleata e abbondante farina della misura adeguata per la crosta inferiore e superiore. Foderare il fondo di una teglia rotonda da 9 pollici e foderare anche i lati della teglia con un impasto.

Ingredienti per la farcitura

  • ricotta scolata 2 libbre
  • 2 tazze di zucchero
  • 6 albumi d'uovo
  • Farina 1 cucchiaio
  • estratto di mandorle 1 cucchiaino
  • estratto di vaniglia 1 cucchiaino
  • mini gocce di cioccolato 2 tazze

Incorporare tutti gli ingredienti fino a quando non sono ben amalgamati, riempire la teglia con il ripieno e lasciare spazio per la crescita. Applicare la crosta superiore e formare i bordi, tagliare le fessure sulla parte superiore per la crescita.

Infornare a 350 gradi per 40-45 minuti, finché non si ottiene un tester pulito (o uno stuzzicadenti) dal centro della torta.

Lasciar raffreddare sul bancone e conservare in frigorifero fino al momento di servire.

Spero che questo dolce pasquale classico vi piaccia tanto quanto alla mia famiglia.

Buona Pasqua a tutti

 

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Un viaggio tra i vini dell’Irpinia, non solo Falanghina

Si sa che l’Irpinia quando ti entra nel cuore non ne esce più e anche le generazioni che sembravano essersi allontanati tornano per mettere radici e piantare nuovi vigneti.

E’ la storia dell’Azienda Agricola Ponterotto e della famiglia Di Pietro, con i giovani fratelli Antonio, Gaetano e Maria Luisa che si sentono Irpini dentro. Da bambini si recavano da Avellino in quel di Mirabella a far visita ai nonni con mamma Antonietta e papà Pasquale.

Nonno Antonio e nonna Antonietta li accompagnavano a giocare sulle rive del fiume Calore e raccontavano di tradizioni ed usanze antiche. Questi luoghi e i racconti hanno acceso la passione per le uve autoctone e hanno fatto sbocciare nel cuore dei fratellini l’amore e la passione per l’Irpinia.

Nelle acque limpide del Calore ai ragazzini piaceva rinfrescarsi durante la calura estiva che nel sud Italia può essere forte. Il posto preferito era dove si erge maestoso l’antico ponte romano sull’Appia, oggi chiamato “Ponte Rotto”, un immenso patrimonio di archeologia e storia per Mirabella.

Il ponte attraversava il fiume Calore di questa ricca terra, e per secoli ha permesso l’attraversamento di eserciti e di mercanti che lungo l’Appia Antica raggiungevano la Puglia per imbarcarsi verso l’Oriente.

Sarà proprio il Ponte Rotto ad ispirare ai ragazzi e per questo è il nome dell’azienda.

Infatti, a distanza di trent’anni, i ragazzi nel frattempo diventati professionisti affermati, con l’orgoglio del bagaglio culturale ereditato dai nonni e custodito con affetto, decidono di valorizzare i terreni ereditati.

Ne acquisiscono altri e, in onore della memoria dei nonni, si dedicano nel tempo libero a difendere la viticoltura autoctona della zona, rilanciando i biotipi più antichi dai caratteri migliori. Piantano alcune varietà di vini come l’Aglianico, la Falanghina e il Greco, le cui origini risalgono alla colonizzazione greca ed alla civiltà romana.

Ed ecco che le colline della generosa Terra Irpina, interessata da forti escursioni termiche che creano una condizione ottimale e benefica per le viti, ricambiano tante premure donando le migliori uve dalle quali si ottengono i prestigiosi vini dell’Azienda Ponterotto.

Diversi vini per diversi territori, a Mirabella Eclano, il paese del Museo del Carro e dei Misteri di Cartapesta, nasce “Perzechè”, una Falanghina dalle note aromatiche tipiche del vitigno. Forse il vitigno più noto dell’Irpinia ma che compete in eccellenza con altri vitigni.

Infatti sulle colline di Santa Lucia, una frazione di Santa Paolina, nasce il Greco “Narciso”, un vino strutturato ed elegante, accompagnato da una buona acidità. Proprio come questo territorio dove la terra è generosa ma può essere aspra con chi la vive e ne sa qualcosa il paese di Santa Lucia distrutto da una frana e ricostruito più a monte.

Nella zona del borgo di Montemarano, invece, nasce “Helea”, un Aglianico dai caratteri organolettici di particolare pregio, raffinato al palato ottenuto da vigne centenarie coltivate con sistema a cordone speronato.

Falanghina, Greco di Tufo o Aglianico sono vini che meritano un viaggio alla scoperta dell’Irpinia perché gustandoli nelle cantine locali si possono apprezzare le sfumature dei colori del territorio e il calore delle persone che aggiungono una nota unica all’esperienza gustativa.

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Una ricetta del Blind Chef Ambassador Anthony Andaloro, lo chef senza vista

Se cercate il nome del siciliano Blind Chef Anthony Andaloro sul web scoprireste che fino a pochi anni fa non esisteva. Anthony è infatti nato nel 2013 quando Antonio Andaloro aveva perso la vista e, dopo un tunnel depressivo, inizia una nuova stagione della vita.

Una stagione diversa e per certi aspetti entusiasmante. Non migliore o peggiore, ma una fase totalmente nuova di assaporare la vita e le relazioni con gli altri. E se incontrate il suo volto lo troverete sempre sorridente!

Ma partiamo dall’inizio per poter meglio raccontare la nascita di Anthony e la sua incredibile avventura di essere uno fra i pochi chef ciechi nel mondo.

I problemi di Antonio con gli occhi arrivano già quando era bambino e aveva 6 anni. Praticamente è stato ipovedente per gran parte della sua vita e aveva sperato invano nella tecnologia e negli interventi chirurgici.

Anthony è la rinascita ma anche la sua nuova sfida di aiutare tutte le persone che hanno problemi fisici e che possono arrivare a toccare il baratro della depressione.

“Non è perdere la vista che crea i veri problemi. Infatti la mia vita è rinata e sono un esempio di come niente è perduto ed ora ho un figlio di 2 anni e mezzo e un lavoro che mi porta in tutto il mondo.

Il vero problema è sentirsi soli e non avere la forza di affrontare il cambiamento.”

Anche la vita precedente di Antonio era stata guidata dalla voglia di sfidare le convenzioni e, da ipovedente, aveva scelto di diventare un maestro decoratore. Una professione che ha praticato fino all’aggravarsi totale della malattia.

Poi la depressione con la cecità.

“Poi per 7 anni ho studiato per diventare chef di cucina ‘fusion/innovation/sensoriale’. E non poteva essere altrimenti perché i sensi sono quelli che mi guidano nella preparazione dei piatti e nella scelta degli accoppiamenti.”

Oggi ci sono 4 gli chef senza vista nel mondo: 2 in Italia (Anthony e Antonio Ciotola di Ancona) e 2 a Chicago (Laura Martinez e Christine Ha, un vietnamita vincitrice della edizione americana di Masterchef nel 2012).

Ma torniamo ad Anthony, alla sua cucina e agli eventi che organizza: le cene sensoriali. Per chi ha già avuto esperienza delle ‘cene al buio’ (spesso organizzate da molte organizzazioni di cechi per far capire la loro situazione alle persone normo-vedenti), quelle di Anthony sono diverse. La luce è molto fioca ma non assente, si cena a lume di candela e bendati ma se si hanno attacchi di panico o disagio ci si può togliere la benda.

Prima dei COVID aveva organizzato 142 eventi sensoriali in tutto il mondo, in particolare in Cappadocia in Turchia.

E da sottolineare che tutti questi eventi servono a finanziare associazioni filantropiche che si occupano non solo di cechi ma di disabilità in generale. Infatti questa è la vera forza di Anthony, quella di essere diventato un esempio di forza, un vero ‘guerriero’ che può aiutare gli altri con la sua positività.

Oggi Anthony Andaloro è Blind Chef Ambassador, famoso in tutto il mondo e un esempio per quelli come lui. È stato premiato dall ’UNESCO nel 2017 con il premio Quality Food e nominato Chef Ambassador della Solidarietà nel 2019. È fiduciario del settore disabilità della regione Sicilia dei Disciples D’Auguste Escoffier.

La disabilità è diventata allora un punto di forza che gli ha donato una pace e una energia inimmaginabile quando era ancora nell’incertezza della sua condizione. Oggi si è risposato e ha un figlio di due anni e mezzo che semplicemente vede con altri occhi.

Ha creato il format televisivo “Non ci vedo dalla fame ma ci vedo con i sensi” prodotto da Me.Pa. Production, che sta girando per web TV in particolare in Sicilia dove è nato. Viene dalla provincia di Messina e proprio da qui sta trasmettendo su EventiMessinaweb TV  canale yuotube   e pagina FB per raggiungere il suo pubblico in Italia e nel mondo. Un pubblico che lo attende lo segue con passione.

La sua passione è comunque la cucina fusion dove il Mediterraneo fa incontrare Oriente ed Occidente. E come esempio di questa continua ricerca di nuove dimensioni ed esperienze gastronomiche, immergendosi in un viaggio oltre il buio con le papille gustative ci presenta una ricetta molto semplice ma di grande gusto.

Ricetta delle Trecce con Pesto di Pistacchio, Lamelle di Mandorle e Speck

Ingredienti per 4 persone:

  • Pasta Fresca (formato Trecce oppure a vostro piacimento) 320 gr
  • Speck Alto Adige IGP 200 gr
  • Farina di Pistacchio di Bronte DOP 100 gr
  • Lamelle di Mandorle Toritto 50 gr
  • Pecorino Romano DOP 50 gr
  • Una noce di Burro
  • Olio Extravergine d’oliva q.b.
  • Sale e Pepe q.b.

In una pentola portate ad ebollizione l’acqua per Ia pasta e salatela e nel frattempo preparate il pesto. In una ciotola ponete la farina di pistacchio e il pecorino Romano, versate a filo un po’ di olio evo e amalgamate fino che risulti un impasto omogeneo.

Mentre aspettate che bolla l’acqua per la cottura della pasta, in una padella rosolate lo speck con una noce di burro.

Scolate la pasta e unite il tutto in una Wok aggiungendo le Iamelle di mandorle. Saltate per qualche minuto e impiattate spargendo sopra una manciata di pecorino.

Vino? al pesto di pistacchio affiancherei un vino bianco “Grillo” da vitigno autoctono siciliano.

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Il Cannolo Siciliano: una dolcissima storia da assaporare

Quando il nostro insegnante è entrato in classe e ci ha chiesto quale piatto, secondo noi, avesse potuto raccontare meglio la storia del nostro paese, in coro abbiamo risposto “il cannolo”.

Un dolce buonissimo e davvero singolare nella forma e nel gusto e, sicuramente, una delle specialità della pasticceria siciliana più apprezzate in tutta Italia.

Con l’abile guida della nostra dolcissima professoressa di lettere abbiamo ricercato la storia di questo prelibato prodotto di pasticceria. Immaginate la nostra sorpresa quando abbiamo appreso che il suo nome è legato alle canne di fiume su cui veniva arrotolata, fino a pochi decenni fa, la cialda durante la sua preparazione.

È un dolce ricco di storia e già Marco Tullio Cicerone, nel 70 a.C. durante un suo viaggio in Sicilia, ne era rimasto così incantato da definirlo: “tubo di farina ripieno di morbida crema di latte”. Un cilindro realizzato con farina, dal ripieno dolcissimo a base di morbida crema di ricotta.

Durante i secoli si sono accavallate tante varianti di ricette e ancora si discute sulla vera origine del cannolo come oggi noi lo conosciamo. Esistono infatti diverse versioni sospese tra storia e leggenda.

Di sicuro sappiamo che gli Arabi sono stati i primi a zuccherare la ricotta formando una crema squisita, la base della pasticceria siciliana, che le donne dell’harem di Caltanissetta, l’araba Kalt el Nissa (castello delle donne), utilizzavano nei loro cannoli dalla forma fallica, come omaggio “dolcissimo” al loro emiro.

Alcuni storici sostengono invece che ad inventare il cannolo siano state le suore di clausura del Convento di Santa Maria di Monte Oliveto a Palermo che a carnevale, per scherzo, avrebbero riempito una vasca di crema di ricotta ed avrebbero sostituito i classici rubinetti con la scorza dei cannoli. Infatti in siciliano la parola cannolo vuol dire proprio rubinetto!

Questo dolce ha accompagnato l’infanzia di tutti come conclusione dei nostri pranzi domenicali ma è anche e soprattutto il simbolo della nostra Sicilia. Una terra arricchita da tante contaminazioni etniche, culturali e gastronomiche legate alle varie dominazioni che ne hanno influenzato tesori e sapori.

Dopo aver riscoperto la sua storia, con il nostro bravissimo insegnante di cucina ci siamo cimentati nella sua preparazione.

Ricetta del Cannolo Siciliano

Ingredienti per 16 pezzi circa

Per la scorza dei cannoli:

  • farina 00 + un po’ per spolverare 250 gr
  • 1 cucchiaino raso di cacao amaro in polvere
  • zucchero semolato 50 gr
  • strutto (in alternativa burro morbido) 30 gr
  • 1 uovo sbattuto (da usarne 1/2 per impasto e 1/2 per la chiusura cannoli)
  • 1 bicchierino di marsala, circa 60 gr
  • Un cucchiaio di aceto di vino bianco
  • Cannella in polvere
  • Un pizzico di essenza di vaniglia
  • sale 3 gr
  • Olio per friggere

Per il ripieno dei cannoli:

  • ricotta di pecora perfettamente sgocciolata 800 gr
  • zucchero semolato 300 gr
  • gocce di cioccolato fondente 120 gr

Per decorare:

  • Zucchero a velo
  • Granella di pistacchi
  • Arancia candita
  • Gocce di cioccolato
  • Ciliegie candite

 

Siamo partiti dalla preparazione della crema. Dopo aver sgocciolato perfettamente la ricotta fresca di pecora, l’abbiamo trasferita in un contenitore e mescolata con lo zucchero semolato. Abbiamo poi aggiunto alla ricotta delle scaglie di cioccolato fondente e l’abbiamo lasciata riposare in frigo per diverse ore.

Successivamente ci siamo dedicati alla scorza e per realizzarla “come Dio comanda”, abbiamo realizzato un impasto a base di farina, strutto, zucchero, aceto di vino, marsala, un uovo e una piccola percentuale di cacao in polvere.

Dopo averlo lasciato riposare in frigo, abbiamo steso l’impasto formando una sfoglia molto sottile, l’abbiamo tagliata in quadrati che, arrotolati in cilindri di alluminio, sono stati fritti.

Solo quando le cialde si sono completamente raffreddate le abbiamo riempite con la classica crema di ricotta.

Il segreto per gustare un perfetto cannolo siciliano è quello di aggiungere la ricotta al momento di servirlo per far sì che la cialda rimanga sempre croccante e crei un piacevole contrasto con l’avvolgente cremosità della ricotta.

L’ultima fase della preparazione è la guarnizione che rappresenta la fase più creativa. Si può scegliere, infatti, tra   diverse varianti: arancia candita e/o ciliegia candita, oppure granella di pistacchio. Spolverare, infine, la cialda con lo zucchero a velo.

Mangiare un cannolo è davvero una magia!

 

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